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GRANDE STORIA e Ciclismo

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GRANDE STORIA e Ciclismo

Messaggio Da BenoixRoberti il Gio Nov 14, 2013 1:10 pm

Pochi giorni fa abbiamo discusso con molta soddisfazione di Gino Bartali e del suo riconoscimento postumo come "Giusto delle Nazioni". Ginettaccio non volle che in vita si parlasse del suo "bene" extrasportivo. "Il bene lo si fa e basta e io ero un ciclista che doveva essere conosciuto per quello che avevo fatto in sella" diceva il grande omino toscano al figlio Andrea.
Gino è certamente l'uomo del ciclismo, il ciclista che più di ogni altro ha incrociato la Grande Storia (dal Tour del '48 vinto in un clima da guerra civile in Italia al grande ruolo avuto nel salvare centinaia di ebrei, rom, sinti ed altri ricercati come soldati alleati, oltre ad altri svariati numerosi aneddoti), ma il ciclismo (sport popolare nel senso più nobile del termine) ha tanti altri esempi da narrare. Anche esempi che dalla storia attendono ancora il dovuto riconoscimento, di merito e di verità.

STORIE MALEDETTE
Per questo voglio parlare della storia e delle tragiche vicende personali vissute da due campioni di ciclismo, un italiano ed un tedesco uccisi dalle loro dittature: Albert Richter ed Ottavio Bottecchia.
Non voglio rubare il ruolo all'inarrivabile Morris, lo storico del ciclismo (e non solo) per eccellenza, voglio solo raccontare due storie che mi hanno molto colpito e nel primo caso mi sono anche appassionato a fare una mia personale ricerca per avere riscontri, dopo una confidenza fattami qualche anno fa da una signora milanese che mi aveva detto che "Bottecchia non era morto per un incidente, ma perché un potente lo aveva messo a tacere per evitare uno scandalo; e di morti in quella storia ce n'erano altri".
In primis avevo preso la storia come una delle classiche leggende degli italiani, o come la morte e resurrezione di Paul McCartney Laughing, e presuntuosamente non mi ero preso nota dei particolari pensando alla ottuagenaria età della elegante sciura di Corso Vercelli, cliente di una negoziante mia amica. Accidenti a me che sono cresciuto con due nonni che erano un libro aperto, che mi hanno reso curioso e mi hanno affascinato all'indagine ed alla ricerca storica, sebbene il mio interesse sia, come dire, minimalista, ovvero che mi interessano le "piccole" storie degli uomini. E' così in fondo che, come tanti, mi sono innamorato degli scritti di Big Morris.
Per fortuna il particolare racconto della signora mi era rimasto in mente, mi era venuta la curiosità di ricercare tutte le informazioni su Bottecchia e sulla sua "strana" tragica fine, e mi accorsi come, mettendo assieme una bella trasmissione a lui dedicata dalla friulana Gloria De Antoni, un dettagliato articolo di un quotidiano ed un libro con una ottima ricerca di archivio giornalistico, la versione dei fatti emergente confermasse le parole della signora.
La verità era lì sotto gli occhi di tutti; bastava volerla osservare sotto un filo di polvere. Ma non si volle perché non si poteva. Già, perché non si poteva? Ed è questa la parte recente e sorprendente dell'indagine, che mai nessun grande quotidiano e casa editrice ha ancora voluto neppur lontanamente sfiorare. Lo capirete bene, il perché.
Oggi voglio raccontarlo perché ho scoperto che questa signora è morta poco tempo fa e perché il nostro amore ciclistico ha bisogno di storie forti e di grande dignità umana.
Spero di non annoiarvi con cose che all'inizio parranno antiche, perché vedrete come la storia, che pare sì antica, arrivi invece sino quasi ai giorni nostri e alla grande finanza familiare ancora imperante.
A fra poco per la storia di Ottavio Bottecchia, assolutamente attuale e degna di un film.


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L'omicidio di Ottavio Bottecchia

Messaggio Da BenoixRoberti il Gio Nov 14, 2013 2:26 pm

OTTAVIO BOTTECCHIA 1a parte

E' d'obbligo un breve cenno storico sul Bottecchia primo ciclista italiano a diventare grande eroe internazionale (dimenticando il valdostano/nord-calaisien Maurice Garin).
Da Wikipedia:
«Soprannominato il Muratore del Friuli, divenne ciclista professionista soltanto a 27 anni; in precedenza aveva lavorato come muratore e carrettiere. Aveva partecipato alla prima guerra mondiale come Bersagliere ciclista ed era stato insignito di Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
Finita la guerra, vincendo alcune corse dilettantistiche si fece notare da Luigi Ganna, primo vincitore del Giro d'Italia, che lo ingaggiò. Nel 1923 partecipò alla Milano-Sanremo giungendo ottavo e al Giro d'Italia giungendo quinto (primo degli indipendenti, ndr), ma correndo senza squadra. Venne notato da un italiano incaricato di scoprire ciclisti italiani da invitare al Tour e partecipò all'edizione del 1923, nella quale indossò la maglia gialla e terminò secondo (solo dopo una santa alleanza dei francesi, ndr).
Fu la svolta: Botescià, come lo chiamano i francesi, vincerà da dominatore sia l'edizione del 1924 (restando in maglia gialla dalla prima all'ultima tappa, ndr) sia quella del 1925, divenendo un eroe in Francia. Con la fama arrivarono anche i soldi e Bottecchia riuscì anche a fondare una ditta per la costruzione di biciclette (insieme a Teodoro Carnielli, ndr). Nell'edizione del 1926 del Tour de France fu costretto al ritiro al termine della decima tappa.»

In poco più di quattro anni di attività ciclistica il "muratore del Friuli", ma nativo di Colle Umberto nella Marca Trevigiana, aveva conquistato il mondo.
Bottecchia, da povero muratore di una povera regione contadina d'Italia era diventato una celebrità sportiva venerata ed ammirata.
Tra alti e bassi solamente sportivi i cinque anni di gloria ciclistica furono di una intensità esaltante ... sino alla data del 23 maggio 1927.
Quel giorno Ottavio non lo sa, ma è scattata la clessidra della sua vita: gli ultimi 10 giorni della sua intensa vita cerebrale, ricca di orgoglio contadino, coggiutaggine da montanaro, coraggio da povero ed emozioni da artista del pedale.
Quando pochi anni prima venne premiato con la medaglia di bronzo al valor militare non era un famoso sportivo e la motivazione recitava:
«Con calma ed ardimento, sotto violento fuoco nemico, aggiustava tiri efficacissimi e falcianti con la propria mitragliatrice, arrecando gravi perdite all'avversario e fermandone l'avanzata. Costretto più volte ad arretrare, incurante del pericolo, portava seco l'arma e tornava a postarla aprendo sempre il fuoco violento sul nemico.»
A parte le tronfie parole marziali, Bottecchia era così, gli inglesi direbbero che era un tipo "never give up", arrendersi mai. Ma a volte nella vita non si possono applicare le leggi nobili dello sport, la vita richiede anche sofferenza e soprattutto codardo "menefreghismo" (gli anni sono quelli), purtroppo.
Abbiamo detto del Bottecchia ciclista, del Bottecchia imprenditore, e per dare il giusto inquadramento dei fatti della vita di Bottecchia dobbiamo anche ricordare che Ottavio Bottecchia aderì ai "Fasci di Combattimento". Ovviamente era una adesione ormonale al primo fascismo, cosa che coinvolse tanti giovani, ex soldati allo sbando e poveri contadini. Capiamoci, il confine allora fra l'adesione ai movimenti rivoluzionari ed anarchici e l'adesione al fascismo era assolutamente labile. E il Bottecchia vincitore del Tour aveva poi finito per essere ospite di alcuni "circoli culturali proletari" parigini, animati da italiani.
Ma veniamo al maledetto 23 maggio 1927. Nei pressi di Vittorio Veneto una potente auto di lusso investe tale Giovanni Bottecchia in sella alla sua bici e lo uccide. Con la stessa auto il corpo ormai esanime di Giovanni venne trasportato all'ospedale di Ceneda, ma le fratture multiple e soprattutto la frattura alla base cranica non gli lasciano speranza.
Giovanni era l'amato fratello di Ottavio, un fratello contadino la cui famiglia si ama come la propria e Giovanni lasciava ben quattro fra figli e figlie.
Ottavio parlava poco e in dialetto veneto, era brusco, sospettoso e quel giorno gli cadde il mondo addosso. Non si capacita di quanto accaduto, non si dà pace. Decide di lasciare il ciclismo, non ne vuole più sapere del mondo fuori, ma dopo pochi giorni passa da casa sua il Giro e l'affetto e l'arrivederci fraterno dei colleghi lo fanno ripensare e tornare sui suoi passi.
Gli è vicino un grande amico, un suo gregario di lusso e compagno di tante battaglie, anche lui di San Martino di Colle Umberto, Alfonso Piccin, che certamente raccoglie il suo tormento, le sue confidenze e timori su quell'incidente.
In ogni caso Ottavio vuole, pretende che la famiglia di Giovanni venga risarcita per la perdita del caro padre/fratello. Porta con sè alla sua casa di Pordenone la secondogenita di Giovanni e discute con l'investitore la cifra dell'indennizzo, rifiutando sdegnatamente la proposta da questi ricevuta.
Probabilmente Ottavio è convinto di poter far valere le proprie ragioni come uomo celebre e prestigioso per l'Italia, ma siamo nel 1927 ed il regime, il potere assassino che nasconde la mano, la casta (attualissimo concetto) esistono già e prosperano.
Fu così che arrivò il 10° giorno della clessidra. Ottavio si doveva preparare al Tour, per fare magari ciò che poi fece il secondo, in ordine cronologico, ciclista italiano della storia più amato dai francesi, ovvero Fausto Coppi che vinse un memorabile Tour dedicandolo allo scomparso fratello Serse.
Ma non andò così, il nero destino aveva già deciso per lui una sorte diversa. Ottavio partì da Pordenone alla volta delle montagne carniche tanto di moda negli ultimi Giri, verso le montagne attorno a Clauzetto, Forgaria e Trasaghis. Nei pressi di Peonis, una frazione di Trasaghis, venne rinvenuto privo di sensi e col corpo martoriato da tante botte, un tipo di botte che recavano una firma che a quel tempo diventava sempre più conosciuta, la firma "di squadra" o "squadraccia" come poi vennero definite.
Ottavio fu portato all'ospedale di Gemona, dove non riprese mai conoscenza. Il suo corpo sopravviveva solo grazie al suo immenso cuore da ciclista, ma anche quel testardo muscolo cessò di lavorare dopo una dozzina di giorni. Ottavio spirò alle 10,45 del 15 giugno 1927 "munito dei conforti religiosi", così recitava il laconico necrologio.
Più profonda e veritiera è questa frase veneta: “Il Sior del pedal el tasea par sempre, lu e la so putea bici”.
Il 17 giugno si tennero i funerali solenni, amministrati dal regime. I funerali non si tennero a Pordenone (residenza) e men che meno nella scomoda natìa Colle Umberto, nei pressi di Vittorio Veneto. I funerali si tennero a Gemona sotto la supervisione del locale podestà.
Al funerale non partecipò nessuno dei colleghi ciclisti italiani e non perché questi fossero diventati improvvisamente degli immani stronzi.
Qualche uccellino aveva fatto capire loro che a quelle esequie era meglio non andare e soprattutto non ascoltare certe strane voci che giravano; ovviamente era tutto per il loro bene ed il loro quieto vivere.
Ma uno di loro non potè non andare e sebbene distrutto dal dolore, Alfonso Piccin accompagnò l'amico fraterno sino alla tomba, non curante dei diktat giunti dagli ambienti "ufficiali". Due mesi dopo, il 15 agosto, Piccin si impone di forza nel Giro del Veneto diventato Memorial Bottecchia e taglia il traguardo in un pianto liberatorio che la dice tutta sui sentimenti repressi silenziosamente nel suo cuore.
In compenso arrivò ai funerali il mondo, il mondo del ciclismo tutto, escluso quello italiano. Tutti i campioni francesi ed il gotha del ciclismo francese e belga si presentò alle esequie, capitanati dai fratelli Pellissier, ovvero coloro a cui Bottecchia avrebbe dovuto fare da gregario e che poi fece la sua immensa corsa. Senso tutto francese per l'arte e la qualità.
Ancora una volta, l' "Italietta puttana" lasciava agli altri ed in particolare ai francesi il compito di celebrare degnamente i suoi migliori figli, da lei regolarmente traditi ed abbandonati.
In quella vicenda il regime cominciò a mostrare anche allo sport ed agli sportivi (silenti e rassegnati come il resto degli italiani) il lato violento e corrotto del regime.
Esempio ne fu il fatto che i giornali francesi dedicarono paginate all'eroe sportivo italiano, mentre i giornali del fascismo lo relegarono subito in spazi contingentati e mettendo qua e là riferimenti poco eleganti per intaccarne subdolamente la memoria.
Il giornale del Duce, Il Popolo d'Italia, scrisse un solo un trafiletto su una colonna il seguente testo:
«Ottavio Bottecchia, dopo vari tentativi di affermazioni clamorose in Italia, si recò nel 1923 in Francia, reduce da un primo posto conquistato nel Giro d'Italia, categoria Isolati, e riuscì a classificarsi secondo nel Giro di Francia. Nel 1924 vinse il Giro di Francia e ripetè le sue gesta l'anno successivo. L'anno scorso, avversato dalla sfortuna, non condusse a termine il Giro. In Italia non ha disputato che poche gare e con risultati non soddisfacenti. Era atleta tagliato per le durissime tappe dei Pirenei ove, di solito, conquistava vantaggi decisivi, mentre si trovava a disagio negli arrivi in volata. Aveva raggranellato una discreta fortuna ma l'aveva tutta dedicata a migliorare le condizioni dei fratelli e dei parenti. Era rientrato in patria da pochi giorni.»
Poi il pezzo si immergeva nella retorica con frasi ridondandi, ricche di propaganda, in cui il soggetto era il "noi", dove noi erano i fascisti. Insomma due righe per Bottecchia, peraltro viscide, e poi una spataffiata per ciò che il partito aveva fatto per Bottecchia. Le cose andavano così. Anche da morto continuava il pestaggio coi manganelli che non lasciavano cicatrici.

CONTINUA


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L'omicidio di Ottavio Bottecchia

Messaggio Da BenoixRoberti il Gio Nov 14, 2013 4:21 pm

2a parte
La versione ufficiale dell'accaduto fu ovviamente quella del malore seguito da una tremenda caduta. Era ovviamente una versione addomesticata, anche perché il tratto di strada in cui Tavio venne ritrovato sanguinante e quasi incosciente, prima di perdere definitivamente i sensi era addirittura in leggera ascesa e gli ematomi erano tanti e diffusi. Una caduta non poteva ridurre il povero ciclista in quello stato. E secondo quanto emerso successivamente da alcune testimonianze, Bottecchia non si riprese mai dal coma, come invece affermato dalla vedova, da una infermiera e dalla nipote che si comportarono in quel modo perché distrutte dal doppio lutto, dalla enormità degli eventi e perché Ottavio era coperto da una assicurazione che, stranamente, fu molto rapida e munifica, liquidandole senza indagini ben 500.000 lire (che attualizzate con le tabelle fanno circa 4-500.000 euro di oggi).
La scatola cranica così ampiamente rientrata, col successivo ematoma commotivo, non era minimamente compatibile con il benchè minimo stato di coscienza. Anche un esame autoptico odierno lo potrebbe confermare peraltro. E va anche detto che il corpo del ciclista era regolarmente piantonato dalle camicie nere all'ospedale di Gemona ... non fosse mai che si risvegliasse!

Perché il regime impose subito una verità d'ufficio? Quale interesse poteva avere il regime fascista in questa vicenda? Lo vedremo più avanti.
Subito dopo ovviamente le voci del pestaggio sotto traccia si diffusero. A Peonis in tanti avevano visto cosa era successo e le persone sapevano chi erano stati gli autori materiali del pestaggio.
Le voci arrivarono in Francia e molto probabilmente in questo ebbe un ruolo il "fratello di bici" Alfonso Piccin.
I giornali francesi, influenzati anche dai politici socialisti, anarchici e radicali là riparati per scappare dal regime descrissero la morte di Bottecchia come un omicidio politico, motivato dal fatto che Bottecchia dopo i suoi Tour avesse frequentato alcuni dei loro circoli.
Nella realtà Ottavio Bottecchia aveva probabilmente frequentato da campione italiano quei luoghi, cosciente del fatto che lo sport univa invece che dividere e, come detto, Tavio anni prima aveva pure aderito al primo fascismo come tanti altri italiani che poi capirono anche dopo pochi anni l'amara medicina della dittatura. E' difficile credere che l'omicidio di Bottecchia fosse un omicidio politico di natura ideologica. Tavio era sì celebre e con buona disponibilità economica, aveva aderito ai Fasci ed aveva poi anche espresso simpatie socialiste (certamente influenzato dalla "sua" Francia del Tour), ma restava un contadino con scarsa formazione e certamente non aveva potuto acquisire strumenti culturali tali da rappresentare anche un minimo punto di riferimento politico. La malattia della propaganda contagiava purtroppo tutti.
In ogni caso in Italia le voci si rincorrevano e visto che qualcosa emergeva, ecco che il regime iniziò ad alimentare una serie di leggende metropolitane, alcune esplicite ed alcune solo ventilate, utilizzando le solite retoriche del maschio latino cacciatore ed in cerca di guai. Allo squallore non c'è mai fine.
Cominciò a girare la voce che Bottecchia al suo ultimo Tour si facesse accompagnare da una bella donna e che la moglie gelosa gliela avesse fatta pagare. In fondo sarebbe stato solo un delitto d'onore e Tavio aveva avuto il suo bel funerale e le sue celebrazioni dallo Stato.
Si trattava ovviamente di una maldicenza che era un doppio messaggio, che metteva a tacere le voci e dava un segnale chiaro alla famiglia per spegnere ogni tentazione di ricerca della verità. Il regime li avrebbe poi rovinati chiedendo a quel punto (omicidio passionale) la restituzione del premio assicurativo.
Il messaggio era chiaro: Ottavio Bottecchia andava lasciato riposare in pace e ciascuno pensi a sé.
Di certo non pensava a sé Alfonso Piccin, che l'8 settembre del 1932, quattro giorni dopo il suo 31° compleanno perse la vita in uno strano incidente motociclistico. Il campione italiano dei dilettanti del 1924, il compagno di tante pedalate di Bottecchia, uno degli avversari di Alfredo Binda nel Lombardia se ne andava come il fratello di bici Tavio lasciando il mondo nel mistero, dopo aver lasciato il ciclismo l'anno precedente, dopo che nel 1930 la Bianchi stranamente non gli avesse rinnovato il contratto. Mi piace pensare che i due si siano ritrovati in qualche luogo, anche non fisico.

OTTAVIO BOTTECCHIA - ALFONSO PICCIN

Gli anni passano e la vicenda si sopisce; arriva la guerra ed il mondo cambia accecato da milioni di morti.
Quando la guerra termina, cessa anche il regime fascista anche nel nordest di Bottecchia e come tante altre vicende ci si sarebbe attesi l'emersione di una verità storica e/o la confessione dei colpevoli, come pure l'apertura di archivi. E invece no.
L'omicidio Bottecchia continua a restare un tabù, un argomento da cui stare lontani, una vicenda da raccontare con il disincanto del tempo come le buone leggende antiche. E le leggende abbondano.
Due persone si auto-accusarono, in seguito, dell'omicidio, entrambe (guarda caso) in punto di morte:
- un contadino del posto sostenne di aver picchiato Bottecchia perché gli stava rubando dell'uva (ma quella non era zona di uva da tavola o comunque particolarmente saporita o dissetante);
- un emigrante italiano negli Stati Uniti, come detto, in punto di morte raccontò di aver ucciso su commissione sia Bottecchia, sia il fratello Giovanni poco tempo prima, per motivi legati al racket delle scommesse del ciclismo su pista.
Perché uscì in particolare questa seconda confessione?
Inutile dire che la stampa italiana si tenne ben al largo da questa storia per decenni ancora, salvo quando era necessario propalare qualche bufala.
Ancora una volta sono i francesi a parlare del grande Botescià, sia nel ricordo sportivo, sia nella ricerca della verità sulla sua morte.
I francesi riprendono le inchieste e le interviste del grande giornalista giramondo Albert Londres, l'inventore de "I forzati della strada" (Les Forçats de la route) e pubblicano tutta una serie di circostanze che avvalorano l'ipotesi dell'omicidio politico e, grande novità, si mettono in correlazione le morti di Giovanni e Ottavio Bottecchia, caratteristica che sino ad allora i giornali italiani avevano evitato come la peste, ovviamente spinti a ciò dai dispacci del regime. I direttori dei giornali sapevano cosa fosse stato chiesto loro dal regime, perché continuavano ad evitare di affrontare l'argomento?
Cosa era stato così forte da imporre un certa volontà insabbiatoria sotto il regime e resistere alla guerra, rinnovando il proprio potere nell'Italia Repubblicana? Rispondendo a questo scopriremo come la storia arrivi ai giorni nostri ed il quadro ci apparirà molto nitido.

CONTINUA


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L'omicidio di Ottavio Bottecchia

Messaggio Da BenoixRoberti il Gio Nov 14, 2013 8:40 pm

3a parte
La bufala della mafia delle scommesse serviva ovviamente a dare un senso a quelle due strane morti così ravvicinate ed a mettere a tacere i ficcanaso francesi. Sembra proprio vero che in passato Bottecchia avesse rifiutato delle proposte di combine da parte del racket delle scommesse (mi pare in quel di Anversa), ma certamente non poteva essere quel banale episodio ad aver scatenato una simile reazione criminale. E poi cosa c'entrava il fratello Giovanni, perché parlare anche di lui?
E gli anni passarono, tantissimi anche dell'Italia repubblicana sino a che nel 1987, 60 anni dopo la morte di Tavio un insegnante proveniente dalla Sicilia (la regione dell'omertà), trapiantato a San Martino di Colle Umberto ed appassionatosi alla storia di Bottecchia decide di riprendere le storie dei francesi e di cercare riscontri per sciogliere la strana omertà del nordest. Il suo nome è Enrico Spitaleri ed il risultato è un libricino denso di dati.
Spitaleri riuscì a raccogliere testimonianze dirette e di parenti dei testimoni.
C'era stata nel frattempo un'altra confessione in punto di morte e questa era ben diversa; non era la confessione di un omicidio, ma la confessione di una impotenza, dell'impotenza di dire la verità su quello che era successo al povero Ottavio.
L'ipotesi del delitto per motivi politici fu avvalorata dalla rivelazione fatta in punto di morte dal parroco di Peonis, don Dante Nigris, secondo la quale il campione era rimasto vittima di un agguato politico. Il povero padre si scusava rammaricato per non aver raccontato prima quanto effettivamente avvenne e di cui lui era a conoscenza. Però padre Dante non parlò del movente, che forse non conosceva. Padre Dante non sapeva, ma i preti ... i preti in Veneto sanno sempre tutto.
Bottecchia era stato aggredito in località Cornino da una squadraccia fascista locale che lo attendeva da parecchio. Lo provocarono e lo colpirono con ferocia lasciandolo intontito sul posto. Ciò nonostante, Tavio riuscì a salire in sella pensando forse di riuscire ad arrivare a Gemona all'ospedale o forse a trovare prima un medico. Resta il fatto che giunto a Peonis stramazzò al suolo perdendo i sensi, probabilmente per l'ematoma o per il riversamento successivo alla commozione cerebrale.
Ma perché quella squadraccia lo aveva pestato in quel modo? Per quale ragione "politica"? Quale fastidio poteva mai dare Tavio al fascismo?
A questo punto si conosceva la causa della morte di Tavio, gli autori (almeno come riferimento di gruppo), ma continuava a mancare il movente, che doveva essere più o meno "politico". Già, ma che tipo di movente politico? E cosa legava questo alla morte di Giovanni?
Eppoi perchè l'omertà dell'Italia repubblicana era la stessa di quella del periodo fascista? E quegli improbabili personaggi con le loro improbabili confessioni, da cosa erano mossi e motivati? Ma come era possibile? E perché alcuni "esperti" ancora si sforzavano a trovare riscontri per avvalorare (dopo 60 anni!) la strampalata ipotesi del malore dovuto una aranciata fredda, che avrebbe poi provocato la caduta? Eh già la mitica "Aranciata Bottecchia" restava al suo posto anche dopo 60 anni. Sad

Di tutti quegli strani eventi dal 1927 in poi, quale era il primo in ordine cronologico? Risposta: la morte di Giovanni. Bene allora la chiave andava trovata lì. Come era morto Giovanni? Investito da una auto di servizio pubblico (taxi e noleggio) della ditta Saita di Pordenone. Bene, quanti nel 1927 potevano permettersi un "lusso" del genere? Beh quando c'è un lusso, le epoche son tutte uguali: politici e/o imprenditori di grido, già perché ci sono anche politici-imprenditori anche nel 1927, anzi erano già allora "prenditori".
Sì, tutto chiaro, ma quali politici e/o imprenditori potevano permettersi a Vittorio Veneto, nel Veneto depresso post-bellico un noleggio auto?
Oops, uno solo, uno solo certamente del luogo, e poi magari qualche politico "fassista" in viaggio per quelle lande. Mah chi ci crede? Boh saran stati lì per il 24 maggio? L'inizio della Grande Guerra? Ma va là mona, siamo nel 1927, la guerra si festeggia alla fine non all'inizio. Lasciamo perdere va, chi è il signorotto del luogo che può noleggiare l'auto nel 1927?
Chi lo fa quel nome? L'Espresso? No, no, acqua. La Gazzetta? Nooo. Le Monde? Nooo. Neanche il Times? No!
Chi poteva sapere o avere capito tutto? Ah sì, certo, i preti! Esatto! I preti.
Il 20 maggio 2008, ad 81 anni dalla morte di Bottecchia, L'Avvenire quotidiano episcopale italiano pubblica un articolo a firma di Massimo Castellani che, quatto, quatto, la dice tutta. L'auto della Saita di Pordenone era nella continua disponibilità di tale Franco Marinotti, influente industriale e uomo politico del locale partito fascista.
Mah sì, sono nomi di paese di tanti, troppi anni fa. Cosa importa stare ancora oggi ad indagare su vicende così vecchie? Roba da topi di biblioteca.
Franco Marinotti, locale, partito, Vittorio Veneto. Mah, eppure Marinotti mi dice qualcosa, mi dice qualcosa ...
Idea! Idea Porcomondo se mi dice qualcosa! Ma possibile che nessun quotidiano abbia ripreso questa notizia dandogli la dovuta veste e rilevanza? Ma certo, è tutto chiaro adesso. Ma dàì, spettuma un po', se dis a Milàn.
Mi ricordo di avere letto il nome di Franco Marinotti nel famoso libro "Razza Padrona" di Turani.
Niente, nessuno ebbe il coraggio di riprendere quell'articolo, di prendere in carico finalmente una evidente verità storica e dare dopo oltre 80 anni una degna sepoltura a Ottavio Bottecchia e, forse, anche ad Alfonso Piccin, chiarendo la veridicità o meno del suo "strano" incidente motociclistico.
Nessuno le fece e lo ha ancora fatto in questa merdosa Italia.

Chi era Franco Marinotti?
Franco Marinotti era stato creato conte ed industriale (di Stato) da Benito Mussolini. Era stato anche il suo testimone di nozze.
Fu nominato dal duce conte di Torviscosa, il comune a sud di Udine, dove aveva installato un impianto industriale, il nucleo di quello che diverrà poi il gruppo Snia Viscosa.
Nel 1921 fu tra i promotori della Compagnia Italiana Commercio Estero, che poi divenne il carrozzone di raccomandati politici ICE (Istituto del Commercio Estero). In tale posizione entrò in contatto con l’industriale Senatore Borletti, azionista della SNIA, che alcuni anni dopo lo chiamò proprio alla SNIA come direttore centrale, e successivamente come amministratore delegato, presidente e poi anche azionista.
Negli anni ’30 la SNIA si integrò a monte per sfruttare le materie prime di origine nazionale (la cellulosa per la produzione della viscosa), risollevandosi dalla crisi finanziaria che l’aveva colpita. Marinotti fu un sostenitore del fascismo, ricoprendo tra l’altro la carica di vice-podestà di Milano e di podestà in carica di Torviscosa.
Negli ultimi anni del fascismo e grazie alle sue doti di navigato affabulatore (era un riconosciuto sciupafemmine), ed alle amicizie influenti nella sfera economica entrò in contatto con ambienti che sarebbero poi stati i poteri forti della Repubblica. Nacque l'amicizia con Enrico Cuccia e contemporaneamente intrecciò legami con la finanza vaticana, in particolare con Massimo Spada, funzionario poi divenuto uomo chiave dello IOR.
Dopo l’8 settembre 1943 invece si allontanò politicamente da Mussolini, venendo anche arrestato dai repubblichini.
Nel secondo dopoguerra subì comunque un processo di epurazione, e fu condannato alla sospensione dalle cariche sociali; nonostante ciò, nel 1947 tornò alla guida della SNIA, dove rimase fin quasi alla sua morte. Mantenne un rapporto saldo con Enrico Cuccia e con Mediobanca, che entrò nel capitale dell’azienda.
È rimasto celebre l’episodio del 1954, quando il sindaco di Firenze Giorgio La Pira chiese e ottenne che il Ministro degli Interni, Fanfani, facesse ritirare il passaporto di Marinotti che si stava recando all’estero, non voleva trattare con i Sindacati e per convincerlo a ritornare sulla decisione di chiudere il Pignone, allora nell’orbita della SNIA; l’azienda fu poi rilevata dall’ENI, sempre per intervento di La Pira nei confronti di Enrico Mattei, allora Presidente dell’ENI. La nuova denominazione, a seguito dell’ingresso nel Gruppo ENI è, ancor oggi, NUOVO PIGNONE.
Franco Marinotti dopo essere stato nel gotha del regime fascista, si era ritagliato un ruolo di rilievo anche nell'Italia repubblicana della grande finanza, tanto che fu uno dei maggiori padrini negli anni 60 di un giovane banchiere emergente, Michele Sindona.
Franco Marinotti morì nel 1966; il suo pacchetto azionario passò al figlio Paolo, che nel 1972 la cedette a peso d'oro alla Montedison, in una operazione da privato a Stato che ne ricorda tante altre successive. Paolo Marinotti si dedicò quindi alle attività in cui eccelleva meglio: l'arte e la vita mondana di playboy. Fu uno degli "accompagnatori" di Ira Furstenberg la parente di Gianni Agnelli che tentò la carriera cinematografica. Negli ultimi anni di vita visse con una focosa brasiliana che animò una lotta all'ultimo sangue coi 4 figli per l'eredità. I figli gli offrirono 6 miliardi che lei rifiutò e perse tutto.
Tentò di scappare dalla Spagna con un container con decine di dipinti preziosi, ma venne bloccata dalla polizia iberica.
Il patrimonio dei Marinotti era stimato a fine anni 90 in circa 1500 miliardi di lire (750 milioni di euro di allora) e fra questi la villa-palazzo a Milano in Via Alberto da Giussano, zona Conciliazione, a due passi da Corso Vercelli. Già, la sciura di Corso Vercelli conosceva probabilmente bene tutta la storia.
Uno dei figli di Paolo sia chiama come il nonno, ovvero Franco, ed è un importante gallerista di fama internazionale, che collabora con vari artisti come Maurizio Cattelan, lo scultore del famoso dito medio esposto in Piazza Affari di fronte a Palazzo Mezzanotte a Milano, ovvero la Borsa.
Quel dito è sempre più un totem della storia italiana, finanziaria e civile, della razza padrona e di una democrazia in divenire.

Bastano poche righe per capire il potere anche mediatico di Franco Marinotti, tramite Mediobanca, nell'Italia repubblicana.
Dopo avere dominato l'Italia fascista, l'industriale veneto aveva dominato anche l'Italia repubblicana. Eh già, la razza padrona.
Poteva davvero Ottavio Bottecchia andare contro al potere quasi assoluto di Franco Marinotti?
Il povero e tenace ciclista veneto aveva domato Alpi e Pirenei, come poteva avere paura di Marinotti? Ne avesse avuta, avrebbe probabilmente avuto salva la vita.
Tutto era iniziato quel triste 23 maggio 1927, dall'incidente dell'amato fratello Giovanni.
L'industriale aveva offerto a Tavio un indennizzo di sole 100.000 lire, non congruo diremmo oggi, per la famiglia di Giovanni e Ottavio si era incaponito; il "cumenda" doveva pagare di più. Serviva a quel punto una lezione. E chi meglio degli amici nero-vestiti si prestava meglio allo scopo?
Non è dato sapere se la lezione dovesse essere definitiva o solo un "tieni a mente". Forse si era convinto di poter fare pressione anche grazie agli amici (o supposti tali) della stampa. Resta il fatto che Ottavio da quel pestaggio squadrista ne uscì morto.

Quindi la triste storia fu più o meno così:
Giovanni Bottecchia - omicidio colposo (incidente stradale)
Ottavio Bottecchia - omicidio preterintenzionale da parte di una squadra fascista
Alfonso Piccin - Omi-sui-...cidio colposo preter ... intenzionale???

Quanto dovremo ancora aspettare per vedere riconosciuta al nostro Tavio la verità storica di cui gli siamo debitori?
O dobbiamo aspettare che uno scrittore francese venga in Italia a scrivere ciò che tutti ormai possiamo sapere?
Non sono sufficienti neanche 86 anni per questa cosa piccola, piccola di rispetto storico?
Ottavio Bottecchia Vive! Aspettando la verità ...

Ps. Lo schifo di oggi ha radici antiche. Chi non impara dalla storia è destinato a riviverla. Embarassed Sad

FINE (Ottavio Bottecchia)



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Albert Richter

Messaggio Da BenoixRoberti il Gio Nov 14, 2013 9:33 pm

ALBERT RICHTER
Quando Hitler elesse la svastica a simbolo del nazismo, scelse uno dei più antichi simboli di potere della storia dell'uomo. La croce uncinata infatti deriva dal culto del sole dell'antica civiltà indiana e se disegnata con gli uncini in senso orario, come quella nazista, indica il sorgere del sole, la creazione, la nascita. Il Führer ebbe la capacità di tramutare la svastica in un micidiale strumento di propaganda: tale simbolo grafico semplicissimo, veniva riprodotto ovunque ed in gran numero, in modo tale da influenzare il pubblico a livello psicologico, per “piegare l’intera nazione alla forza di una dottrina”, come scriveva lo stesso Hitler nel suo libro Mein Kampf.

La svastica veniva disegnata anche sulle divise della nazionale tedesca di ciclismo su pista. Era ovvio, tutti gli atleti del Reich dovevano portare quel simbolo, che rappresentava la vittoria del popolo ariano e l’antagonismo rispetto a tutto ciò che non era tedesco. Già nel 1934 però ci fu qualcuno che si rifiutò di indossare quel simbolo, di portare quel messaggio di odio e di razzismo sulla propria divisa: il giovane campione di ciclismo Albert Richter.

Albert (nato il 14/10/1912) veniva da una umile famiglia di un sobborgo di Colonia, sapeva suonare il violino perché suo padre era un musicista di talento e lavorava intagliando il gesso. Fin da piccolo però preferiva la fatica dei pedali agli accordi musicali e passava segretamente il suo tempo libero al velodromo, dove girava con la sua bici fino allo sfinimento. Fu così che il giovane Albert fu notato da Ernst Berliner, un ex campione di ciclismo noto per le sue grandi qualità da allenatore. Berliner era ebreo, ma la cosa non sembrava turbare quel ventenne di Colonia, il cui unico interesse era andare forte in bicicletta.

Tra i due nacque un rapporto speciale, mentre in Germania l’antisemitismo si diffondeva come un’epidemia mortale. Nel 1932 Richter raccolse il primo grande successo internazionale: a Roma vinse il campionato del mondo dilettanti su pista. Da quel momento in poi i successi e la fama del “Tedesco a otto cilindri” (così veniva soprannominato) crebbero parallelamente al potere del dittatore Hitler, che nel frattempo stava costruendo il suo Terzo Reich. Tra i due si può dire che fu odio fin da subito: il Führer non poteva tollerare un atleta tedesco che vinceva grazie all'aiuto di un allenatore ebreo, che non salutava alzando la mano destra, che tagliava il traguardo mostrando la divisa della sua Germania e non quella svastica maledetta.



Albert Richter (da notare come nella foto Richter sia l’unico con la mano destra lungo il fianco)

Richter dal canto suo, nonostante le difficoltà e le tante pressioni, continuò ad allenarsi con Berliner, anche quando l’allenatore ebreo fu costretto a scappare in Olanda per evitare le persecuzioni. Un ciclista svizzero, Sepp Dinkelkamp, ricorda così il suo collega: “Posso dire con certezza che Albert era anti-nazista. Se avesse accondisceso al nazismo, tutto sarebbe stato molto più facile per lui, e a suo vantaggio. Ma Albert scelse un’altra strada…“ Egli infatti fu l’unico ad opporsi alle direttive del regime: gli altri fortissimi ciclisti tedeschi, Scherens e Gerardin, si prestarono alle idealizzazioni dell'atleta ariano di cui la propaganda nazista aveva bisogno. Ma Richter difese con onore la sua scelta anche sulla pista: dal 1933 al 1939 fu sempre sul podio in tutti i Campionati del mondo a cui prese parte. Egli era il portatore di un messaggio alternativo, incarnava la forza del popolo tedesco, ma non di quello nazista. Vinceva perché gli piaceva correre in bici, ma non odiava i suoi avversari, non li considerava nemici ed era amato da tutti i tifosi tedeschi come da quelli stranieri: per questo faceva paura ai nazisti.

Il 1 settembre 1939 Hitler attaccava la Polonia e faceva così scoppiare la seconda guerra mondiale: Richter capì di essere in pericolo. Egli infatti non rispose alla chiamata alle armi dicendo: “io non sparo ai miei amici.” In più aveva capito che c’erano delle spie nella nazionale tedesca e che prima o poi lo avrebbero incastrato. Decise allora di disputare il Grand Prix di Berlino e subito dopo di scappare in Svizzera dove aveva qualcuno che lo potesse nascondere. Berliner gli sconsigliò di correre quel rischio, ma Albert voleva battere ancora una volta quegli atleti con la svastica, proprio davanti al pubblico della capitale tedesca. A Berlino il 9 dicembre Richter vinse la sua ultima gara, ma ormai la battaglia che stava combattendo diventava troppo grande per un solo uomo. Egli tornò a Colonia, dove raccolse il denaro di un suo amico ebreo, per portarlo al sicuro insieme a lui in Svizzera, poi prese il primo treno e se andò insieme alla sua bici.

Il 31 dicembre 1939 Albert Richter fu fermato al confine e ucciso dalla polizia nazista. Alla sua morte seguì la sua eliminazione dalla memoria dei tedeschi: fu diramato un comunicato in cui si diceva che Richter si era impiccato per la vergogna, dopo essere stato fermato dalla polizia per contrabbando. Nei giorni seguenti il suo nome fu cancellato da tutte le classifiche e fu grattato via da tutte le lapidi scolpite in suo onore. La propaganda nazista fece il suo dovere, la svastica sembrava aver trionfato e il mondo si dimenticò di Albert Richter.

A ricordarsi bene del suo amico e allievo era però Ernst Berliner. L’allenatore ebreo, una volta fuggito in America, incominciò una lunghissima battaglia per far tornare alla luce la storia di Richter, per farsi che non venisse gettata nell'oblio. Berliner sapeva quanto importante fosse il ricordo di quel ragazzo, sapeva che solo raccontando la sua storia avrebbe finalmente sconfitto quella svastica, responsabile della morte del suo amico. La memoria non deve servire solo a ricordarci la banalità del male, come scriveva Hannah Arendt, ma deve anche raccontarci la semplicità del bene: un ragazzotto di Colonia con un singolo gesto, come non indossare una divisa nazista, è stato uno degli esempi più limpidi di resistenza e di rifiuto della follia nazista.

http://www.iopensoindipendente.it/?p=1098

Rispetto al pezzo sopra riportato vanno fatte alcune precisazioni. Richter fu arrestato il 31 dicembre, ma la sua vita terminò, finalmente (perché la Gestapo non gli risparmiò il supplizio), il 2 gennaio 1940.
Nella vicenda della cattura di Richter ebbero un ruolo fondamentale e infame due suoi colleghi, regolarmente battuti da Albert: Werner Miether e Peter Steffes.
Lon Pullen disse: "Miether era già stato coinvolto in vicende di spionaggio in favore del terzo Reich, e sia lui che Steffes furono in seguito implicati anche nella ricettazione di preziosi sottratti a ebrei francesi rastrellati dai pogrom nazisti."
Che l'infamia li accompagni per il resto dei tempi.

Ps. Incredibile la somiglianza tra il sorriso di Albert Richter e quello di Tony Martin.


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Re: GRANDE STORIA e Ciclismo

Messaggio Da cauz. il Gio Nov 14, 2013 11:59 pm

per i pigri Smile
la storia di Bottecchia è raccontata anche in un bel fumetto. questo:
http://store.tunue.com/graphic-novel/bottecchia.html


(ps. non è vero che è per i pigri)



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Re: GRANDE STORIA e Ciclismo

Messaggio Da Lemond il Ven Nov 15, 2013 12:08 pm

Strano, io avevo fino ad oggi sempre "saputo" che Bottecchia era stato fatto cadere dai francesi, perché non volevano che un italiano vincesse ancora il Tour. Evidentemente la fonte a cui si era abbeverato quel bambino (avrò avuto cinque o sei anni) era di origine facista. Sad


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Re: GRANDE STORIA e Ciclismo

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