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Laurent Fignon

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Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Gio Mar 27, 2014 8:12 am

Promemoria primo messaggio :

Nous etions jeunes et insouciants

Copertina

Vincitore due volte del Tour, L.F. entra a 22 anni nella leggenda del ciclismo francese e diventa l'eroe di tutta una generazione. Egli incarna la gioventù, la foga, l'impertinenza e riesce ad essere il rivale di un corridore come Bernard Hinault.
Fra il 1982 e il 1993 attraversa l'età dell'oro di un sport epico e conosce tutto ciò che un campione eccezionale può sperare e temere: il superamento di se stesso, la gloria, un infortunio grave, alcuni periodi di dubbio, la tentazione del doping e la fine di una carriera esigente.
Nel 1989 lo si crede finito, ma rinasce dalle ceneri, vince il Giro e finisce secondo dietro Greg Lemond: otto secondi li separano dopo 3285 Km di corsa.
In questa testimonianza, senza concessioni di sorta, l'ex campione, diventato commentatore sportivo su France T. , ci svela anche, per la prima volta in questo "mondo chiuso", il contrario del perbenismo: le feste, le ragazze, le amicizie, i tradimenti, Le "combines" e ovviamente il doping.
Perché L.F. ha vissuto il ciclismo al suo apogeo, inserito fra gli arcaismi precedenti e le ambiguità di oggi; un'epoca dove i ciclisti non avevano paura di niente.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Sab Mag 10, 2014 8:45 am

Nous étions jeunes et insouciants (XLIV)

Il ritorno del grande biondo



I drammi, per fortuna, non costituiscono il menu quotidiano del campione, perché in lui sonnecchia, o almeno pare, il seme rigeneratore.
A 28 anni, l'ottavo anno di professionalismo me ne avrebbe dato un buon esempio.
All'inizio del 1989 ero "leader" unico, perché anche C. Mottet se n'era andato; C. Guimard non era contento di averlo e quindi si può dire che la squadra era piuttosto mediocre, non certo degna di un "leader" in grado di vincere il Tour. Io ne ero cosciente, ma non mi preoccupavo molto e, d'altro canto avevamo recrutato un giovane danese: B. Riis, che avevo notato al Giro della CEE, un ragazzo leale e parecchio forte, in grado di essere un buon compagno di squadra. Appena l'ò visto, avevo detto a Guimard che bisognava proprio ingaggiarlo e la cosa fu facile, perché alla fine del 1988 Riis non aveva più squadra e nessuno lo voleva. Mi ha confidato dopo che, senza la nostra proposta, avrebbe abbandonato il ciclismo! Da quali dettagli può dipendere una carriera!?
Bjarne si disimpegnava bene nelle mischie, era solido, non rifiutava mai i suoi doveri e stare alla sua ruota era un piacere totale, perché sapeva fare tutto. Non avevo bisogno di dirgli niente: stavo a ruota ed al resto ci pensava lui. Un'armonia piuttosto rara ed ero proprio contento di non essermi sbagliato in "quell'amore a prima vista", ma non sapevo allora che quest'uomo avrebbe fatto parlare di sé parecchio sovente.
Era, in effetti, una grossa ciclindrata, un gran bel corridore, ma, intendiamoci, incapace di vincere un Tour in circostanze normali e si è saputo dopo, come ha vinto quello del 1996.
Durante gli "stage" invernali, Guimard ci aveva obbligato a degli allenamenti veramente difficili: molti esercizi di forza, per esempio sulla cote di Pont-Réan, ove dovevamo percorrere un circùito che era stato teatro di un campionato di Francia. C'era una salita aspra e Guimard ce l'à fatta fare dieci volte a fondo. C'è da dire però che il giorno prima, eravamo quasi tutti andati a festeggiare e ritornati alle sette del mattino. Ammetto che non era stato per niente ragionevole farlo e che la mia incoscienza si era fatta rivedere. Un'altra prova?
Ritornando in camera, che dividevo con Pascal Simon, che aveva firmato proprio quell'anno per la nostra squadra, ho fatto abbastanza rumore. Occorre dire che non ero solo, eravamo in due ad emettere piccoli gridolini nel letto. Simon si è svegliato ed ha cominciato a guardare lo spettacolo che si svolgeva sotto le coperte; aveva l'aria molto interessata il ... tapino! Ma proprio mentre stava giocando il ruolo di "voyeur", noi due siamo saltati fuori dal letto e ... era Barteau l'altro sotto le coperte.
Pascal è stato al gioco ed ha soltanto gridato :"Banda di cretini" Che c'è di meglio di un risveglio mattutino fatto con buon umore?
Pertanto non avevamo dormito in molti quella notte e Guimard, non so come, l'aveva saputo e non era contento e fu proprio quel giorno che aveva, se non improvvisato, sicuramente indurito quella famosa prova di esercizio di forza. Fu infernale. Lo sguardo cattivo di Guimard mi faceva capire che voleva piegarmi, farmi crollare. Ma in quei dieci muri, corsi con rabbia e determinazione, sono sempre passato per primo e si era fatto anche un undicesimo giro supplementare, che Cyrille non ha però mai voluto contare.
Guimard mi aveva messo alla prova davanti ai compagni ed io, malgrado la notte bianca, avevo saputo rispondere e questa è proprio l'indicazione che ero ritornato me stesso: capacità di vincere e gioia di vivere.
Sempre in quell'anno, fu messa a nostra disposizione una novità tecnica : gli pneumatici Michelin, che rappresentavano una specie di rivoluzione. La tradizione esigeva, soprattutto fra i professionisti, l'utilizzo dei tubolari più fini possibile, in generale 20 millimetri, mentre, non solamente si trattava di pneumatici, ma Michelin ci chiedeva anche di correre con una sezione da 23 millimetri, cosa che a noi pareva impossibile e quindi non eravamo né fiduciosi, né convinti. Certamente i tecnici della casa erano venuti a presentarci i loro studi sulla questione e volevano dimostrare che il contatto con il suolo restava lo stesso: 8 o 9 millimetri. Per essi l'originalità stava altrove e cioè nell'angolo dello pneumatico che in curva avrebbe dato una migliore aderenza.
Come ho detto, eravamo più che scettici e durante i primi allenamenti il nostro disagio fu soprattutto psicologico: avevamo l'idea che quel "grosso" diametro ci facesse perdere velocità e ... poi siamo andati al Tour dell'Alto Var, ove le condizioni erano ideali per testare simili gomme: trombe d'acqua tutta la giornata.
E là, il miracolo c'è apparso evidente: nelle discese, quegli ... ci permettevano di staccare tutti, proprio tutti. Nessuno era capace neppure di prendere le nostre ruote, era favoloso, un'aderenza eccezionale e un progresso tecnico considerevole e, a livello di velocità, la differenza era minima, tanto più che la posizione in sella era migliore.
In quei giorni, leggevo l'Equipe tutti i giorni e la spulciavo in quasi tutti i dettagli; a quell'epoca il giornale riportava i risultati di tutte le corse del calendario. In questo modo verificavo le progressioni degli uni e degli altri e non c'era modo di sbagliare. Se un corridore cominciava ad apparire in certe classifiche, era un segno e ci si poteva aspettare di ritrovarselo davanti in uno dei grandi appuntamenti. Fino alla fine degli anni ottanta, questo riferimento era fondamentale per noi, mentre oggi non significa più niente, ciascuno si allena per conto suo, spesso lontano dalle corse, talvolta in altri continenti. Ai miei tempi ci si vedeva in tutte le prove del calendario ed un corridore non restava mai nascosto, bisognava mostrarsi e stare davanti, perché solo in quel modo si imparava il mestiere e si progrediva. Ora è sufficiente vincere una tappa in un Tour una volta nella vita per riuscire una carriera: ci si contenta decisamente di poco.
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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Dom Mag 11, 2014 9:56 am

Nous étions jeunes et insouciants (XLV)


Dopo la mia gloriosa recidiva in Corso Cavallotti, ho portato la "del tutto fresca" maglia della, appunto, neonata Coppa del Mondo. E per essere fresca, lo era davvero, perché quella divisa, senza colore né anima, era soprattutto di una qualità tessile indegna. E al Giro delle Fiandre, sotto la pioggia, non sono mai riuscito a riscaldarmi, malgrado la sopraveste e il "k-way" e dovetti abbandonare. Una volta bagnata, questa maglia ridicola non asciugava più, come la Coppa del mondo, era fatta di vento, non esisteva in concreto.
Spieghiamoci meglio. L'U.C.I. aveva inventato questa Coppa, che aveva solo un lontano rapporto con ciò che avveniva nello sci o nel tennis. Ufficialmente concepita per razionalizzare il calendario e consacrare alla fine della stagione la regolarità di un corridore nelle più grandi corse di un giorno, non sarebbe stata una cattiva idea in sé. Però l'U.C.I. ha arbitrariamente stabilito quali fossero le "classiche" giudicate degne di figurare nella Coppa, definendo le altre, invece, secondarie. Certamente occorreva riformare il calendario, ma non in quella maniera. Allorché era necessario, quasi vitale, dilatare le classiche nel tempo, affinché i corridori le potessero preparare meglio, ma anche per renderle più visibili al gran pubblico, si è scelto invece la concentrazione. Con la Coppa, l'insieme della stagione è stata denaturata, per esempio la Freccia Vallone ha subito d'autorità una cura di di restringimento , grottesco.
Nella storia del ciclismo, intendo la *vera storia* ce ne sono cinque di "classiche": Milano-Sanremo, Giro delle Fiandre, Parigi-Roubaix, L-B-L e Giro di Lombardia, poi Gand-Wevelgem, Freccia Vallone, Parigi-Bruxelles e Parigi-Tours; il resto era una specie di accessorio. Io certo non avevo niente contro l'idea di creare nuove corse, ma non si poteva decretare che "ipso facto" fossero anche subito grandi classiche. Un G.P. di Montréal non valeva niente, confronto alla L-B-L, per non parlare di Classica delle Alpi vs il Giro di Lombardia!
Per non lasciare nulla di intentato, fu anche il momento che si inventarono i c.d. punti F.I.C.P. (ciclismo professionista), perché all'inizio degli anni novanta la grande riunificazione del ciclismo mondiale non aveva ancora avuto luogo, bisognerà attendere la caduta dell'URSS, per la creazione dell' U.C.I.
L'attribuzione di questi punti, concessa in ogni corsa, a condizione di finirla, modificò profondamente la mentalità dei ciclisti, perché essi divennero la "cartina di tornasole" per determinare il valore di un corridore e rappresentavano anche il passaporto delle squadre in vista della partecipazione alle più grandi corse, in particolare il Tour. La corsa ai punti divenne quasi obbligatoria: per gli atleti era una fonte di profitto per negoziare al meglio i loro trasferimenti e per le squadre, acquistare corridori che disponevano di molti punti, voleva dire assicurarsi una ciambella di salvataggio ...
La perversità ufficializzata a tutti i piani, perché lo scopo di molti non era più quello di vincere le corse, ma di prendere i punti e questo modificava in profondità le tattiche di corsa ed assistevamo progressivamente alla svalorizzazione della vittoria. Tutto ciò era ancora più nefasto se si pensa a quanto avrebbe influenzato le nuove generazioni; ciascuno sarebbe diventato egoista e calcolatore.
Fino allora mai il valore di un ciclista era stato calcolato in un modo così sbagliato, mai un buon "gregario" era stato obbligato a finire una classica, a che sarebbe servito arrivare a mezz'ora?
Un aneddoto (nota mia: ma sarebbe stato più appropriato usare l'arboriano *nanetto* ) : partecipare (e naturalmente concluderla) alla sei giorni di Grenoble comportava un accumolo di 25 punti, ma c'è da dire che era una corsa per la quale i corridori partecipavano ... solo su invito.
Lo spirito stesso del ciclismo veniva sconvolto


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Lun Mag 12, 2014 8:21 am

Nous étions jeunes et insouciants (XLVI)


C'è mancato poco che non potessi correre il Giro del 1989, ma nei mesi precedenti, l'organizzatore Vincenzo Torriani aveva fatto notevole pressione affinché Système U (diventata Super U) si iscrivesse ed era disposto a firmare anche qualche assegno, come era costume in quei casi. Era tuttavia quello stesso vecchio brigante, dal viso gioviale, sempre pronto al sorriso, che aveva concepito nel 1984, alla mia prima partecipazione, un percorso favorevole a F. Moser. E non gli era bastato, perché le aveva tentate tutte, durante la prova, per piegarmi, fino (come di sa) a sopprimere lo Stelvio etc. Erano, per me, ricordi difficili da cancellare. Ma cinque anni dopo, la simpatia dimostratami mi intrigava e mi rendeva molto decontratto, così che anche i miei compagni furono "colpiti" dalla mia calma e tranquillità.
Il percorso proposto si annunciava come uno dei più duri della storia, senza neppure un giorno di riposo e con le principali tappe di montagna concentrate in sei giorni. M. Fondriest, che avevo battuto l'anno prima a San Remo, aveva addirittura dichiarato: "Con un simile percorso Moser non avrebbe mai vinto." Un modo per rendermi omaggio e tutto ciò mi faceva sentire un po' italiano "ante litteram".
Eravamo fiduciosi, certo, ma partivamo con una squadra poco solida in montagna: Garde, Marie, Riis, Décrion, Salomon, Barteau ...
La prima crono individuale creò una specie di gerarchia e là Guimard si sarebbe potuto far prendere da una certa inquietudine, perché ero giunto 8°, concedendo una trentina di secondi alla nuova maglia rosa, l'olandese Eric Breukink, ma io ero cosciente di aver realizzato la mia miglior prestazione dal 1984, per me era quasi una vittoria.
Durante la tredicesima tappa, alla Cime di Lavaredo, uno dei più grandi luoghi di leggende al Giro, sotto un cielo plumbeo e piogge intermittenti, che mettevano sotto le ruote il fango nerastro che si trovava ai lati della strada, mi è sembrato di rivivere l'episodio dell'Alpe d'Huez del 1984. Gli stessi due attori: Herrera e io e la scena è inserita molto bene nella mia memoria. A 20 km dalla vetta, il colombiano accelerò in quel modo unico, di cui aveva il segreto e Guimard, più prudente e meno fiducioso che mai, ebbe solo una frase da urlare dalla portiera della sua vettura :" Non andare!" Eccesso di prudenza o no, che importa, avevo l'impressione di ringiovanire di cinque anni! E con gli stessi effetti, evidentemente, perché non l'ò più visto ed infatti sono finito secondo a un minuto dallo scalatore tascabile , e secondo anche in classifica generale. La sera, l'americano A. Hampsten, che finirà il giro in terza posizione, ebbe questa frase premonitoria :" Il vincitore di questo Giro non sarà necessariamente il più forte, ma il più intelligente."
Bisognava dimostrare chi fosse il giorno dopo, nella 14a tappa (da antologia). Solo salite, pioveva ancora e la temperatura si avvicinava allo zero. Di norma, con questo freddo, non sarebbe stato nemmeno il caso per me di partire, ma la mattina A. Gallopin ha avuto un'idea. A quel tempo i massaggiatori ci "impomatavano" prima della partenza per scaldarci i muscoli e tale prodotto si chiamava Kramer e se ne poteva scegliere fra tre, di diversa potenza: rosso il più ... arancione medio e quello di base, per i più delicati. Devo confessare che non sopportavo nemmeno il Kramer di base e quella mattina tuttavia, Alain era molto inquieto per il freddo e voleva in tutti i modi che fossi massaggiato con una di quelle pomate. Ed insistette tanto che io finii per rispondergli: "D'accordo per l'arancione." E lui che fece? Mi frizionò tutto il corpo con il rosso senza dirmelo. Parbleu, eravamo a più di un'ora dalla partenza ma mi bruciava talmente che sono dovuto uscire, malgrado il freddo, per poterlo sopportare. Saltellavo da tutte le parti, era orribile, ma ... il risultato fu che non ho avuto freddo per tutta la giornata!
E tuttavia la tappa era proprio "dantesca" e anche sotto la neve. Ad un certo momento sono andato da Guimard per chiedergli che volevo attaccare, dimmi quando. E lui mi ha detto di attendere e rispondeva sempre così tutte le volte che continuavo a chiederglielo. Aveva paura
Malgrado Guimard, ho fatto i miei piani e proprio quando la nebbia ci impediva di vedere la strada, ho attaccato una prima volta a 60 km dall'arrivo, tanto per vedere. Alcuni mi seguirono. Mi rammento che nelle discese mi sforzavo di pedalare per evitare ogni rischio di irrigidimento muscolare. In otto anni di mestiere non avevo mai affrontato simili intemperie, ma ... poi sul Campolongo sono ripartito, ma, stavolta, più bruscamente. Rispondevo alla violenza degli elementi con un altro tipo di violenza, come se fossi spinto da questo tempo "infame" verso una specie di esaltazione. Il leader, Breukink è esploso, perdendo circa sei minuti e ho preso la maglia rosa. Era cambiato anche il mio avversario principale, che si chiamava ormai Flavio Giupponi, un italiano giovane, ma il pericolo restava, perché c'era sempre il freddo, la pioggia e la neve, non certo cose buone per me, e che mi facevano temere, presto o tardi, di doverle pagar care.
In queste condizioni, che dire allora dell'annullamento della tappa di montagna fra Trento e Santa Caterina, che doveva passare per il Tonale e per il celeberrimo Gavia, reso pericoloso a cause di possibili frane? Era in effetti un regalo, ma avvelenato, perché la stampa transalpina accusò Torriani di volermi favorire. Ma non conoscevamo il tipo? Cinque anni prima aveva annullato lo Stelvio senza motivo apparente, salvo di impedirmi di staccare Moser in classifica, ed ora, si sarebbe riscattato in qualche modo mentre proprio un italiano mi minacciava? Sospettare Torriani di favorire uno straniero era stupido, perché tutti i suoi atti, e la sua vita intiera avevano dimostrato il contrario e anche alla vigilia, desiderava in privato, la vittoria di Giupponi e se avesse conosciuto il mio reale stato di salute, non avrebbe esitato un solo istante a mandare i corridori a sfidare tutti i rischi di quelle strade innevate. Quel mattino avevo uno spaventoso dolore alla spalla, si rifacevano sentire gli effetti di una caduta sugli sci di dieci anni prima. La calcificazione ossea era così dolorosa che, credetemi, non potevo più muovere il braccio. Se la tappa si fosse svolta la prospettiva di un abbandono era sospesa sulla mia maglia rosa E ciò non avrebbe forse rallegrato tutta l'Italia, compreso il mio "amico" Torriani?
Il dolore cresceva, però non riusciva a portarmi al dramma, ma nella cronoscalata di 10,7 km in vetta al Monte Generoso, quando arrivai, il traguardo mi apparve nella più completa oscurità, aumentata dall'ordine di arrivo, ove conobbi l'ampiezza delle perdite: 17° a 1 e 45 da Herrera e a 33 secondi da Giupponi. La stampa si scatenò, immaginando già un cambiamento di tendenza. Il freddo aveva quasi avuto la meglio e restavano ancora due tappe complicate sugli appennini.
Ma tutti questi "figli di buona donna" restarono con un "palmo di naso", perché un alleato importante tornò in gioco per regalarmi un prezioso jolli: il bel tempo. C'era un sole pieno durante gli ultimi tre giorni. La xx tappa si concludeva a La Spezia e io, come la squadra, ho conosciuto una giornata difficile, tranne gli ultimi 6 km. In vetta all'ultimo colle del giorno, che avevo scalato con il morso fra i denti, improvvisamente ho sentito meno male alle gambe e, nella discesa, eravamo rimasti una decina fra cui tutti i favoriti, ho accelerato ed ho preso una quarantina di metri di vantaggio, ma in una curva mi sono ritrovato una moto davanti e ho dovuto frenare, per cui sono stato ripreso, con conseguente collera.
A 500 metri, lo sprint non era ancora stato lanciato, idem a 300 m. e allora tanto valeva provare ed ho vinto la tappa, confermando a me stesso che il ciclismo riserva sempre molte sorprese.
Il giorno prima dell'arrivo potevo perdere tutto in una discesa anodina, mentre mi trovavo alla ruota di Giupponi (nota, nell'originale è scritto Guipponi ) ho perso l'equilibrio e sono finito contro un muretto e Criquielion mi è venuto addosso. Giusto il tempo di controllare i danni, nessuna ferita per fortuna, di aggiustare il manubrio e di rimettermi in sella che mi sono accorto che Giupponi (ancora Gui), con al seguito Hampsteen, aveva approfittato della buona sorte per "filarsela all'italiana" e cioè via a pedalare a testa bassa.
La situazione era pericolosa, perché ero del tutto isolato, ma dieci km. dopo avevo ristabilito la situazione ed è inutile dire quale era lo stato d'animo e il mio risentimento si trasformò in 5 secondi di abbuono in uno sprint e altri 3 all'arrivo della tappa, vinta da Bugno; così il mio vantaggio su Giupponi raggiunse 1' e 31", che non era poco, prima dell'ultima cronometro di 54 km, fra Prato e Firenze.
Devo ammettere che Guimard non mi nascose il suo stato di apprensione, ma nell'esercizio in solitario Giupponi non era Moser e quindi non ci furono né emozioni, ne paure particolari. Cyrille mi informava esattamente su quel che accadeva ed infatti ho sempre controllato il mio sforzo per prevenire ogni sia pur piccola crisi e malgrado un elicottero che volava piuttosto basso ... ho finito al quinto posto, contro il terzo dell'italiano, che mi aveva ripreso meno di venti secondi.
Avevo resistito a tutto: al freddo, alla pressione, agli italiani e alla commedia dell'arte del Giro, dove si polemizza per niente, basta un'allusione, un gesto una parola, insomma per me quello è far del cinema, mentre io sono un corridore ciclista!
Prima dei tappi di champagne, della festa e dell'alcol, mi sono reso subito conto di quello che ero riuscito a realizzare: potevo spalancare la porta della leggenda, fino allora soltanto semi-aperta dalle due vittorie al Tour. Perché in effetti ero il terzo francese nella storia (soltanto tre!) e l'ultimo (più nessuno da allora) a vincere il Giro, dopo J. Anquetil ('60-'64) e Hinault ('80-'82-'85). Quando penso che neppure Luison Bobet c'è riuscito ...
Dopo tutto stavo riparando soltanto l'ingiustizia del 1984, senza peraltro riuscire a consolarmi; i fantasmi degli anni neri erano ben fissi nella memoria, ma con il sorrivo alle labbra e l'incoscienza ritrovata, riuscivo a farli ballare quei fantasmi.
Bisognava che risorgessi per entrare definitivamente nella leggenda del ciclismo, ma un corridore di classe ha questa capacità, no?
Un aneddoto infine. La sera del mio trionfo a Firenze, più preoccupato e sospettoso di sempre, C.G. era venuto a parlarmi a quattrocchi, molto seriamente, mentre io pensavo soltanto a celebrare il successo. Lui invece pensava già a luglio e, guardandomi negli occhi, mi aveva detto: "Lemond sarà al Tour." Io non finsi il mio stupore, tuttavia ... inesistente per tre settimane, l'americano aveva terminato in crescendo, arrivando secondo nella cronometro finale. Si sa quello che accadde al Tour del 1989 ... Ciclismo: "uomo" strano.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mar Mag 13, 2014 8:55 am

Nous étions jeunes et insouciants (XLVII)

"Bluffare?"

Il corridore degli "otto secondi"! Immaginate un po' le settimane che seguirono la mia sconfitta al Tour del 1989, immaginate il sarcasmo di quelli che non mi amavano, immaginate le frasi scabrose e le "scivolate" (nota mia: tipo più bello che intelligente ). Vincere o perdere per un caso, non è mai facile, ma perdere in certe circostanze è ancora peggio.
Dopo tutto quanto detto sui sentimenti e sulle parole, e sapendo che mi rimarrà sempre il ricordo di una ingiustizia, mi dovetti allontanare un po' da tutto ciò e terminare una stagione (1989) eccezionale, malgrado tutto. Ci sono altre due vittorie da considerare: prima il Giro d'Olanda e poi, insieme a T. Marie il Trofeo Baracchi, che rappresentava allora una specie di istituzione, perché Coppi, Merckx e Anquetil vi avevano scritto i loro nomi, e di conseguenza avevano marchiato gli animi di molti. Imporsi lì, ti faceva rispettare e potevi entrare nel gran libro di una certa memoria ed io ci ero riuscito. In più stare fuori dalla Francia mi aveva offerto la possibilità di una certa tranquillità, un periodo di calma mediatica e popolare.
Sono sempre stato un tipo libero, che esercitava così il suo mestiere e viveva la vita allo stesso modo, divorandola a volte. Con il pubblico e con la stampa, allo stesso modo, non ho mai venduto la mia anima e non ho mai cercato di essere conciliante. Certi ammiratori mi hanno rimproverato talvolta di non firmare abbastanza autografi, anche se li firmavo, ne firmavo molti, ma avevo anche altre cose da fare, come ciascuno può capire. Avrei potuto fare qualche sforzo in più? Probabilmente, ma avrei dovuto ingannare me stesso, solo per piacere di più. Ingannare? Ma per fare cosa? La falsità non era il mio mestiere ed avevo abbastanza esperienza per continuare a riservare la mia rabbia, foga e forza là dove era necessario, senza preoccuparmi delle opinioni degli uni e degli altri.
Ero diverso, certamente e non sono mai stato un ciclista come gli altri. Kelly, Mottet, Duclos-Lasalle o Bugno, corridori che ho conosciuto bene, praticavano il loro sport in modo quasi religioso, secondo i princìpi dettati da sempre. Io rivendicavo il diritto alla differenza, all'indipendenza, all'integrità della mia persona, ma una parte del pubblico, così come la stampa, me le ha rifiutate con un'ostinazione, per me assurda. Si è voluto in tutti i modi "normalizzarmi" , farmi entrare nei ranghi dei gentili, dolci, agnellini o in altre parole dei gregari che seguono il gruppo e per me questo era il colmo.
Non ho mai amato essere un "compagnone" con tutti e devo dire che sono piuttosto fiero di questa specificità, perché solo così ho potuto sempre agire in scienza e coscienza e mai per piacere a ...
Poco prima del Tour 1989, al campionato di Francia, il giornalista sportivo "vedette" dell'epoca, P. Chene, voleva assolutamente realizzare un'intervista improvvisata, ma arrivò molto in ritardo ed allora, dopo essermi scusato, gli ho detto che non potevo più. Avevo veramente un'altra cosa da fare. Deluso, se n'è uscito con questa frase straordinaria: "Ah, è così, dopo tutto quello che ho fatto per te!" Ero stupefatto, vedendo davanti a me un giornalista arrogante che aveva perso la testa e con essa il senso della realtà. La televisione e la piccola notorietà che ne era derivata, aveva trasformato quest'uomo piuttosto simpatico in una "vedette" dello "show-biz" (nota: letteralmente non so che significhi, però il concetto mi pare chiaro), confondendo la sua funzione (quella di giornalista) e le relazioni che credeva di avere con certi sportivi. Ero talmente stupefatto della sua reazione che non ho potuto esimermi dal prenderlo in giro: "Non sapevo che tu m'avessi aiutato a vincere tante corse."
Accusò il colpo, comprendendo la sua "gaffe" ed aggiunse subito: "Non era quello che avevo voluto dire".
Lo so, ma tu l'ài detto ed ora, ciao. In quei momenti ero brutale e non calcolavo mai le conseguenze delle mie reazioni e fra noi due non ne abbiamo più parlato, ma tant'è ... un'altra tribolazione della mia vita professionale.
(Nota mia, da tifoso di Greg Lemond. Mi ero accorto che Patrick Chene condivideva la mia passione per l'americano e mi stupivo come un francese potesse essere così poco sciovinista )
Dal 1985, con i vari episodi di infortuni che avevano suscitato numerosi articoli tendenziosi, ho cercato di proteggere la mia vita privata e la mia intimità e non ho aperto la porta così facilmente come prima. Avevo come messo una barricata ed accettavo solo le interviste che mi interessavano e l'ò fatto così bene che, alla fine degli anni ottanta, esistevano due L. Fignon ben distinti. Il primo, onesto, che annunciava di non voler più rispondere ai giornalisti e il secondo, non meno onesto, ma che taceva e si teneva per sé le proprie idee: un uomo segreto, un Fignon privato che nessuno ha mai veramente conosciuto.
In definitiva, malgrado l'incoscienza dei primi anni, posso affermare che il secondo atteggiamento rispecchiava la mia vera natura, perché se posso dire che avevo le qualità per diventare un campione, non le avevo invece, nella maniera più assoluta, per divenire un uomo pubblico.
Arrivato a quel momento della mia carriera ad un età abbastanza matura, potevo tuttavia commettere un altro grosso errore. Avevo accettato di partecipare al famoso "Gioco della verità" di P. Sabatier, ma poco prima Coluche aveva fatto saltare per aria tutto. Per fortuna l'emissione è stata sospesa ed io ho evitato così di distruggere l'immagine che mi ero saputo costruire, quella di chi vuol proteggere la sua vita privata.
In quei momenti, mi sembra si stesse verificando uno stravolgimento nello spettacolo, che cominciava a spingere i giornalisti, in maniera alternativa, piaggeria o offese, senza poter comprendere perché e per come si passasse dall'una all'altra senza soluzione di continuità.
Il campione esiste solo per quello che fa, non per il ruolo che gli dànno dietro ai microfoni, ma che volete, il giornalista è spesso come l'òrco delle favole ... ama la carne fresca e quando invece gli sembra un po' dura ... cambia tipo di selvaggina.
 
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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mer Mag 14, 2014 8:46 am

Nous étions jeunes et insouciants (XLVIII)

E' vero, ho sbagliato


Non sono uno che crede a qualsiasi cosa e, secondo me, cerchiamo troppo le foto appuntate nella nostra memoria, dove cerchiamo il colpevole. Il nemico sovente è proprio se stesso e se l'immagine nello specchio non è che un riflesso, è comunque ben utilizzata per ...
Eccoci dunque a scrivere di una delle mie "fautes" (nota: un po' più di errore, in francese; confrontare la famosa frase di Talleyrand "C'est pire qu'un crime; c'est une faute") più grandi. Verificabile e verificata e ormai confessata, senza tentannamenti o esitazioni.
"Positivo alle anfetamine" Al G.P. della Liberazione di Eindhoven, io Laurent Fignon e questa volta era la pura verità.
Ma in questa epoca di sospetto generalizzato, dove il doping da tutte le parti ha ucciso i sogni e il senso delle parole, dove tutte le frontiere dell'inaccettabile sono state superate, come possiamo spiegare, senza giustificarsi? Comunque proverò a spiegare.
Se prendessi, dato il distacco dagli eventi, la cosa alla leggera, potrei anche sostenere che il colpevole indiretto si chiama Alain Gallopin e potrebbe anche testimoniare. Sua moglie stava per partorire ed io ero in piena preparazione per il G.P. delle Nazioni e quindi, insieme ad Alain, sostenevamo delle sessioni di allenamento pittosto forti: molti km, un numero notevolissimo di sprint e parecchie "cotes".
Dieci giorni prima dell'appuntamente di Cannes, un mercoledì, avevamo previsto uno di questi allenamenti di c.d. "interval training" dietro la moto, ma arriva una telefonata e Alain deve andare in clinica per il felice avvenimento. Niente da dire, salvo che mi sono ritrovato solo con la mia bici, con il morale "sotto i tacchi", perché non avevo nessuna voglia di farmi male "tutto solo", mi vedo ancora esitare ad inforcare il mezzo meccanico ... insomma non avevo nessuna voglia di andare.
Da solo, di fronte alla mia stupidità, per darmi coraggio ho, in effetti, preso una dose di anfetamine, non soltanto per spingermi a partire, ma soprattutto per percorrere i km. supplementari, affinché l'allenamento fosse duro e servisse allo scopo. Quelle dosi. si chiamavano già allora "pot" , la sola differenza era che all'epoca questi "pot" erano puri, senza additivi, contrariamente a quelli che circolavano alla fine degli anni novanta, per esempio, nei quali si poteva trovare tutto un miscuglio di sostanze dopanti.
La mia stupidaggine è stata aggravata dal fatto che avevo sentito dire che quelle anfetamine non lasciavano traccia nelle urine dopo 48 ore ed il G.P. della Liberazione si sarebbe disputato quattro giorni dopo: nessun rischio, mi sono detto.
Nessuna inquietudine, tanto più che il giorno prima avevo disputato anche il Giro del Lazio ed al controllo sono andato a mingere senza preoccuparmi di niente, perché avevo proprio dimenticato l'episodio del mercoledì.
Quando ho appreso la notizia, ero costernato, ma cosciente delle mie responsabilità e la conferma ufficiale non tardò ad arrivare.
Che aggiungere di più, se non che mi sentivo un po' miserabile e sporco? Certo, potevo dirmi che un'anfetamina non era gran cosa, dopo tutto, ma la depressione era comunque dentro di me, perché l'onta della debolezza manifestata non trovava origine nell'atto in sé stesso, ma nella sua motivazione: così immotivata, così stupida!
Poco dopo, mi sono ritrovato al G.P. delle Nazioni, motivato come mai, da settimane e settimane non pensavo che a quello e il giovedì avevo addirittura festeggiato senza ragione e Gallopin mi aveve messo in guardia: "Laurent, stai attento, ma che fai?" Ma lui, meglio di tutti, sapeva che mi ero ben preparato ed io pensavo, anche se confusamente e senza osare confessarmelo, che il 1989 era forse l'ultima occasione di vincerlo ed in maniera tale da restare nella memoria. Fino a quell'anno, C. Mottet deteneva il record sul percorso e io non ho fatto le cose a metà, abbassandolo di 1'49", riuscendo a realizzare la media di 45,6 km/h. Chi si ricorda al giorno d'oggi quanto quel circùito fosse sellettivo e difficile?
Posso dire che allora ho espresso una tale violenza fisica che, riflettendoci dopo, posso ben convincermi che certi osservatori omniscienti vi avrebbero potuto ben percepire quasi un "canto del cigno", l'ultima traccia di autentico eroismo di un campione che aveva vissuto al limite del suo orgoglio e delle sue possibilità umane. La mia forza ero io, non c'era più distinzione fra l'atleta e l'uomo, riunite infine in una esplosione ultima.
Ma io allora non lo sapevo ed Alain mi aveva detto quel giorno: "Quando sei in forma, per te è tutto possibile." Ed infatti, finivo l'anno come numero uno al mondo.
Occorre sapere che questo non rallegrava per niente qualcuno ed infatti durante la sei giorni di Paris-Bercy fui uno degli attori di una storia mediatica piuttosto spegevole. Il ministro dello sport, l'ex campione R. Bambuck, aveva proposto una nuova legge antidoping, che autorizzava i "controlli a sorpresa". Durante quella sei giorni, non dubitavamo che ci sarebbe stato quel genere di controllo, ma fummo invece molto traumatizzati dalla presenza delle telecamere di TF1, che erano venute per filmare le gesta del medico federale, G. Dollé, rappresentante del ministero. Immagini prese all'insaputa dei corridori, ma con l'avallo del ministero che voleva farsi grande pubblicità! Per la prima volta nella storia del doping, le telecamere erano state ammesse a filmare lo svolgimento del controllo, profanando l'intimità dell'atleta in questione. Eravamo disgustati dal procedimento ed abbiamo tutti deciso che non sarebbe mancata la nostra reazione!
Fra parentesi, va detto che i miei rapporti con Bambuck, attraverso nostre interviste alla stampa, non erano troppo cordiali, anche se non ero stato io a colpire per primo. Dopo il controllo positivo a Eindhoven, il ministro aveva detto: "Questo povero ragazzo ..." Ero stato offeso e ormai conoscete il mio carattere, per cui ho risposto: "Quando non si conoscono le cose, è meglio tacere." In effetti avrebbe dovuto star zitto, vista la sua funzione di ministro, invece di dare lezioni, degne di essere destinate a dei bambini delle elementari!"
Non ho mai amato le cattiverie ed ancora meno il "voyeurismo", d'altra parte J. Goddet in persona, che era il direttore del palazzo omnisport di Paris-Bercy, era insorto contro la presenza di quelle telecamere attirate "dall'odore di piscio"
Goddet aveva dichiarato ai giornalisti di TF1: " Voi siete in un luogo privato e quindi, a prescindere dal mandato del ministero, non darete alcuna versione filmata (in immagine) di quanto accadrà fra poco nella stanza del medico federale. Per ogni altra emissione, sarete i benvenuti da noi, ma per quanto pretendete oogi, è un NO fermo e definitivo, voi non metterete in ridicolo i corridori! "
Non si poteva toccare impunemente Goddet e il suo intervento fu decisivo.
Eravamo alla prima ora del mattino (circa) [nota mia: a Monterappoli (una frazione di Empoli) avrebbero detto alle 25 ] ed eravamo impegnati in una caccia; io ero in testa dall'inizio della serata ed insieme ad altri nove corridori, fra i quali il mio compagno Freuler, Mottet, De Wilde, Doyle etc, siamo stati convocati, appena scesi dalla bici, in infermeria, precisamente nei sottosuoli, dove G. Dollé aveva installato il suo quartier generale. Le telecamere non c'erano, sotto la pressione congiunta dei corridori, di Goddet e del presidente della Federazione ciclistica francese, F. Alaphilippe. Avevamo giusto un'ora per presentarci al controllo ed io mi sono presentato volutamente all'ultimo minuto legale: erano le 1 e 50, mi pare, precise quando ho aperto la porta dell'infermeria. In questo locale, dagli ampi soffitti, con i muri decorati da manifesti rari, il dottor Dollé ha tentato di stabilire un dialogo, ma io, sprofondato nella lettura di un giornale che avevo portato allo scopo, sono rimasto muto. Infatti avevo deciso di prendere tutto il tempo ed anche di più, volevo proprio prolungare il mio soggiorno lì, lasciandogli credere che non riuscivo ad urinare.
Ben dopo le tre, Dollé a cominciato ad assopirsi ed allora, appena ho visto che sfiorava il naso sul tavolo, ho urlato: "Non si dorme qui, altrimenti potrei truffare!"
Era veramente molto tardi (o molto presto ) quando mi sono deciso a riempire il flacone, infatti, quando sono rientrato a casa, era l'alba.
Non avevo niente contro i controlli a sorpresa, ma sopportare quel miserabile colpo mediatico era al di sopra delle mie forze, perché in quel caso non si trattava più di prevenzione, ma di repressione-spettacolo. La lotta al doping non giustifica tutto, ma non avevamo ancora visto niente, né dal punto di vista delle pratiche dopanti, né da quello dei modi di cercarlo.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Gio Mag 15, 2014 9:19 am

Nous étions jeunes et insouciants (IL)

Il leader e l'appannamento


Gli anni della diversità si stavano per aprire davanti a me, anche se non lo sapevo, o meglio non lo volevo sapere, rifiutavo di ammetterlo. Comunque non ho veramente memoria, nei dettagli, di questo processo di invecchiamento del campione, appena rimesso da un infortunio sportivo che, ad opinione di molti, poteva anche essere mortale. Lo scivolamento progressivo verso ciò che si poteva chiamare la fine della mia carriera era, in ogni modo, cominciato e di questo ero affatto cosciente. La fine della collaborazione con S.U, ai miei fianchi per quattro lunghi anni, non avrebbe di per sé significato un rovesciamento importante, perché con Cyrille eravamo riusciti ad anticipare la transizione e ben prima dell'inizio della stagione 1990 avevamo il sostituto all'altezza: Castorama, perché in effetti già prima del Tour 1989 conoscevamo il nome del nuovo compagno di strada. Quanto a S.U. i dirigenti avevano di che mostrarsi sodisfatti: nel 1986 il tasso di notorietà del marchio era dello 0%, perché tutti credevano fosse il nome di una colla e non di un supermercato! Quando la collaborazione cessò il tasso era passato al 40% e quindi il ritorno era considerevole ed infatti gli sponsor dell'epoca non si lamentavano certo di aver investito nel ciclismo, anzi ...
Nella fase preparatoria avevamo immaginato (insieme) una maglia stile "salopette" che avrebbe richiamato l'abbigliamento dei venditori della nuova ditta che era il leader francese nel "bricolage". In seguito questa tenuta farà scuola nel ciclismo. Il P.D.G. J.H. Loyez si sentiva sulle nuvole, tanto più che quell'epoca era favorevole dal punto di vista sociologico ad uno sviluppo del "bricolage" nelle case dei francesi. Castorama in qualche mese si sviluppò dal punto di vista mediatico in maniera direi fenomenale: noi eravamo la miglior squadra dell'esagono, io ero il numero uno mondiale e la coppia Guimard-Fignon attirava sempre e comunque su di sé i riflettori.
Un episodio fece tuttavia raffreddare le nostre relazioni, fino allora eccellenti col signor Loyez. Ufficialmente avevamo loro venduto l'integralità dello spazio pubblicitario disponibile sulle nostre tenute o, per lo meno, era quanto avevano capito alla fine delle discussioni, ma Guimard la pensava diversamente. Il giorno in cui abbiamo presentato maglie e pantaloncini non vi dico quale fu la reazione dei rappresentanti del nostro sponsor quando si accorsero che avevamo continuato la nostra collaborazione con Raleigh, il cui nome figurava sui "cuissard". Cyrlille non gli aveva detto nulla ed io credo che non avesse osato informarli: era ridicolo e rischioso, ma lui ...
Questi bravi responsabili di Castorama, di fronte al fatto compiuto, hanno di sicuro creduto ad un imbroglio e quindi già all'inizio la fiducia era venuta meno e i nostri rapporti furono sempre condizionati dai loro sospetti e qualunque cosa gli proponessimo, ci pensavano sempre due volte, prima di dare il loro avallo.
La mancanza di trasperenza di C.G. simbolizzava in pieno la situazione del momento fra noi due: i legami diventavano meno solidi, ogni giorno un po' di più, le discussioni si ampliavano e la cosa più grave si affievoliva l'amicizia, quella specie di mutua lealtà, alchimia curiosa fra due uomini che permette loro di parlare di tutto a qualsiasi ora del giorno o della notte, senza calcoli, né tabù. Stavamo entrando in un tunnel oscuro, fatto di incomprensioni e non sapevamo ancora dove ci avrebbe condotto.
Per delle questioni poco importanti, che occasionarono uno scontro sproporzionato, Guimard si sbarazzò di Guy Gallopin, il fratello di Alain, che in due anni era riuscito a mettere il giusto olio nelle ruote di tutta l'organizzazione, con una competenza ed altruismo che non non aveva uguali e quindi, subito dopo, riapparvero i problemi che avevamo avuto nel 1986 e '87. Tutto ciò mi faceva arrabbiare in maniera feroce, ma appena provavo a discutere con Cyrille, subito si dava alla fuga, rifiutando di ascoltarmi.
Il debutto dei nuovi colori, molto visibili nel gruppo, fu accellente. Gerard Rué vinse il Giro del Mediterraneo ed io avevo finito al quarto posto la classifica generale della Parigi-Nizza e per me la stagione sembrava dovesse assomigliare a quella precedente, quindi non potevo sperare di meglio.
Però la mia superiorità alla MIlano-Sanremo non si riprodusse, malgrado la cura che avevo messo nei miei allenamenti, del tutto identici ai miei due anni precedenti. Ma gli italiani volevano che questo dominio cessasse in tutti i modi e ci avevano riservato una brutta sorpresa fin dall'inizio della corsa. Allorché, come sempre, ero in fondo al gruppo, un numero molto alto di corridori ha preso il largo. Non la consueta fuga della mattina, era una sostanziale parte del gruppo, con dentro grandi nomi e buona parte dei favoriti, che mi aveva lasciato indietro. I nostri sforzi furono vani e Gianni Bugno, giovane gloria nascente del ciclismo italiano ha concluso da vincitore, facendo in modo che l'Italia potesse tornare a ... respirare. Anch'io ho potuto farlo, perché poco dopo ho trionfato al Criterium Internazionale, prova che avevo già vinto, come neo-pro nel 1982. Fu una corsa di gran movimento e la vittoria la devo soprattutto alla mia esperienza e regolarità, perché non vinsi neppure una tappa. Era digià la seconda vittoria di prestigio per Castorama e per me fu anche l'ultima in una corsa a tappe di primo piano. Come avrei potuto pensare allora che fosse possibile una cosa simile !?
C'era qualcosa che non andava più in me, ma cosa? Per es. alla Ronde 90, allorché mi sembra di volare ed il tempo era bello, ero riuscito con uno sforzo violento a riprendere il gruppetto in fuga, ma appena rientrato, tutti, proprio tutti, rifiutarono di collaborare con me. Naturalmente ero in collera, perché non capivo il loro atteggiamento, però la mia reazione, rispetto al passato fu diversa: invece di tentare subito di distanziarli, pronto anche a pagarne le conseguenze, mi sono fermato e sono subito sceso dalla bicicletta, in altre parole ho abbandonato la corsa
Di fronte a quell'atteggiamento collettivo, che avevo percepito come il segno di un grande cambiamento, per me non c'era più possibilità di riconoscermi in quei costumi, che relegavano l'onore e il sacrificio fra le anticaglie!
Devo aggiungere che quell'episodio lasciò molte tracce.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Ven Mag 16, 2014 8:48 am

Nous étions jeunes et insouciants (L)


A partire da quel giorno, potrei quasi cessare di scrivere sulla fine della mia stagione 1990, tanto i fatti che seguirono furono catastrofici. Uscendo dalle classiche totalmente "prosciugato" (27° a Parigi-Roubaix, per esempio), ho quasi avuto la pleurite e quando mi sono lanciato nel Giro d'Italia con il numero uno, avevo uno stato mentale poco conforme a quello che avrei sperato. E, contrariamente allo stesso periodo di un anno prima, si impadroniva di me il riflesso della mia ombra che mi spingeva a credere di trovarmi nella peggiore situazione possibile.
I primi giorni, quando non mi pareva di essere ridicolo, anzi, ho comunque perso del terreno sul futuro vincitore, Gianni Bugno: 29 secondi nel prologo e 47 secondi nell'ascensione al Vesuvio. Poi la cattiva fortuna, che mi aveva risparmiato l'anno prima, doveva incrociare di nuovo la mia ruota e disegnarmi un brutto destino. Nella quinta tappa, fra Sora e Teramo, al 150° km esatto, fummo in molti ad essere sorpresi nella traversata di un tunnel; non si vedeva niente! Ho vagamente inteso dei colpi di freno, dei rumori secchi e sordi, poi, dopo un volo alla cieca, mi sono ritrovato a terra, senza comprendere niente di ciò che mi stava capitando, mi sono solo accorto di essere caduto pesantemente. Eravamo al buio, sentivo urla da tutte le parti e quando mi sono rialzato ho "visto" i pantaloncini tutti insanguinati ed ho subito capito, dal dolore che mi paralizzava tutta la parte inferiore del corpo, che mi ero fatto veramente male. Sono rimontato sulla bici ed ho finito la tappa, pensando che sarei potuto .., ma la verità fu violenta: avevo lo spostamento del bacino. La sofferenza non mi lasciò più e quattro giorni più tardi, durante la nona tappa, sono arrivato alla fine di me stesso ed ho abbandonato sul le rive del mar Tirreno, mentre c'era una nebbia spessa. Il Gruppo neppure mi vide e quando detti un ultimo sguardo, era già lontano.
Ero "moribondo" e chi mi stava intorno, molto inquieto e mi ricordo che, al mio ritorno a Parigi, Alain Gallopin tentò di rassicurarmi, di proteggermi, invitandomi alla più assoluta pazienza per evitare di farmi prendere dall'irritazione. Ma il mio morale era distrutto, parlavo poco e niente accadeva come previsto: il mio fisico in seguito a quella caduta, si rifiutò di funzionare per diverse settimane, e mi avrebbe mai concesso un momento di respiro?
Partendo dal Tour 1990 a Futuroscope, nel centro del parco di attrazioni aperto tre anni prima e interamente dedicato alla modernità ed alle nuove tecnologie, fu invece un uomo affaticato e senza spirito a presentarsi. Senza illusioni. Thierry vinse il prologo, mentre io giunsi al 15° posto, poi cominciò la Beresina! Certi specialisti del ciclismo hanno spesso spiegato che i più deboli cadono più facilmente; vai a saperlo?! Quello che mi ricordo è che in effetti non ero al meglio psicologicamente e quando mi sono ritrovato di nuovo al suolo, nella terza tappa verso Nantes, ho sentito la folgore dell'ingiustizia abbattersi su di me, come una nuvola d'inverno. Non ho detto niente, ho solo sopportato il mio supplizio fisico, non accordando alcun credito a quelli che mi volevano "consolare", perché si apettavano che mi lamentassi.
Mi sono dovuto quasi subito arrendere all'evidenza. Il giorno dopo, fra Nantes e M. Saint-Michel sono stato incapace di evitare di farmi distanziare in una frattura del gruppo per una caduta collettiva ed ho concesso una ventina di secondi. La vittoria nel Tour non era ormai che una lontana illusione, ma il colpo di grazia avvenne subito dopo e, lo confesso, fu più mentale che fisico. Fra Avranches e Rouen, sotto una pioggia che uccideva le speranze, il gruppo, per una oscura ragione, andava ad una velocità sostenutissima e gli attacchi si succedevano l'un l'altro. Ma io non c'ero, al mio posto il dolore e il mio corpo si sgonfiava, mentre la mente vagava. Perché avevo tanto male a restare me stesso? Perché il "dio" de ciclismo sembrava abbandonarmi cosi repentinamente? Perché la sfortuna e i contraccolpi si accanivano su di me? Insomma perché la sorte mi tormentava tanto più degli altri?
La mia rivolta fu silenziosa, al Km. 124, mentre ci avvicinavamo al rifornimento di Viller-Bocage, senza forze, e già nel limbo della piccola storia del Tour, mi sono lasciato distanziare da un plotoncino che era alla caccia del gruppo principale, poi ho frenato, sono sceso dalla bici ed ho strappato il mio numero, senza una parola, solo la fierezza del gesto: strappare il proprio numero, non era un abbandono ordinario e neppure una capitolazione. No, era un gesto, insieme disincantato e orgoglioso, a un vai a fare in c... al destino.
Secondo me non bisogna mai rifiutarsi di fare un gesto simbolico, quando se ne presenta l'occasione, anche nella tristezza infinita. Altrimenti, dopo gli si corre sempre dietro, cercando confronti o scuse, come un supplemento di coscienza o, in altre parole, un'eterna corsa contro il tempo. E questo tipo di gara noi ciclisti la conosciamo e si disputa sempre in solitudine.
Mi ricordo che la sera, in uno stato di depressione molto pronunciata, ho ripensato alla frase detta ad Alain più di una anno prima: "Il 1989 sarà l'ultimo anno per vincere il Tour." E quello del 1990 andava via senza di me e non potevo togliermi l'idea che la mia premonizione si sarebbe avverata. Era assurdo pensarci di già, ma totalmente realista per uno come me.
La fine della stagione ha lasciato pochi ricordi in me e pure senza interesse, perché assomiglia alla traversata del deserto.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Sab Mag 17, 2014 8:57 am

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All'inizio del 1991 avevo una sola idea in testa: non rivivere una stagione come quella dell'anno precedente, *MAI PIU'*.
Era comunque arrivato il momento del dubbio e l'interrogativo riguardava anche la mia vita, non solo la carriera. Cominciavo a domandarmi se avevo ancora voglia di soffrire perdutamente su una bicicletta, sapendo che non ero più l'atleta del 1983 e che mi conveniva smettere di scimmiottarlo. Non era solo una questione di coraggio, ma riguardava soprattutto il desiderio di continuare o no a vivere l'esistenza del corridore ciclista, con tutti i sacrifici per l'uomo che essa comporta.
Qualche settimana prima mi rivedo molto bene mentre confido a C. Guimard l'ampiezza della mia amarezza-delusione-depressione ed al contempo proporgli, nel modo più serio possibile, le mie idee riguardo allo sviluppo dei nostri affari con Maxi-Sports.
Avevo 30 anni e lui 13 di più e mai prima di allora avevo mai creduto di potergli fare tanta paura!? Ripensandoci, credo che Guimard abbia pensato che volessi prendere il suo posto, perché l'idea di due "manager" a gestire i nostri affari per lui era inconcepibile.
A me sembra che fosse stupida la sua reazione, perché non avevamo nessuna ragione di pestrarci i piedi e poi ci conoscevamo molto bene, ma, istantaneamente, ho sentito che in lui si formava, come dire, un nodo alla gola, e da quel giorno non mi ha più guardato nella stessa maniera. Vedeva in malo modo il mio desiderio di partecipare di più alla gestione della squadra!
Quanto a me, dopo dieci anni di professionalismo, ero arrivato alla fine del mio ciclo naturale di rigenerazione: ogni dieci anni è per me necessario che qualcosa di fondamentale cambi. Guimard non era d'accordo, ma si è ben guardato dal dirmelo chiaramente, guardandomi negli occhi. Luc Leblanc aveva firmato per la squadra in quell'anno ed io ho subito visto che Guimard cercava di utilizzare contro di me la sua megalomania e il suo arrivismo. Cyrille lo manipolava e Leblanc senza scrupoli, contrariamente a quanto dichiarava davanti ai microfoni, non desiderava altro e si prestava al gioco della perversione con un piacere che mi confondeva.
Guimard non assomigliava più a Cyrille; l'uomo che avevo tanto amato si allontanava irrimediabilmente, spinto anche dai dirigenti di Castorama. In effetti, contro ogni aspettativa, costoro cominciarono a metterlo sotto pressione; non solo volevano conoscere i nostri conti, sapere quanto erano pagati i nostri corridori, ma la cosa più grave fu che cominciarono ad esigere un'altra cosa, oltre ai risultati: la mia presenza alla TV! Sì, avete letto bene !? L'ingranaggio degli "anni di piombo" cominciava sotto i miei occhi sbarrati. Fino allora non era mai accaduto niente di simile ed pure Guimard era stupito e se anche non mi ha mai detto niente al riguardo, ho comunque l'intima convinzione che mai prima avesse avuto simili pressioni, né da Renault, né da S.U.
Dovevamo rispondere ad una nuova domanda di ritorno dell'investimento fatto da Castorama, il nostro "universo" cambiava e questo non mi piaceva, perché mai avrei immaginato che uno sponsor potesse immischiarsi nei nostri affari sportivi fino a quel punto e quindi trovavo la cosa degradante per la squadra e per la nostra integrità. Ma Guimard, che si era sempre trovato male con loro ma che aveva anche perso già dall'inizio ogni credibilità, non aveva le armi per resistere in un modo o in un altro e rifiutò di rispondere picche.
Mi pareva di camminare su un terreno sconosciuto e Guimard si allontanava sempre più da me, prendendo decisioni senza nemmeno riferirle al suo "socio" (io), il quale, in mezzo a tutto ciò, cercava invano il suo colpo di pedale e le motivazioni, senza le quali, era impossibile immaginare il meglio.
Nella Parigi-Nizza che finivo ad un 10° posto, poco conforme alle mie ambizioni, avevo avuto un'enorme scontro con Guimard. Nel corso di una tappa dove dovevamo restare piuttosto sulla difensiva, tutto ad un tratto, avevo visto parecchi miei compagni di squadra prendere la testa del gruppo e tirare come se avessero dovuto difendere la maglia gialla. Non comprendendo niente, sono andato a chiedere il motivo del loro comportamente e uno di essi mi ha gridato: "Ce l'à chiesto Cyrille." La spiegazione era semplice: costui aveva messo a punto una tattica machiavellica contro la Toshiba, senza nemmeno avvisarmi, era impensabile! Fino allora avevamo sempre discusso insieme della tattica di corsa, scambiato i nostri punti di vista; questa era la prima volta che agiva così e ... mi sono sentito tradito.
La sera in albergo volarono della parole fra Cyrille e me, per essere più esatti, delle grosse "parole" di reciproca violenza e per la prima volta della nostra vita fu chiaro che non ci amavamo più.
Una cosa incredibile accadde alla Parigi-Roubaix, Guimard venne da me in un momento per niente strategico e mi chiese di andare in testa al gruppo, perché nessuno della squadra era davanti. Non avevo ben compreso sul momento, perché voleva una simile vigilanza, ma ho tenuto conto dei suoi "desiderata" ed ho applicato pedissequamente la sua tattica. Ho saputo la verità solo dopo. Verità oscura, che non avrebbe potuto confessarmi in diretta, sapendo quale sarebbe stata, altrimenti, la mia reazione!
I dirigenti della Castorama avevano reclamato una presenza alla TV, ed esattamente qualche primo piano all'ora precisa nella quale sarebbe cominciata la diretta, in modo che proprio all'inizio del collegamento le telecamere potessero filmare i colori della lora marca. Io mi sarei rivoltato all'uso di una simile pratica, l'importante nella Parigi-Roubaix era di essere davanti nel finale, non di mostrare il filmato della TV per non si sa quale "show"! Era la prima volta che si esigeva e si otteneva (a tradimento) da me una *presenza pubblicitaria*!
Inutile dire che Guimard ha sentito il suono alto delle mie lamentele quando sono venuto a conoscenza di questi ... negoziati con lo sponsor e dopo questo nuovo scambio verbale molto violento, mi sono convinto, sebbene con emozione ed amarezza, che le nostre divergenze erano diventate insanabili e che avevamo deciso, senza nemmeno dircelo, di non parlarci mai più e anche, meglio, di evitarci.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Dom Mag 18, 2014 8:28 am

Nous étions jeunes et insouciants (LI)


Fino a che punto l'interruzione dei rapporti umani con l'uomo con il quale avevo diviso, fino ad allora, tutta la mia vita sportiva, dunque la parte più importante, ebbero conseguenze oltre il lato sportivo? Non saprei dire, anche perché proprio in quel periodo ho cominciato ad avere seri problemi personali anche con mia moglie. Avevo sempre più difficoltà a ritornare a casa con gioia e leggerezza; la quiete e la pace che mi sembrava giusto aspettarsi dal domicilio domestico si stavano trasformando (anche lì) in momenti di tensione. E non vedevo possibilità di rimedio.
Rammento la sensazione dolorosa dei dubbi che mi pervadevano: tutta la mia vita sembrava andare in pezzi e, più il tempo passava, più tutto quello che mi circondava richiamava la più totale sconfitta personale e senza che mi potessi dichiarare colpevole, se non per le mie controprestazioni sportive. Credo di essere stato completamente svuotato da tutto quanto mi accadeva: dalla vita a cento all'ora ed anche dalla ripetitività che era divenuto il mio lavoro in quegli anni; la stessa squadra, stessi dirigenti ed anche mia moglie faceva parte dello ... *stesso*.
Era delicato da ammettere per l'uomo che ero, ma avevo bisogno di cambiare, addirittura di una rivoluzione e quel che doveva arrivare ... arrivò.
C. Guimard, non contento di non poter più parlare con me, aveva finito per complottare contro e per il Guimard dell'epoca, che godeva di un credito supremo sia dalla stampa che dal grande pubblico, non era molto difficile convincere chi voleva lui. Ad es. per spiegare alla stampa le mie cattive prestazioni, inventava malattie ed infortuni immaginari, anche piuttosto grotteschi e certi giornalisti ci credevano pure, assistendo da lontano alla rottura dei nostri rapporti. Non sapevo dove si sarebbe spinta la perversità di C.G. in questa storia, ma quando al Giro di Puglia ho vinto una tappa ed ero contento, mi son reso conto che lui invece no, indovinate perché? Se non avessi mai ... il suo piano machiavellico aveva previsto di non selezionarmi per il Tour (appena quello )
Quel giorno ebbe sfortuna, perché non soltanto ero riuscito ad elevare le braccia al cielo, ma mi sentivo anche ben preparato per la "Grande boucle". I suoi piani non erano più ... almeno fino ad un certo punto.
Prima del campionato di Francia, in effetti sono stato convocato da C. G. e J.H. Loyez. Durante la stagione avevo chiamato proprio lui per spiegargli a viva voce che la collaborazione con Guimard era in un periodo complicato e che non sarei rimasto nella squadra l'anno seguente, a prescindere da quello che poteva succedere e dalle mie decisioni sul proseguio della carriera. Ero però lontano dall'immaginare quello che si sarebbe verificato in quella riunione, che assomigliò più che altro, dall'inizio alla fine, ad un processo.
Appema seduto c'è stato subito un attacco in piena regola di Cyrille, che mi accusava di non fare più il mestiere, di ammorbare la la vita della squadra e di non prendere in considerazione le esigenze della stampa e dei media in generale, etc. E poi aggiunse: " Occorre a questo punto che tu dica pubblicamente di rinunciare al Tour."
Sono rimasto "sur le cul" (nota: mi sembra giusto, riportare l'espressione in francese, tanto la capiscono tutti ), è proprio il caso di esprimersi così! Ma ho replicato immediatamente, con calma, e con fermezza: " Che cosa!? Io farò il Tour, punto e basta!" Poi mi sono rivolto a Guimard, fissandolo negli occhi: " A pertire da questo momento non ti rivolgerò più la parola, tu non sei altro che un uomo di paglia, sulla quale Loyez può ben asciugarsi i piedi, onta a te! "
Contrariamente alle mie previsioni, Loyez fu molto impressionato dal mio atteggiamento, perché di sicuro non si attendeva quella reazione, alla quale neppure Guimard era preparato ed ha solo tentato di contrattaccare, esigendo alcune condizioni che pensava fossero inaccettabili per me:
primo - scusarmi con la stampa e rispondere con garbo alle loro sollecitazioni;
secundo - abbandonare le mie prerogative di "leader" e correre per la squadra.
Mi sono allora rivolto a Loyez: " Se lei si rifiuta di farmi correre il Tour, sarete voi a dovervi spiegare pubblicamente! Altrimenti sarei io a farlo e racconterò a tutti come vi siete comportati con me. Lei deve sapere comunque che non sarò mai io a dire che non voglio correre!
Si sono guardati in silenzio. "Sono io che pongo una condizione!" ho proseguito, ma Guimard mi ha dato sulla voce: "Tu non puoi porre condizioni!" Ed io l'ò guardato: "Tu non puoi dirmi più niente, perché non parlo con i tappetini-scendiletto", poi, rivolto a Loyez: " La mia condizione è che, dopo il Tour, che io farò comunque, lei non dovrà più chiedermi nulla, riguardo alla corse da fare, sceglierò io, Guimard non m'imporrà più niente. Fino al Tour, siamo d'accordo, farò tutto quello che serve per essere conciliante, ma dopo è tutto finito con Casto!"
Guimard ha urlato: "Sono io il patron!!!" , ma non gli ho risposto, perché era patetico.
Il lettore avrà compreso che ero pronto a delle concessioni per partecipare al Tour, ma la mia determinazione gli aveva "ghiacciato il sangue". Cyrille, che non era più il mio maestro, era ebbro di collera e tremava convulsamente, ma non poteva fare altro che cedere.
Dopo le esortazioni verbali, le proclamazioni e i giuramenti davanti alla storia, mi sono ritrovato solo con J.H. Loyez che cercava in tutti i modi di parlarmi "testa a testa" e mi ha detto proprio: "Complimenti, signor Fignon."
Ho trovato la sua reazione strana, perché non dimostrava nessuna inimicizia nei miei confronti, solo stupore, come se fosse stato impressionato. Ma perché? Che pensava che io mi potessi inginocchiare davanti a uno scendiletto?


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Lun Mag 19, 2014 9:32 am

Nous étions jeunes et insouciants (LII)

Con Guimard, va a finire sempre male

Arrivando a Lione per la partenza del Tour 1991, mi accorsi che tutti sapevano del "punto di non ritorno" esistente fra me e Guimard, anche se gli articoli dei giornali evocavano solo un possibile divorzio e con un linguaggio misurato e abbastanza edulcorato. Ciascuno insomma si teneva dentro tutto ciò, per non compromettere una "Grande boucle" ormai imputridita dalle circostanze. Però il meno che si possa dire è che il buon umore non si aggirava da quelle parti.
Guimard, che aveva naturalmente un accesso privilegiato ai miei compagni di squadra, perché costoro pensavano prima di tutto alla loro carriera (ed è anche comprensibile), non si lasciò mancare niente, alimentando le storie più scabrose e rocambolesche a cui poteva pensare. Oso appena immaginare, vista la sua posizione dominante, quello che abbia potuto raccontare su di me durante questo periodo di grande turbamento, tanto più che io, più solitario di sempre, non avevo né la voglia, né il gusto di lanciarmi in complotti contro Guimard; avevo altro da fare. C'era inoltre un prezzo da pagare alla mia onestà: andare a sparlare di Guimard non era degno di me, non m'interessava nemmeno.
Nostalgico del niente, il mio lato "coltello fra i denti" mi offriva lo spessore dell'uomo maturo che sa quel che fa e perché, ma non ero né triste, né lieto, né sereno, né rassicurato e navigavo fra due lati, entrambi poco confortevoli, nella posizione di "leader" storico contestato sia dai fatti (i miei risultati) sia dal direttore sportivo unico (in tutta la mia carriera). Dovevo essere ben solido per non cadere in depressione, accerchiato, com'ero, da tutte le parti.
Il risultato nel prologo fu poco rassicurante: 64° a 22" da T. Marie, a 20 secondi da Breukink e 19 da Lemond, ma, a dire la verità, le circostanze sfavorevoli mi avevano, come dire, rinvigorito, o meglio l'idea di abbassare le mie ambizioni, che mi era entrata in testa nei mesi precedenti, si era evaporata, come l'altra di smettere con il ciclismo. Avevo ormai capito che era impossibile per un atleta di alto livello di 30 anni mettere un termine preciso alla carriera, una volta entrato in un periodo così complesso. Diciamo che non avevo le stesse percezioni di prima e sopratutto nessuna certezza. Certamente avevo l'esempio di B. Hinault, caparbio, che si era fissato un limite preciso nel tempo e non aveva derogato, ma quello non sarebbe stato il mio caso.
Come terminare la carriera in apoteosi? E quando? Avrei dovuto smettere a 29 anni, quando ero ancora giovane? Ma come fare, se pensavo che la stagione seguente sarebbe stata altrettanto fruttuosa? Dall'altro lato, come potevo chiudere dopo una sconfitta? Non era il mio genere, il mio stile, la mia maniera d'essere. Volevo riscattarmi, sapendo anche che le questioni di ordine finanziario rientravano nelle mie riflessioni: questo mestiere l'amavo veramente e poi non avrei saputo fare altro per guadagnarmi la vita molto bene. Non immaginavo che tutto ciò poteva significare la famosa "stagione di troppo", perché non ero preparato a quell'ipotesi.
Durante la seconda tappa, una cronometro a squadre di 36,5 Km, ho partecipato attivamente alla buona prestazione di Castorama: 8 secondo dopo l'Ariostea. Oltre a Leblanc, che faceva di tutto per rovinarmi l'esistenza, contavamo nei nostri ranghi C. Lavainne, D. Arnould, J.C. Bagot, B. Riis, P. Simon, F. Vichot e T. Marie e quest'ultimo dette una grande gioia alla squadra, vincendo la sesta tappa, dopo una fuga di 234 Km.
Le mie illusioni durarono poco, arrivai solo 16° nella crono individuale di 73 Km, fra Argentan ed Alençon a 3'39" da M. Indurain, che firmava allora, senza saperlo il lungo contratto della sua supremazia. Quanto a me, non sapevo che pensare del mio stato di forma, perché paradossalmente, non mi sentivo male, né per il fisico, né per quanto riguardava la mente, come gli avvenimenti seguenti avrebbero provato.
Il superamento dei Pirenei avrebbe cambiato i dati: nella tappa di Jaca, in effetti, Leblanc si inserì in una fuga con C. Mottet e prese la maglia gialla. Guimard era pazzo di gioia, perché non solamente il suo nuovo protetto riusciva in uno dei colpi di mano, di cui ha avuto il segreto in tutta la sua carriera, ma mi costringeva anche al gioco di squadra. Come non lavorare per la maglia gialla? Così nella grande tappa, fra Jaca e Val-Lauron, attraverso L'Aubisque, il Tourmalet e l'Aspin, ho lavorato lealmente per un tipo che voleva solo il mio male, svolgendo un ruolo di gregario e di protettore. Fino ad un certo punto, almeno. Dopo una "défaillance" limitata nel Tourmalet, compensata da una buona discesa, ero con i migliori nella scalata dell'Aspin. Là, Bugno ha attaccato e Mottet ha contrattaccato ed io li ho marcati immediatamente per proteggere Lebalnc, ma quest'ultimo non è riuscito a tenere il contatto. Malgrado la giovinezza e la grande forma, mostrava lo spessore dei suoi limiti (nota mia: chissà perché, ma a me sembra che G.B. Vico abbia ragione ) e un gruppo "regale" (Bugno, Chiappucci, Indurain ...) si staccò dal resto e sono diventato 4° in classifica generale, davanti a Leblanc.
Le tensione si esacerbarono, ma io avevo talmente pena di vedere che nessuno dei corridori presenti avesse memoria del mio passato, dimenticare chi ero e di quello che avevo fatto e purtroppo, una sera ad Albi, fui, durante un pasto, l'epicentro di un litigio memorabile, che ebbe per attore principale ... tutta la squadra . Soggetto della discussione: Luc Leblanc, tono: arrabbiato, protagonisti, con le parole più violente del vocabolario, Guimard e il sottoscritto. Si riscopriva il dispiacere di rivolgersi la parola (si fa per dire, perché era solo rumore e fracasso)
Dopo esserci trattai con "tutti i titoli" ho ben visto l'atteggiamento detestabile degli altri membri della squadra, perché tutti mi rivolgevano sguardi sena equivoci possibili. Ero lì, solo, a difendere il mio onore, il solo a dire a Guimard che cosa pensavo del suo modo di gestire la squadra ed il solo ad affermare, di passaggio, per ciascuno di loro che cosa pensavo di Leblanc, capace dei peggiori "tradimenti" come lo dimostrerà tutto il resto della sua vista di ciclista. Non ho nessuna stima di questa persona "Il piangina" come è stato soprannominato, non merita nemmeno qualche parola di un libro.
Nell'Alpe d'Huez avevo ritrovato una parte della mia potenza, che fu sufficiente a farmi arrivare 9° e quindi, se pur furtivamente e leggermente in ritardo, mi ritrovavo felice nella cerchia dei grandi, anzi ciò mi faceva un bene "pazzo". Tuttavia la tappa era stata ridotta ai minimi termini: 125 Km e la cosa non mi aveva certo avvantaggiato.
Mi dispiace soprattutto che in quell'anno si sia aperta definitivamente quella nuova era ridicola della riduzione delle difficoltà che, invece di frenare l'aumento del doping, permetteva al contrario a dei corridori medi di aiutarsi meglio e poter così superare degli "scogli" limitati e frazionati nel tempo. Ciò che si poteva ormai fare su 130/150 Km, non si sarebbe mai prodotto nelle tappe con più di 200 Km. La selezione naturale era ridotta quasi a niente. Nel ciclismo su strada non bisogna mai confondere la corsa dura con quella veloce ed invece simile "evoluzione" sarebbe stata mortifera, anche se nessuno, da vent'anni ha voluto ammettere questa realtà. Sei mesi prima, durante la presentazione del Tour, l'avevo detto chiaramente a J.M. Leblanc, direttore del Tour, che non condivideva però la mia opinione, evidentemente. E rammento che gli avevo anche descritto esattamente ciò che si sarebbe prodotto dal punto di vista sportivo, ma non mi aveva voluto ascoltare. (Nota mia: con due Leblanc non si fa neppure una persona )
A 11'27" da Indurain, ho finito il Tour al 6° posto, dietro Bugno, Chiappucci, Mottet e Leblanc, perché quest'ultimo era riuscito a superarmi nelle ultime tappe, ma quel fatto, secondo me, non aveva molta importanza, perché la mia prestazione era stata più che onorevole, basata soprattutto sulla mia caparbieta ed esperienza che erano aspetti ben visibili.
Rientrando a casa, mi sono sentito libero, da Guimard, da questa squadra diventata ostile, ero finalmente libero d'essere pienamente me stesso, lontano dagli sguardi di chi voleva il mio male.
Con Cyrille, dunque, finiva sempre male e, nonostante fossi stato una vittima, quei mesi rappresentano uno dei momenti più difficili della mia carriera/vita.
Per la prima volta non avevo più la preoccupazione della squadra di cui ero, in teoria, co-patron ed anzi era come se non avessi più squadra, anche se, nonostante tutto, non avevo corso il tour in maniera individuale. Avevo corso senza C.G. senza i suoi "consigli" e il suo "sostegno" ed ero comunque arrivato sesto ed in più nessuno mi poteva rimproverare di non avere rispettato le consegne in favore della squadra, in specie quando Leblanc portava la maglia gialla.
Ma la verità mi obbliga a dire che talvolta le "consegne" di Guimard erano così grottesche e così pregiudizievoli per me, che non potevo rispettarle "alla cieca". Ad esempio, nella tappa che arriva a Morzine, a 100 Km dall'arrivo Guimard avrebbe voluto che mi lanciassi in una fuga solitaria. Naturalmente avevo detto di no: voleva arrostirmi ed io non volevo invece bruciarmi inutilmente. E ripensandoci, non mi riesce di accettare ciò che è accaduto in quel Tour, dopo dieci anni di intimità con lui, qualche sentimento più nobile sarebbe dovuto restare a guidarlo. Ma no, Guimard era incapace di farsi portatore di sentimenti che lo sorpassavano!
Quindi mi sono lasciato con lui all'incirca negli stessi termini di Hinault otto anni prima, curioso no? Chi avrebbe potuto credere possibile una cosa simile? Ma con Guimard, ripeto, finisce, sempre male.
Tutte le separazioni sono brutali e crudeli e non gli do "tutti i torti", perché devo ammettere il mio errore supremo: per rispettare il mio ciclo psicologico e sportivo, avrei dovuto cambiare squadra ogni quattro anni.
Dopo il Tout ho fatto quello che volevo e sono andato dove volevo, però il mio avvenire restava incerto, anche se tutti sapevano che volevo/dovevo cambiare squadra. E in quel caso, anche se può sembrare impossibile, mi sono sentito ... come perso, completamente.
Ho creduto, in buona fede, che il mio nome, da solo, insieme al mio palmarès, sarebbe stato sufficiente e ... che le proposte si sarebbero susseguite, per me era una cosa sicura. E invece niente, niente di niente, il telefono non suonava, nessuno mi voleva.
Questo silenzio fu per me di una ferocia incredibile e non soltanto un sentimento di ingiustizia. Ma riflettendo meglio avevo finito per comprendere che facevo paura a tutti, a cominciare dai direttori sportivi che certamente Guimard aveva "scaldato" dietro le quinte.
Una mattina mi sono detto: "Bon, bah finisco qui la mia carriera!" Poi, però non volendo chiudere senza almeno reagire, sono stato io a prendere il telefono, perché in effetti non c'era niente di umiliante a cercare di "sminare" da solo il terreno; d'altra parte non mi potevo lasciar spingere verso la fine senza almeno tentare di reagire.
Dapprima ho avuto contatti con Panasonic, ma le loro condizioni economiche erano veramente troppo al di sotto di ogni ... per continuare i sacrifici fisici che il mestiere comporta, mi occorreva un "minimo" di considerazione. E poi lo sponsor Gatorade, che aveva interesse al mercato francese, mostrò ... e l'affare si fece in un attimo ed ero molto contento.
I rigori dell'inverno gelarono definitivamente le mie relazioni con Guimard: noi avevamo separato i nostri affari, ma lui voleva continuare con la squadra e pertanto conservò Maxi-Sports. Poiché mi doveva molti soldi e non aveva abbastanza liquidità, mi ha passato l'intiera proprietà di alcuni immobili societari. In nessun momento mi sono dovuto lamentare di questa divisione finanziaria e tutto fu fatto dai nostri avvocati, secondo le regole. Certuni ritrovano la loro serietà ... quando si tratta di soldi.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mar Mag 20, 2014 8:37 am

Nous étions jeunes et insouciants (LIII)

Rispetto del campionissimo


Due cose consolano gli uomini dalle vicissitudini dell'esistenza: la letteratura, che è stata inventata per lasciar credere che l'intelligenza e il destino degli altri sia accessibile a tutti e la bicicletta che l'uomo ha immaginato per provare che la piena felicità può essere di questo mondo. I sovrani destestano la fine, non si entra volentieri nella categoria degli "ex", dei venerandi, degli emeriti. Invecchiare è un'esperienza umana, per lo più, detestabile.
Firmando con Gatorade, avevo condotto con me Alain Gallopin: era una delle condizioni nell'accordo con gli italiani ed era per me il modo necessario di una tranquillità mentale, propizia a dei buoni risultati.
Dal mio arrivo in Italia, mentre la mia vita privata non stava per niente migliorando, ho potuto constatare in qual modo là il *campionissimo* è adorato. Vedere questo fu per me una grande novità. Per gli italiani un campione resta e c'è un immenso rispetto per chi un giorno ha vinto delle grandi corse. Lo sportivo che un giorno è stato considerato grande, lo rimarrà nel tempo e ci sarà per lui uno sguardo ammirativo per sempre.
Prima dell'inizio della stagione, lo sponsor aveva organizzato un soggiorno a Venezia, ove possedeva un palazzo, e poi a Treviso in un'immensa proprietà. La mentalità non cambiava da luogo a luogo: era un incredibile paese di sport e nella squadra, tutti i collaboratori ci aiutavano a comportarci al meglio, eravamo insomma coccolati. Giammai un problema di materiale sarebbe potuto arrivare a disturbarci, perché l'organizazione era perfetta, lo sportivo era Re ... che cambiamento .
Io avevo cominciato ad imparare l'italiano durante l'inverno e questo li aveva molto impressionati e poi sono arrivato nella nuova squadra modestamente, senza rumore, né pretese, anche se, naturalmente era fuori questione che potessi fare il gregario. D'altra parte nel contratto c'era scritto che sarei stato co-leader della squadra insieme a Gianni Bugno. In realtà non poteva essere così, perché Bugno aveva dalla sua parte non solamente l'età e il sostegno di tutto un popolo che puntava moltissimo su di lui per vincere il Tour, ma anche la classe fuori dal comune, folle di giovinezza. Il direttore sportivo Gianluigi Stanga desiderava che io avessi il ruolo di "regista" per Bugno, vale a dire che lo aiutassi con tutta la mia esperienza e che gli dessi tutti i consigli necessari, oltre che il sostegno morale. Bisogna in effetti sapere che Gianni era un essere fragile, che aveva paura della sua ombra ed era sempre in bilico fra il meglio e il peggio. Come atleta era un autentico *crack*, ma aveva uno spirito debole.
Purtroppo il seguito ha provato che questa brava gente mi ha ascoltato troppo raramente, secondo i miei gusti. E tuttavia ne avevamo parlato a lungo Stanga ed io, durante un incontro a Milano, ben prima che decidessi di firmare il contratto. Lui si era dimostrato ben sorpreso per tutte le domande che gli avevo posto quel giorno, perché forse credeva che fossi interessato solo ai soldi, mentre io soprattutto volevo avere certezze sul modo in cui la squadra era organizzata. Volevo sapere che ne pensavano gli altri corridori ed il ruolo che mi sarebbe stato assegnato, etc.
Il legame umano si creò rapidamente e fu vissuto in maniera simpatica da tutti ed rammento di aver diviso la camera con due corridori, entrambi deliziosi: Zanatta e Fidanza. Il primo conosceva qualche parola di francese, il secondo no.
All'inizio della stagione Stanga mi ha iscritto a numerose corse che non volevo fare a causa del freddo, ma se con Guimard avevo diritto ad un occhio di riguardo sul programma, con Stanga no. Però, in questo modo sono arrivato alla Milano-Sanremo senza essermi potuto preparare come lo facevo abitualmente.
Rammento che c'era stata una discussione a proposito della tattica da adottare ed il mio parere era importante per loro, perché ero un doppio vincitore e quindi ho detto che, secondo me, la cosa migliore era star nascosti il maggior tempo possibile. Mi hanno ascoltato attentamente e fino alla fine ho creduto che ne avrebbero tenuto conto, se non del tutto, almeno in parte. Ma già nel primo terzo di corsa tutti i piani furono sconvolti: un gruppo era in fuga e chi si mise a tirare dietro? Tutta la squadra Gatorade! Sono andato a trovare un po' tutti per chiedere il motivo del cambiamento di tattica e la risposta era "Bisogna tirare, bisogna tirare". C'era il panico a bordo ed evidentemente abbiamo perso.
Sportivamente ho avuto difficoltà a ritrovarmi, perché se è vero che sul piano dell'organizzazione, come ho già detto, tutto era perfetto e non avrei potuto sperare di meglio, sul piano della tattica invece ... Quando si decideva di fare un'azione eravamo spesso in controtempo e poi, soprattutto, di solito, non si faceva assolutamente niente, anzi, più grave: " Non bisognava fare niente!"
Con Gatorade avevo la sicurezza di essere selezionato in tutte le più grandi prove come "leader" a "tempo parziale", ma la loro medestia in corsa, o, in altre parole, la loro mancanza di ambizione, mi toglieva il piacere di correre.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mer Mag 21, 2014 8:29 am

Nous étions jeunes et insouciants (LIV)

Una fuga folle



Invecchiando, il ciclista si crede in pieno possesso di tutte le informazioni che provengono dal suo corpo ed immagina che ciò costituisca un vantaggio essenziale, una scienza supplementare generatrice di benefici per lui.
Durante la stagione 1992 mi ero reso conto di un un fenomeno (per me) certo: avevo perso l'aggressività e la spontaneità. In altre parole ero più prudente, non osavo "forzare oltre misura il mio talento" che, comunque mi pareva intatto, così come i miei mezzi fisici.
Arrivando a San Sebastiano alla partenza di quello che si chiamerà il Tour europeo, perché era l'anno del trattato di Maastricht e gli organizzatori ci avrebbero fatto passare per sette Stati, mi sentivo veramente in grande forma: ero arrivato quarto ai campionati di Francia e potevo ragionevolmente nutrire qualche speranza. Ma ci sarebbe stato ancora una volta uno iato fra il mio stato mentale e le mie vere possibilità?
I primi giorni furono conformi alle previsioni: buona forma e nessuna difficoltà particolare. Non avevo certo l'ambizione di lottare per la vittoria finale, ma potevo giocare il ruolo di "guasta-feste". La risposta mi colpì, purtroppo, in pieno, sotto forma di un'umiliazione.
La scena ebbe per teatro il Lussemburgo, durante la famosa cronometro di 65 Km. durante la quale M. Indurain "spostò il limite umano" nell'esercizio specifico e mi inflisse l'estremo affronto di sorpassarmi, pur essendo partito sei muniti dopo di me.
Incredibile "exploit" che non era però dovuto ad un mio giorno no, perché il navarro quel giorno là distrusse tutta la concorrenza, infliggendo al secondo più di tre minuti di ritardo, una cosa vista poche volte.
Fui colpito nel "vivo" ed è poco dire che non amavo quel genere di situazioni e se, nel frattempo, mi ero messo a disposizione di Bugno, che finirà terzo a Parigi, l'undicesima tappa (da Strasbourgo a Mulhouse) con un profilo di mezza montagna e con un chilometraggio ideale per me (249,5), mi dette l'occasione di mostrare a tutti che mi chiamavo ancora Laurent Fignon.
Avevamo subito notato questa tappa, che presentava un buon numero di colli, fra cui il Ballon d'Alsace e la mattina stessa, avevo preso la parola per dire: "Tentiamo qualcosa" Benché la vittoria finale sembrava impensabile per Bugno, tanto Indurain pareva fosse al di sopra di tutti, per lo meno si poteva provare ad assicuraci un posto sul podium e per far questo era necessario, in particolare, cercare di staccare Greg Lemond (nota mia ) che aveva dimostrato segni di stanchezza ed appunto pensavo che proprio in quella tappa si poteva eleminare quell'avversario. Avevo aggiunto: "Quando vi farò segno, passeremo all'offensiva." Erano tutti d'accordo, anche se poi fuggirono, davanti alle loro responsabilità! A 100 km dall'arrivo, sono andato a dire che quello era il momento. Sembrava fosse solo uno scherzo, perché tutti fecero "orecchi da mercante", per una ragione che, ancora una volta, proprio non capivo. Salvo che quel giorno, mi sono proprio arrabbiato, di brutto e sono andato da Stanga per avvertirlo che non mi importava niente degli altri, perché avrei attaccato comunque! E sono subito partito per una fuga parecchio "pazza". Ho raggiunto dapprima i fuggitivi della mattina, e nessuno di quelli mi dette un cambio, ma questo non era un problema per me, perché ad uno ad uno li ho lasciati nel salire il Gran Ballon, mentre nella parte restante dei Vosgi, la mia volontà fece la differenza.
Nel gruppo, la Banesto non smise mai di tirare ed io, contro di loro, ho fatto 100 Km a cronometro. In cima al Ballon avevo due minuti di vantaggio, mentre Fuente, che avevo lasciato negli ultimi Km. della della salita era solo 30" secondi dietro e quindi C. Corti, il secondo direttore sportivo della Gatorade mi disse di aspettarlo. Ho rifiutato, perché il vantaggio sul gruppo era troppo poco; però restavano ancora 53 Km a Muljhouse e, per di più, con il vento in faccia. Ma ci ho messo meno di un'ora per terminare e malgrado la voglia del gruppo di riprendermi, sono riuscito a mantenere qualche secondo di vantaggio e alzare le braccia.
Questa vittoria giustificava da sola, la mia trasferta in Italia e nella squadra erano veramente contenti, perché era la loro prima vittoria al Tour.
Ma ho conosciuto solo la sera, la portata della mia vittoria, perché le circostanze del giorno avevano dimostrato a tutti che dovevo essere stato molto forte per resistere al ritorno del gruppo. Guimard aveva fatto di tutto per non farmi vincere, piazzando quattro dei corridori di Castorama nei contrattacchi durante la salita del Ballon, situazione che fece ridere tutti i commentatori. E l'ultimo stadio del razzo di Cyrille era proprio il mio acerrimo "amico" Luc Leblanc, che davanti ai microfoni non poté nascondere il motivo di quella tattica :" E' stato Guimard che ci ha detto di attaccare" spiegò ai cronisti, ben contento di essere se stesso e cioè sempre "coraggioso" nel poter scaricare sugli altri ogni tipo di responsabilità. Poi un giornalista, divertito, domandò al patron di Castorama: " Allora M. Guimard si corre contro Fignon?" E lui: "Andate a farvi fottere con le vostre domande." Naturalmente il "buon" Cyrille sapeva di mentire, perché aveva fatto proprio tutto il possibile per impedire che la mia progressione andasse a buon fine e nessuno ne dubitava.
Con in tasca una tappa di prestigio, mi sentivo come liberato da un peso ed ho voluto in tutti i modi aiutare Gianni Bugno a sparecchiare la tavola del Tour, perché, dopo tutto, non mi pareva totalmente impossibile. E durante la celebre tappa verso Sestrieres, dove Chiappucci divenne un eroe nazionale, al termine di un exploit in solitario stupefacente, io avevo messo su un piano anti Indurain.
Avevo notato che Miguel, quando era attaccato, non rispondeva mai subito agli attaccanti, aspettava sempre che essi ricercassero il loro secondo fiato per decidere di inseguirli in progressione. Avevo spiegato questa cosa a Bugno nei dettagli e poi gli avevo proposto: "Ad un certo momento ti avverto e mi metto a tirare ad un treno piuttosto sostenuto, ma non al massimo delle mie possibilità, poi tu partirai una prima volta, ma senza andare in rosso, perché è essenziale che tu mantenga delle riserve." Egli mi ascoltava come fosse mio allievo e quindi ho continuato: "Nel momento in cui tu vedrai Indurain mettersi al massimo per chiudere il buco, allora, in quel momento preciso, tu piazzerai il tuo vero attacco! E lo farai tante volte, quanto sarà necessario." Gianni ha sussurrato "Sì è giusto", ma ho visto sul suo viso un'assenza totale di convinzione, diceva di sì, ma, secondo me, pensava il contrario ed allora ho tentato di convincerlo, affermando: " In definitiva che rischi corri, comportandoti così? Di perdere il Tour? Di esplodere prima di lui? E che importa, tanto il Tour, se non fai niente, l'ài già perduto e ... allora *VAI*.
Nella salita programmata, come d'accordo, ho accelerato e Bugno è partito esattamente come l'avevo immaginato e dopo il tempo necessario Indurain è rientrato ed io ho guardato la scena, tristemente, non solo Bugno non ha proposto l'attacco vero, ma ha semplicemente smesso di combattere, piazzandosi "saggiamente" alla ruota dello spagnolo. Ero distrutto per l'italiano, ma il compito era troppo grande per lui.
Per concludere il "fiasco" tattico fino in fondo, Stanga ci ordinò di attaccare il giorno dopo sul Galibier e siamo partiti lui ed io. Una fuga regale? Nient'affatto, perché forzare il temperamento di Bugno era impossibile ed infatti cominciò subito a protestare che si andava troppo forte. Era incredibile vedere questo grande campione liquefarsi in diretta. Ed io, distrutto moralemente da tutte queste idiozie, ho finito il Tour senza voglia, a tal punto che ho quasi onta di raccontare quello che poteva accadermi l'ultimo giorno sui Campi Elisi. Affaticato dalla tre settimane, avevo scelto di dormire a casa mia, anziché in albergo, ma quando sono andato a prendere l'auto per recarmi alla partenza, non riuscivo a farla partire. Panico, perché era di domenica e non c'era un taxi disponibile; non riuscivo ad avvisare nessuno e vedevo di già il mio nome fra i non partenti della tappa. Per miracolo Alain Gallopin ha avuto il mio messaggio ed è riuscito a farmi arrivare in extremis alla partenza. L'esperienza non ti aiuta per niente contro le cose assurde, ma benché fresca e gioiosa, la mia "nonchalance" fu imperdonabile: non si scende da un battelo, prima di essere arrivati in porto .


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Gio Mag 22, 2014 8:35 am

Nous étions jeunes et insouciants (LIV)

Doping generalizzato

Come parlare di una deriva alla quale ho assistito all'inizio, diciamo di persona, seguendo con superficialità i costumi del tempo, come se si trattasse di fazzolettini per pulirsi le dita? Ho compreso, ma non volevo vedere, ho visto, ma mi rifiutavo di capire, poi ... fu patente ed in modo tale che questa evidenza si inserì nel mio modo di ragionare quotidiano.
Il doping? C'era sempre stato ed io stesso ne ho avuto esperienza in qualche occasione. Doping di massa? Non capivo che cosa significasse concretamente. Nuovi prodotti non rintracciabili? I rumori più folli di solito erano smentiti dai fatti ed io potevo ben saperlo. Ma in quel periodo stava accadendo qualcosa di anormale, benché sembri incredibile, ho dovuto, per comprendere "sbatterci la testa" di persona. Nessuno era venuto da me per spiegarmi ciò che stava accadendo in quel caso, mai nessuno osava affermare che questa volta cominciava ad essere una cosa molto grave.
Il passaggio in Italia accelerò, per me, il precesso di rivelazione, perché gli italiani possedevano una "cultura della cura" che sconfina talvolta nelle medicine ad oltranza. Attenzione, non parlo di doping, ma di medicina, però gli anni novanta stavano mostrando fino all'assurdo che la frontiera fra il lecito e l'illecito era molto grigia. Ad es, dopo la mia vittoria a Mulhouse al Tour, ho avuto molto male a recuperare e, per evitare di essere uno "straccio" il giorno dopo, i medici della Gatorade vollero assolutamente farmi ingurgitare tutta una serie di prodotti per il recupero, a base di vitamine, di minerali etc. Fra essi, alcuni erano buoni, ma altri alquanto pericolosi.
Quando sono arrivato la prima volta nella nuova squadra, tutti erano sbalorditi per la mia incultura in materia e che volessi rifiutare certi trattamenti. Ma come fate voi in Francia? Mi domandavano molto sorpresi. Quando ho spiegato che prendevo soltanto vitamina C, perché, psicologicamente, avevo bisogno di sentire le reazioni intime del mio corpo, c'è stato, per risposta, un grande silenzio fatto di incomprensione, ma forse non mi avevano creduto.
Per quanto riguarda i prodotti per il recupero, ho finito per acconsentire, ma c'erano alcune condizioni, perché volevo sempre essere presente nel momento in cui i medici aprivano i flaconi. Volevo controllare e verificare che si trattasse di vitamine e non ... Che le cose fossero chiare, perché proprio non si può dire che avessi una fiducia limitata, perché in effetti non avevo nessuna fiducia nei medici: fiducia zero!
1991,1992,1993 furono gli anni cerniera, quelli in cui tutto quasi si capovolse e coincisero anche con i miei ultimi anni, per cui mi si potrebbe ben considerare come un testimone "privilegiato", tranne che, paradossalmente, me ne tenni fuori, per volontà personale, con una caparbietà quasi prodigiosa.
Salvo essere smentito, non credo di sbagliarmi dicendo che alla Gatorade circolava l'EPO nel 1993 e forse anche un po' prima; ancora una volta sapevo, senza sapere; diciamo che erano parole vaghe che arrivavano sommessamente alle mie orecchie, niente di più.
Per essere precisi, quando ero ancora alla Castorama (nel 1991) e poco dopo il mio arriva in Italia, comprendevo certe cose per deduzione o per intuizione, talvolta. Oggi parlo di EPO, per esempio, ma è stato molto più tardi che ho saputo come si chiamava veramente questo prodotto "miracoloso" di cui si parlava a "porte chiuse" così come di un altro modo: utilizzare gli ormoni della crescita.
Nel corso della stagione 1992, penso che questa forma di doping, che aveva poco in comune con quanto avevamo conosciuto negli anni ottanta, non fosse ancora generalizzata; solo qualche "leader" sembrava avesse avuto accesso all'EPO, forse uno o due per squadra, ma di sicuro non so niente.
E poi, verso la fine della stagione 1992, un ex corridore, divenuto un aggiunto di G.L. Stanga venne da me e rivedo la scena come se fosse ieri. Corti ha cominciato a parlare attraverso metafore, per mettermi a mio agio, ma, anche dopo, non si è mai fatto capire chiaramente, non mi ha detto: "Ecco l'EPO, se lo vuoi!" Si è espresso invece con queste parole (cito a memoria) :"Laurent, tu sai che esiste un super prodotto per la preparazione, bisognerà forse vedere ciò che si può fare per provare con te." Ma era fuori questione che prendessi qualcosa di illecito, soprattutto se non sapevo di cosa, di preciso, si trattasse ed era proprio questo il caso. Prima di prendere una medicina, per curarmi, volevo sempre sentire il parere del medico e, nel corso della mia carriera, quando il loro consigli mi parevano affidabili e legittimi, li seguivo, perché sapevo precisamente, nei dettagli, che non rischiavo niente né riguardo alla salute, né sportivamente. Ma lì, si trattava di EPO, intorno al quale non si sapeva molto di certo, se non che si trattava di una manipolazione sanguigna e per me il solo fatto di pensare al sangue, mi faceva venire il panico. Una vera fobia! Rammento tuttavia che gli ematologhi dell'epoca affermavano che, preso con precauzione, non c'erano rischi. Era evidentemente l'argomento preferito dei "dopeurs", anche se io sapevo bene che con certe forme di doping era soltanto l'esagerazione ad essere pericolosa ed in materia di esagerazione fino all'ora non avevo ... ancora visto niente.
Ritorniamo al 1993, dove, secondo me, tutto divenne diverso; di passaggio chi si ricorda che la mia ultima vittoria nel professionismo fu la Ruta Mexico? Anche se sono stato l'unico europeo ad iscrivere il suo nome nel palmarès.
In quei tempi, dopo pochi giorni, molti dei miei compagni di squadra cominciarono a andare in un modo piuttosto stupefacente (nota mia: qui si potrebbe fare un gioco di parole ), nel senso che mai prima avevano mostrato un talento capace di impressionarmi. Dei ragazzi, che vedevo correre tutti i giorni con me, avevano cambiato le loro prestazioni da un giorno all'altro. Diventavano migliori, senza bisogno di allenarsi più di prima, talvolta anche meno, per me era flagrante, non potevano sussistere dubbi.
Lo stesso fenomeno l'ò potuto constatare anche in gruppo, dove i comportamenti si modificavano rapidamente: nuovi corridori stavano regolarmente in testa a "menavano" ad un treno d'inferno, al di là di ciò che sarebbe sembrato normale l'anno prima. Dopo qualche mese, alcuni hanno finito per parlarmi e confessare che Stanga in persona faceva da intermediario e, vedendo che io restavo volontariamente fuori, domandò ad alcuni suoi collaboratori di mettermi un po' di pressione. "Così fan tutti"! (nota mia: bel film francese, molto divertente )
Era un modo di incitamento che trovavo ben strano, perché non avevo mai visto tale comportamento da Guimard.
Ho resistito, non volevo saperne di EPO ed ancor meno di ormoni della crescita, che mi facevano orrore e la verità mi obbliga oggi a dire: "Nella Gatorade nel 1993 ero uno dei rari a rifiutare il prodotto!" Ma, devo anche confessare, che potevo permettermelo, perché avevo una reputazione da difendere ed un contratto a "prova di bomba". Il mio "status" mi offriva una libertà sovrana e, d'altro lato, il carattere mi permetteva di "tenere duro" e nulla e nessuno mi poteva far paura.
Ad anni di distanza, una domanda merita di essere posta: come avrei reagito se avessi avuto cinque o sei anni di meno ed un palmarès ancora da formare? Senza dubbio bisognava avere un grande coraggio per resistere alle perversità dell'epoca ed io il coraggio l'ò avuto, ma avevo 31 anni! Fino allora avevo sempre avuto l'idea di "fare il mestiere" nel modo migliore possibile, anche se al riguardo occore aprire una parentesi. Nell'epoca "mia", cioè gli anni ottanta, molti potevano "imbrogliare" senza averne coscienza, perché tutti si comportavano nella stessa maniera, prendendo gli stessi prodotti ed in più mai un qualsivoglia "medicinale" aveva trasformato un asino in un puro sangue!
Da Coppi ad Hinault, passando per Anquetil e Merckx, mai la scienza era stata capace di far sì che i mediocri potessero rivaleggiare con i campioni. Gli essere eccezionali, come i loro exploit straodinari, erano in qualche sorte "doc". Posso testimoniare insomma che fino al 1989 (circa) il doping era ancora ... artigianale (nota mia: come Castorama ), dopo ...
Giorno dopo giorno, vedevo che non era più la mia storia, perché questa metamorfosi dei ciclisti intorno a me, con la freddezza dei loro laboratorii, trasformava gli individui in macchine per pedalare. Quale macchina sarebbe stata mia, se avessi dato l'assenso ai dottori di Gatorade?
Prima del Tour 1993, G.L. Stanga mostrò irritazione verso di me, a causa della mancanza di risultati ed andò da A. Gallopin per dirgli che dovevo fare qualcosa subito. Era insidioso e del tutto rappresentativo di quegli anni, ma non mi fece molta impressione, anzi, perché nei rapporti di forza non avevo paura, però immagino bene come poteva influire su corridori più deboli psicologicamente o in una situazione di quasi precariato, oppure in quelli semplicemente arrivisti.
Dopo, evidentemente se un ciclista si faceva prendere nella rete del controllo, era naturalmente un paria, l'unico sporco e subito la squadra si separava da lui, gridando allo scandalo ed accusandolo di ogni turpitudine.
Ma spesso chi era il vero malfattore???


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Ven Mag 23, 2014 8:36 am

Nous étions jeunes et insouciants (LVI)

All'angolo di strada



Malgrado la volontà più accanita di resistergli, il tempo finisce sempre per diventare il passato. La stagione 1993 non fu conforme a quanto mi sarei aspettato e, più inquietante ancora, quando sono arrivato al Tour, avevo anche un inizio di bronchite, che, in altre circostanze mi avrebbe dovuto tener lontano da una corsa così esigente ed infatti non avrei potuto cominciare peggio: 67° del prologo a 43" da Indurain. La situazione era grave.
Quattro giorni dopo, vivemmo, come squadra, una caricatura di prestazione collettiva : durante un'interminabile crono (81 km) Gianni Bugno, che era di gran lunga il più forte, non seppe adattarsi al ritmo degli altri, facendo delle "tirate" che riuscirono quasi subito a "liquidare" la maggior parte dei compagni. In meno di 50 km la squadra era "bruciata" e lui continuava a spingere a tutta, non si comportava per niente come un "leader".
Aneddoto significativo, un giorno quando il gruppo era molto lontano dall'arrivo ed era in corso una fuga mattinale senza importanza, ci fu un'accelerazione brutale. In qualche minuto il gruppo si trovò in fila indiana a più di 50 Km/h. Ciascuno resisteva come poteva. Non so bene, ma dovevano restare ancora tre o quattro ore di corsa ed io non ci capivo niente e mi sono detto: "Non è possibile." Ho rimontato il gruppo come potevo ed ho visto uno spettacolo allucinante. C'era in testa, tal Laurent Pillon, un francese "esiliato" in una delle grandi squadre dell'epoca (GB-MG). Il fatto che quel corridore si trovasse in testa al gruppo non costituiva, in sé, una sorpresa, perché c'era stato altre volte. Ma era la maniera di pedalare che si rivelava stupefacente: si aveva l'impressione che non forzasse nemmeno, eppure andava a più di 50Km/h, tutto solo con le mani nella parte alta del manubrio, nonostante il vento di 3/4 in faccia!
Ero costernato e gli ho gridato: "Ma lo sai che siamo a 100 km dall'arrivo? Hai visto a quanto vai?" E lui mi ha risposto, con il suo accento nordista molto pronunciato: "Bah, mi hanno detto di tirare e io tiro!" Non credevo alle mie orecchie, povero ragazzo, non si rendeva nemmeno conto di ciò che faceva; non era certo colpa sua, era solo sottomesso all'epoca.
Si poteva proprio pensare che stesse accadendo ... qualcosa di serio.
Il giorno dopo, verso Amiens, il belga J. Bruyneel, che diventerà in seguito il D.S. di Armstrong, vinse una tappa condotta anch'essa ad un treno d'inferno: 50 km/h di media. Tutto il gruppo gli era corso dietro a fondo, ma, pur in un percorso vallonato, guadagnava comunque su di noi, tutto ciò a me pareva incredibile. I giorni si susseguivano ed il mio stupore si accresceva sempre più, nessuna cosa mi sembrava normale. In ogni tappa stavo sempre all'erta e non mi mancava certo l'esperienza per inserirmi in una fuga, ma non ci riuscivo mai: mi mancava sempre qualcosa, il colpo di reni che avrebbe fatto la differenza e lo spettacolo, che si presentava ogni giorno intorno a me, sembrava quasi irreale. Ero come un'anima in pena, sperso in una terra sconosciuta.
Poi arrivò l'episodio più terrificante, quello che spense definitivamente ogni mia illusione. Fra Villard-de-Lans e Serre-Chevalier, allorché era prevista la scalata del Galibier, avevo deciso di attaccare a partire dal Télégraphe. Non rappresentando un pericolo in classifica, mi hanno lasciato andare e francamente avevo un buon ritmo. Per un momento scivolò su di me il soffio fresco di un simpatico miragggio: l'illusione di poter ... Ma era davvero solo un'illusione, perché prima della sommità, allorché stavo "pestando" sui pedali come ai miei più bei giorni, o almeno lo credevo, vidi venire a "prendermi" almeno una trentina di corridori (o quaranta ). Nessuno aveva l'aria di forzare ed io non riuscivo a tenere le ruote. Dire che quel giorno ho avuto un trauma psicologico è molto inferiore a quello che sentii in realtà.
Fu un colpo di arresto, qualcosa che andava al di là della semplice umiliazione, una piccola morte. Percepivo una sorta di deprivazione di quello che ero stato: annientato, distrutto. Suonava la campana della fine della mia carriera e, mentre scollinavo mi sono detto: "E' finita, suono cotto, sarà bene smettere di farsi massacrare." Perché davanti a me non c'erano solo i migliori, ma ormai troppi corridori, anche della mia generazione, che non avevo mai visto andare così forte in montagna.
Niente era più normale e, d'altra parte, la normalità non aveva più senso per me e più niente avrebbe potutto stupirmi, anche se sul Galibier, mentre proseguivo con il mio ritmo, chi sono riuscito a riprendere? Accidenti, un Gianni Bugno completamente svuotato. Il Tour era perso per lui e per me finiva la storia che, dopo aver vacillato un po, terminava appunto nel silenzio maestoso delle alpi.
Sapevo in quel momento che era finito, ma non mi sono mai detto che era a causa dell'EPO, anche se ciò può apparire strano ed incomprensibile. Ma allora rifiutavo l'evidenza, pur avendo tutte le informazioni per analizzare fredamente la situazione. Ma non serviva, perché ero abituato, quando perdevo le corse, a non mettere mai tali sconfitte in conto al doping e quindi ho semplicemente pensato: " E' finita, hai fatto il tuo tempo!
La sera sono rimasto piuttosto sereno in quanto non c'era alternativa al fatto che il ciclista invecchiato dovesse lasciare il posto all'uomo maturo.
Il giorno dopo, nella tappa di Isola 2000, abbiamo scalato l'Izoard e poi la Bonnette (il tetto del Tour) e di quel giorno ha un ricordo molto preciso: sono rimasto in ultima posizione durante tutta la salita, volontariamente e con le mani alte sul manubrio ed ho apprezzato pienamente il "respiro" degli ultimi momenti "i miei" nell'eternità del ciclismo. Nessuno doveva, né poteva rubarmi quegli attimi: salire a 2700 m. in quelle circostanze mi dava delle ragioni per apprezzare, attraverso quei lunghi minuti di evasione mentale, tutto quello che la mia persona aveva vissuto in bicicletta. Un frammento poetico e di me stesso: respirare e andare alla mia cadenza e sentire nient'altro che armonia. Appoggiavo sui pedali in tutta leggerezza, guardando il paesaggio il più lontano possibile, misurando in ciascun istante il visto e non visto di un tempo fuggito, vedendo in quegli orizzonti, pieni di picchi e del blu del cielo, un universo nuovo da scoprire e, soprattutto una maniera diversa di considerare il futuro. Il ciclismo sarebbe continuato senza di me, ma la vita ... (nota mia: ma la vita no, la vita mia non può dissolversi con l'oro dei capelli )
Avevo solamente dei rimpianti? No, era un autentico momente di tristezza e felicità riunite.
Prima dell'ultima salita a Isola2000, dove sarei anche potutto arrivare fuori tempo massimo, ho deciso di scendere: dovevo farmi carico della fine della mia storia, riconoscerla e guardarla lucidamente in tutta la sua ampiezza. Senza tragedie, ma con grande coscienza di me stesso, ho abbandonato. Disperso all'angolo della strada, come quando ci sembra di gettarsi nel vuoto ... a corpo perso ...


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Sab Mag 24, 2014 9:01 am

Nous étions jeunes et insouciants (LVII)

"Tu non puoi immaginere quello che fanno"



Il ciclismo, infinita fonte di beautidine, aveva perso molti punti di riferimento; i miei si erano addirittura evaporati con le siringhe di EPO, di cui non comprendevo né l'uso, né, tanto meno, gli eccessi. D'altra parte si poteva di già parlare di "generazione EPO?" Probabilmente, sì.
Mettendo piede a terra definitivamente sul Tour del 1993, annunciando logicamente la fine della mia carriera, non avevo ancora compreso la realtà delle cose e non immaginavo neppure "l'orrore": Di certo avevo capito l'emergenza che avrebbe prodotto questa nuova sostanza, di cui si cominciava a parlare sui giornali e nei "corridoi" del ciclismo, ma, malgrado ciò che potevo vedere in Italia, non avevo percepito fino a che punto poteva essere generalizzata la sua utilizzazione. E poi c'era un'altra cosa che mi rifiutavo di ammettere: la sua incredibile efficacia. Con l'Epo tutte le barriere si sbriciolavano e non mi riusciva di ammettere che la maggior parte dei ciclisti, che correvano con me, carburavano con questo prodotto.
Così, dopo l'abbandono al Tour e in seguito ad attenta riflessione, ero arrivato ad una conclusione che mi pareva evidente: io non andavo più!
Bisogna precisare che il mio universo mentale di allora aveva come riferimento solo il ciclismo degli anni ottanta e che un prodotto potesse "fabbricare" un campione o potesse quasi permettere "a colpo sicuro" una vittoria in una corsa, era per me un'idea talmente assurda da ...
un non senso, insomma.
Qualcuno si stupirà nel leggere queste parole e penserà: "Non poteva non sapere!" E' bene, dunque, essere precisi: comprendevo le cose, diciamo, nelle linee generali, ma non nei dettagli. E poi la mia mentalità era la seguente: non mi interessava quello che potevano fare gli altri, per me contavano soltanto i miei progressi personali, il mio lavoro ed i miei risultati, nient'altro.
Certo, A. Gallopin mi metteva spesso in guardia: "Tu sai, Laurent che molti fanno stupidaggini, esagerano veramente e tu non puoi nemmeno immaginare quello che fanno, c'è chi è diventato proprio pazzo ed ed è pronto a *tutto*"
Ma questa realtà non riuscivo a compenetrarla, come se fossi ormai ad una distanza troppo ... da essa, come se fossi già altrove.
L'ultime corse alle quali ho partecipavano mi annoiavano profondamente e rinforzavano la mia voglia di distacco da un mondo strano, meno vivace e più chiuso. Certi comportamenti mi parevano addirittura incomprensibili, ad es, quando vedevo che corridori di poco talento riuscivano a recitare improvvisamente i primi ruoli, e quindi non era più il caso per me di ...
Il dopo Tour fu piuttosto anodino e gli sguardi della gente mostravano tanto compassione, quanto indifferenza, perché ormai si rendevano conto che avevo girato pagina. Ho lasciato trascorrere i giorni lasciando la mia bici in garage, ma un mattino di agosto, sono ritornato ad allenarmi. Fino a quel giorno, durante tutta la mia carriera, avevo sempre messo un grande rapporto: 53X15 o 53X16 e dunque anche quel giorno sono partito come d'abitudine, ma dopo pochi chilometri ho dovuto cambiare e sono passato al 42x18 e mi sono sentito finito, non avevo più voglia e con un solo colpo di "scopa" ho spazzolato le ultime tracce che mi legavano ancora allo sport più bello del mondo
L'io ciclista non era più il mio io interiore ed ero preparato da sempre a questo, ma il viverlo concretamente faceva uno strano effetto.
Allo scopo di non anticipare sul mio anno fiscale seguente e non dover pagare troppe imposte, non ho partecipato a nessun "criterium" (nota mia: non ho capito niente, ma non so come funziona il sistema fiscale in Francia) ed ho annunciato che la mia ultima partecipazione ad una corsa sarebbe stata al G.P. di Plouay, dove sono andato a "cuor leggero".
L'ambiente era, però, particolare, perché in molti, prima della partenza, sono venuti a dirmi "grazie" e per augurarmi "buona ventura".
Io, naturalmente ero in condizioni disastrose e benché volessi veramente terminare quella corsa, quando si andava a tutta, non potevo seguire e allora ho raggiunto con grande sforzo la testa al gruppo per dire loro "Addio" con una voce mesta. Marc Madiot ha urlato: "Guardate bene e guardate tutti, è l'ultima volta che vedete Laurent Fignon in corsa!" Una grande emozione si è impadronita di me e la gola si è seccata; i muscoli si sono irrigiditi e ... sono sceso di sella.
Tutti i mattini del mondo sono senza ritorno.
G. Stanga mi ha lasciato tranquillo, e, poco tempo dopo, la società Gatorade annunciava la fine degli investimenti nel ciclismo, ma io avevo firmato un contratto di tre anni e sono "saltato" sull'occasione, annunciando che avevo deciso di rispettarlo e che avrei corso anche nel 1994. Un profitto insperato per me, riscuotevo anche il terzo anno, senza dover correre e perché avrei dovuto averne onta? Per due anni ero stato l'ambasciatore di Gatorade in Francia e lo avrei fatto un altro anno, anche se non in bicicletta! Mi pareva logico.
Cominciarono allora dei giorni di riflessione intensa. Avevo smesso in piena coscienza e senza alcun rimorso, ma la cosa non era così facile come mi volevo convincere che fosse. Qualsiasi corridore, che sia stato un grande campione o no, quando gira pagina è evidente che non possiede più la passione della sua vita. Era appunto questo che mi stava accadendo e prepararsi mentalmente non è sufficiente a non subire, ma nemmeno ad attenuare, il trauma. Per noi il ciclismo non è un mestiere, ma un qualcosa che ti divora dentro.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Dom Mag 25, 2014 8:16 am

Nous étions jeunes et insouciants (LVIII)



Mi sono infilato in una specie di buco, perché la mia "preparazione" non prevedeva niente di concreto, ad es. non sapevo che fare della mia vita, delle mie giornate ... ormai. E cosa ancora più grave non riuscivo neppure a capire che cosa avessi voglia di fare! E, poiché l'inattività non è mai stata il mio forte, bisognava che mi affrettassi a pensare a qualcosa. Ma ne ero incapace, perché nei mesi successivi al mio abbandono mi accorsi di essere ancora *dentro* un corridore. Il bioritmo, le abitudini, la maniera d'essere e perfino i riflessi: tutto reagiva come ... sempre. Bisognava che passasse l'inverno.
Un mattino, all'inizio del 1994, mi sono fermato a pensare che gli altri, tutti gli altri, avevano ripreso ad allenarsi e mancava poco alle prime corse ed io invece chi ero diventato? Niente, se non un *non-ciclista*. Ma questa volta, mi resi conto, che il mio corpo non era soltanto "in vacanza", in attesa cioè di riprendere la sua vera attività organica, no, il taglio era stato irreversibile e gli altri erano ripartiti senza di me.
Quale futuro?
Mi rivedo in quel giorno, un certo giorno di puro panico. Ero seduto su una poltrona a casa mia e ho sentito un gran vuoto, una sorta di nodo alla gola, una paura insidiosa che mi rodeva il ventre e risaliva fino alla schiena. Mi sembrava una piccola morte! Mi sono alzato, colpito da una tremenda angoscia e sentivo il bisogno di respirare forte. Ho cambiato poltrona, ma l'impressione era rimasta e non mi riusciva di riflettere veramente, e più mi accorgevo di essere ridicolo, più la mia ansia cresceva.
Ma non potevo lasciare che la depressione trionfasse e mi sono costretto a pensare in maniera logica, prendendo ogni cosa per ordine.
I soldi? Ne avevo abbastanza, tanto più che l'anno precedente, per prudenza, avevo rimborsato ogni mio debito. Alla fine della mia carriera, versavo 1,5 millioni di franchi alle imposte, vale a dire il 60% dei miei guadagni e Gatorade mi pagava 500.000 franchi al mese e il mio patrimonio ammontava a circa 2 milioni di franchi liquidi, ai quali dovevo aggiungere alcuni beni immobili. Fra parentesi, tutto ciò non era niente se confrontato a quanto guadagnavano già allora i più grandi calciatori, tennisti e addirittura i golfisti.
Le mie occupazioni? Giocavo proprio a golf, uno sport che mi aiutava a concentrare ed a scoprire un mia interiorità molto strana. Partecipavo altresì a viaggi avventurosi di ogni sorta. Tutto ciò mi aiutava a mantenere uno stato psicologico accettabile e ... poi mi ha telefonato il giornalista P. Chassé, per chiedermi se volessi commentare le corse su Eurosport. Quest'idea mi piaceva molto e mi ci sono buttato, ma devo essere onesto, per me non rappresentava un progetto per il mio avvenire.
Più riflettevo, più capivo che non sapevo fare quasi niente al di fuori del ciclismo. Investire in qualche affare? Perché no, ma in quali precisamente? Nel settore immobiliare, no ed in altri ... nemmeno ed ho finito per confessarmi che non avevo speciali attitudini e, più inquietante, non avevo nemmeno voglia di imparare.
Ero la vittima, alla mia maniera, dell'inevitabile abrutimento del ciclismo professionista? Anche ad uno come me, che aveva continuato a leggere ed a cercare di istruirsi un po', a restare insomma informato sul mondo, il ciclismo aveva imposto la propria "bolla" che lo divide dalla realtà di tutti gli altri. Eppure sentivo che potevo anche interessarmi di altre cose, ma il ciclismo professionista aveva cancellato queste mie disposizioni e mi aveva "accaparrato" completamente. E, a differenza ad es. di un calciatore, il ciclismo prende tutto di te e non ti lascia che un minimo per il tempo libero: l'allenamento è lungo e le corse numerosissime.
Un po' mi dispiace per "l'isolamento" di quegli anni, perché mi rendevo conto di aver perso quindici anni di vita sociale, fuori da tutto, come ho detto, preoccupato solo dello specifico e quasi mai del resto. L'attualità è passata senza di me e mi sentivo (nota mia: con Moretti ) autarchico.
Sono ben cosciente che non si poteva fare altrimenti: essere ad alto livello richiede moltissima concentrazione ed un'attenzione quasi esclusiva e, come la mia carriera me l'à mostrato, quando mi lasciavo prendere dalle preoccupazioni del quotidiano, in particolare quelli della mia vita privata, i miei risultati ne soffrivano.
Essere ciclista al cento per cento è un'obbligo, spiacevole, ma indispensabile.
Uscendo da quella spirale infernale, ho preso coscienza che il mio universo assomigliava ad una prigione dorata, perché c'era una specie di paralisi in quella "bolla" (nota mia: in matematica si chiamerebbe sotto-insieme) ciclistica e, secondo me, rappresenta uno dei problemi del ciclismo. Siamo fuori da mondo, concentrati nel nostro universo e si finisce per credere di essere superiori e che il mondo reale sia il nostro! E viviamo in questa illusione.
Ripensandoci, mi sento gelare, per tutto ciò che non ho fatto del tutto o troppo raramente, come andare a passeggio con mia moglie, a divertirsi, a far spese etc. Impossibile, perché troppo faticoso, perché il mestiere ... sempre una buona scusa.
Ho espresso il mio rammarico, se ora devo fare un bilancio preciso, obiettivo, autentico, continuo a pensare che la mia vita ha avuto più lati buoni che cattivi. E come dimenticarsi che noi eravamo anche degli uomini liberi ed emancipati e, come tali, potevamo prendere l'auto di un D.S. ed andare in piena notte a trovare una ragazza, fare 200 Km per un semplice sfizio e ritornare la mattina dopo, per la tappa del giorno. Questo non era certo fare cultura generale, ma era pur sempre vivere e, mentre ci sono, devo confessare che anche per quanto riguarda l'alimentazione, non mi sono mai imposto delle restrizioni. Ci stavo attento, ma nulla di più, salvo nei grandi appuntamenti della stagione, anche se già allora si stava cominciando a scoprire l'importanza del peso-potenza. Ma io, senza voler paragonarmi ad Anquetil, che del mangiare ne aveva fatto quasi "un'arte" e un modo quasi obbligatorio di vivere il suo ciclismo, ho fatto la mia parte in quanto a eccessi. Non ero certamente un fanatico della dietetica e dell'essere in peso forma sempre e toujours.
Ecco perché, senza dubbio, non ho mai aspirato a diventare direttore sportivo, un mestiere che richiedeva qualità che, chi ha letto fin quin, può ben capire che non possedevo. D'altra parte, la verità mi obbliga anche a dire che mai uno sponsor mi ha proposto di formare una squadra. Con Alain Gallopain l'idea ci ha anche sfiorato una volta o due e ad es. alla Caisse d'Epargne avremmo anche potuto proporre un progetto semplicissimo: trovare il prossimo francese capace di vincere alcune volte il Tour.
Noi sappiamo che i grandi vincitori riescono sempre ad imporre un ciclo. Dopo Armstrong, c'è dunque un vuoto, anche se Contador possiede un talento naturale evidente. Ma prendiamo Carlos Sastre, vincitore del Tour 2008, in termine di classe, quest'uomo non mi arriva alla caviglia!
Scoprire un giovane francese d'avvenire, in una struttura francese, con uno sponsor francese di grande nome, sarebbe stato un bel progetto ambizioso. E qual è stata la scelta della Banca? Investire in una squadra spagnola! E la cosa più incredibile in questa storia è che non c'è stata la minima reazione emotiva in Francia (nota mia: per una volta sono in disaccordo totale con Laurent, mi sembra proprio giusto che uno sponsor vada al di là del becero nazionalismo :mad).
Nessuno ha gridato allo scandalo, allorché invece c'era di che avere il "voltastomaco". Io per lo meno era molto arrabbiato ed è stato un altro esempio che mi dà il disgusto, se penso di voler dirigere una squadra.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Lun Mag 26, 2014 9:15 am

Nous étions jeunes et insouciants (LIX)

Contestare i potenti



Fare qualcosa tanto per farla, era al di là delle mie possibilità e per me il ciclismo restava sempre davanti, anche se provavo a girargli le spalle. Era impossibile fuggire, dunque; d'altra parte le mie competenze in quella materia erano indiscutibili e nessuno osava contestare questa mia autolegittimazione.
Allora, più ci riflettevo, più mi accorgevo che l'organizzazione (in senso lato) mi tentava sempre di più ed alla fine ho deciso di creare una struttura: "Laurent Fignon Organisation". In un primo tempo mi sono occupato del livello più basso e cioè, cercare di interessare i ciclo-amatori ed ho proposto la mia prima innovazione nel 1996, con il trofeo de l'Ile-de-France cicloturista. Era composto da quattro cicli nei quattro dipartimenti e poi una sorta di gran finale intorno a Parigi.
Il mio intento era quello di mischiare cultura, famiglia, sport e ciclismo ed infatti, ogni volta, ci riunivamo in un grande castello del dipartimento ed elaboravamo un programma gastronomico, in presenza di un grande cuoco e di una scuola alberghiera. Ci sono state tre edizioni di questo trofeo con 300 partecipanti il primo anno e 1000 gli altri due.
Finiti i privilegi! Alain ed io facevamo di tutto: mettevamo i cartelli indicativi, a posto i tavoli e preparavamo le "toilettes". Il primo anno abbiamo anche sistemato le barriere la mattina presto, dopo una nottata di lavoro. Ed, in seguito, ho pure inforcato la bici per i primi settanta km. con i partecipanti. Ero cotto!
Ma non era che una tappa, perché la mia "folle voglia" si chiamava Parigi-Nizza e molte ragioni mi portavano a credere che fosse fattibile.
In primis, perché l'irganizzatrice storica dal 1982, Josette Leulliot, che era alla testa della società Monde 6, arrivava al termine della sua "avventura" personale con la corsa e la voleva vendere. Dipoi, la Corsa al Sole, che ha origini anteriori alla seconda guerra mondiale, era l'unica grande prova a tappe del calendario francese ad essere rimasta indipendente, che non apparteneva cioè ad un grande gruppo, come la S.d.T.d.F (A.S.O.). Infine P-N ha sempre beneficiato (legittimamente) di una rinomanza internazionale, come attesta la sua lunga storia.
Nel 1997, totalmente preso da questo ardente desiderio e talmente convinto della mia scelta, sono andato a trovare la signora per esporle le mie proposte e il progetto. Ella si dimostrò calorosa, ma anche molto indecisa; del resto sapevo che la S.d.T.d.F. di J.M. Leblanc era interessata ed è inutile dire come avesse i mezzi per una simile "ambizione".
Intanto io ho moltiplicato l'esperienze di organizzatore: la Polymultipliéè (ex Trofeo degli scalatori) la riportai a Chanteloup-les-Vignes dove aveva avuto inizio e, dove, storicamente furono utilizzati i primi "cambi moderni". Poi Parigi-Bourges. In seguito ho creato delle prove per delle grandi imprese, come Point-P e per far ciò bisognava darsi da fare tutti i giorni per avere le autorizzazioni, per convincere gli sponsor prima e mantenerli poi.
Alain, che era ritornato con me, dopo essere stato inquadrato in una squadra che durò lo spazio di un mattino (Catavana), fu di nuovo attratto dal mondo del professionismo, perché nel 1997 Marc Madiot lo ingaggiò alla F.d.J. come direttore sportivo aggiunto. "Non posso rifiutare", mi aveva detto ed aveva ragione, ma io ero proprio in collera! Siamo stati a lungo senza parlarci, anche perché ero in una fase di attività intensa e stavo sempre a pensare al mio progetto su P-N; ne inventavo i contorni, li sviluppavo, per me era quasi diventato un'ossessione.
Sapevo che J. Leulliot aveva fatto la promessa di non cedere mai la corsa al Tour de France, mentre suo fratello (J. Michel) l'ex giornalista di TF1, non pensava che ai soldi e faceva di tutto per convincere la sorella a non pensare a chi fosse l'acquirente, ma a far sì che il prodotto riuscisse ad ottenere il prezzo più alto. Per diversi mesi mi trovai in una situazione di stallo, poi un giorno Eric Boyer, che aveva smesso di correre e che lavorava ogni tanto per Josette, mi telefonò: "Paris-Nice è sul punto di essere venduta al Tour, se tu la vuoi veramente, sbrigati, perché è ora o mai più." Allora ho subito ripreso il mio "bastone da pellegrino" ed ho rifatto il "forcing", scommettendo tutto sui grandi princìpi che ella stessa mi aveva illustrato. E Josette ha accettato la proposta di 4,5 milioni di franchi ... una grossa somma per me, anche se non sarebbe stato niente per l'altra società.
Con la Parigi-Nizza avevo acquistato anche le altre corse collegate a Monde 6 che avevano un buon suono per tutti gli amanti del ciclsmo: L'Etoile des Espoirs, la Route de France, la Grand Prix de France etc.
Fin dall'inizio di questa avventura, o quasi, sono cominciate le preoccupazioni; all'inizio con la banca, che mi ha veramente messo "i bastoni fra le ruote". Avevo concepito un piano-finanziario su tre anni, ma essi lo hanno respinto e mi hanno obbligato a mettere tutti i miei due milioni di franchi subito nell'acquisto, il che mi privava di ogni liquidità. Ciliegina sulla torta, rifiutarono l'ammortamento del prestito in quindici anni e lo portarono ad otto. Tutto ciò ha molto complicato il lancio della corsa. Era duro per i nervi, anche perché, poche settimane dopo l'accordo, la banca mi chiamava quasi tutti i giorni, una specie di "vessazione" continua, un vero e proprio inferno, tanto che sono pervenuto alla conclusione che le mie difficoltà con la banca non fossero dovute al caso.
Ero ancor più inquieto, perché conoscevo le mie lacune: non ero mai stato un buon commerciante, non sapevo vendere la mia immagine, mentre P-N aveva proprio bisogno di un professionista del "marketing" ed io non potevo permettermelo. Dopo il primo anno, ho capito che dal punto di vista finanziario non potevo uscirne indenne. A parte Phonak, con la quale avevo firmato un contratto, non era possibile trovare altri "partner" ed ho compreso solo più tardi quali fossero le ragioni: c'erano Havas Sports da un lato e il Tour dall'altro e fra i due sussisteva un patto di non aggressione (nota mia: una specie di Molotov-Ribbentrop). Pertanto i miei tentativi di annodare rapporti con Hava erano nulli in partenza e tutti gli altri grossi sponsor che avevo contattato, ci pensavano due volte prima di impegnarsi, perché non volevano inimicarsi né l'uno, né l'altro. La potenza del Tour de France, che non voleva certo il mio bene, diventò per me il principale handicap: nessuno osava mettersi contro i dirigenti del gruppo Amaury.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mer Mag 28, 2014 11:26 am

Nous étions jeunes et insouciants (LX)


I fatti purtroppo sono testoni e tutti i miei rapporti con le città, i consigli generali o regionali erano complicati. Con la voglia di innovare dal punto di vista sportivo, volevo assolutamente trovare dei percorsi mai fatti, con delle salite non ancora affrontate e, se possibile, non troppo lontane dagli arrivi per offrire ai corridori dei profili adatti a rispondere alle loro velleità di attaccanti,. Volevo evitare a tutti i costi una corsa monotona e che si assomiglia sempre, di anno in anno, come quelle che avevo disputato io. Ho bene in mente il ricordo di cinque o sei P-N nelle quali le tappe erano sempre le stesse. Una caricatura di corsa!
Un giorno sono andato a trovare il sindaco di Macon per proporgli l'arrivo di una tappa, perché questo mi avrebbe permesso di avere un finale del tutto nuovo con una "cote" molto interessante. Il sindaco mi ha risposto che non ci sarebbero stati problemi, lo propongo al consiglio comunale e sarà votato certamente. Sorpresuccia (nota mia: questa parola la usa mio nipote, il Sardino ), tre giorni dopo, la proposta è stata bocciata.
Ho compreso/saputo che i dirigenti dell'A.S.O. avevano fatto pressione affinché la città non accordasse questo arrivo; come per caso, l'anno seguente (2002) Macon fu scelta per l'arrivo di una tappa del Tour. Occorre aggiungere che questo esempio si ripeté più volte, perché quasi sempre si diceva loro: "Se voi accettate P-N, non pensate più al Tour". Che grande dignità!
Nel 2000 e 2001 P-N fu dal punto di vista sportivo molto buona, mi sembra, e non c'è stato niente da ridire sul piano organizzativo: belle partenze e begli arrivi, ma dovevo battermi in permanenza con tutte le città, anche quelle acquisite alla corsa, come Nizza. I nizzardi avevano anche pensato, come accade ormai, che l'ultima tappa arrivasse in città, anziché sul col d'Eze, ma io non volevo toccare questo "mito" ed ho combattuto con tutte le mie forze questa idea di "innovazione". Sono riuscito a vincere temporaneamente questa battaglia simbolica, ma lo stesso successo non ha avuto chi è venuto dopo di me.
Per organizzare P-N impiegavo sei persone in tutto e due di loro, F. Lemarchand e Valérie, che ho sposato qualche anno dopo, si occupavano anche di altre attività della L.F. Organisation. Ma già dal secondo anno non c'erano più dubbi sulla mia impossibilità a reggere finanziariamente, salvo se non volessi andare verso il fallimento. La seconda edizione si era svolta in modo quasi perfetto, ma sapevo benissimo che per me non ci sarebbe stata la terza. Dovevo vendere! E quale fu la mia strategia? Ho aspettato il maggior tempo possibile per obbligare il Tour ad acquistare. Dato che mi impedivano di "respirare", bisognava che essi capissero che era quasi un obbligo morale per loro e quindi ho aspettato gennaio per telefonare, ossia appena tre mesi prima della partenza!
"Se siete sempre interessati all'acquisto, sappiate che vendo."
J.M. Leblanc mi ha fatto avere la risposta dieci giorni dopo, ma le condizioni erano tali che il risultato personale è stato un deficit totale di due milioni di franchi!
Devo precisare che, oltre a rimetterci, mi sono anche lasciato da "nemico" con loro. J.L. Leblanc non ha voluto negoziare direttamente con me ed ha delegato questa "missione" a Daniel Baal, l'ex presidente della federazione francese, che era allora il numero 2 e successore virtuale del capo (ma resterà tale ). Poco competente e troppo sicuro di sé, venne accompagnato da J.F. Pescheux, direttore sportivo del Tour, che in questo caso avevo il ruolo di spulciare i conti. Mi domandavo quale belle idee si facevano sugli altri, per pensare che volessi imbrogliarli non si sa come o dove. Dubitare fino a quel punto della gente mi sembra molto ... Non hanno trovato niente, ma avevano tentato comunque di umiliarmi.
Ma non era ancora finito, perché il giorno della vendita sono arrivati in cinque, allorché io ero solo con il mio avvocato. E, con sommo mio stupore, volevano rinegoziare. In specie i termini di pagamento venivano allungati! Inutile dire che "bollivo" sulla sedia e l'avvocato, che mi conosceva bene, temeva una reazione ... Che non è mancata.
Dopo due ore di trattative, ho colpito il tavolo con tutte le mie forze e ho detto loto: "Voi volete sporcare tutto, mi prendete per un bandito o non so che altro nome usare!? La trattativa finisce qui, non vendo più! Levatevi di torno!
Il loro atteggiamento non era stato onesto ed anche J.M. Leblanc, che dopo la fine della mia carriera aveva fatto di tutto per allontanarmi dalla famiglia ciclistica, lo confessa (almeno a metà) nel suo libro "Le Tour de ma vie" :"Comprendo, fra le righe, che il clima delle discussioni non sia stato troppo buono per il suo (di Fignon) amor proprio. Non bisogna mai "ferire"i propri interlocutori."
Toccante quanto scrive il signor Leblanc, per una volta capace di un po' di umiltà, lui che, come giornalista prima e come direttore del Tour dopo, non ha mai mostrato molta franchezza. Ha sempre conosciuto ogni tipo di accomodamento e con R. Legeay e T. Cazeneuve ha tirato tutti i fili del ciclismo francese per troppo tempo.
La reazione di fronte a D. Baal e agli altri era dunque legittima ed essi ripartirono a testa bassa. L'avvocato mi disse che temeva che lle cose finissero in tal modo.
Frattanto Tony Rominger, portavoce di una finanziaria svizzera, si era detto interessato e quindi, perché no, l'ò subito chiamato, ma, con mia grande sorpresa, non poteva fissare un appuntamento prima di una quindicina di giorni ed allora mi sono sentito "preso alla gola".
Dopo ho saputo che l'A.S.O. aveva costretto anche lui a far rientrare le proprie ambizioni.
Avevo messo Baal KO, certo, ma sapevo anche che Leblanc non si sarebbe certo mosso e quindi sono stato costretto a chiamare direttamente P. Clerc, il grande patron di Amaury Sport Organisation e gli ho detto in tutta sincerità: "Le mie parole hanno oltrepassato il pensiero, ma non trovo corretto che si cerchi di rinegoziare ciò su cui eravameo d'accordo e che mi si voglia pagare a delle scadenze assurde." Lui mi ha risposto in tono conciliante e mi ha chiesto se ero sempre disposto ... "Certo, ma non con Baal." Patrice Clerc ha fatto allora quello che doveva, nominando un altro portavoce e tutto fu sistemato in poco tempo e come era stato previsto.
Mi rammento di aver pensato: "Con Baal a la testa del Tour, avranno dei grossi problemi, non solamente non sa condurre gli affari, ma non conosce neppure niente di una corsa ciclistica." Ed avevo visto giusto, perché il gruppo si è separato da lui, prima che potesse succedere a Leblanc.
In tutta obiettività, se avessi insistito con P-N avrei potutto perdere tutto, anche perché non possiamo dimenticare che l'inizio degli anni 2000 era un periodo di grande crisi nel ciclismo, che non riusciva a rimettersi dopo l'affare Festina e continuava ad accumulare i casi di doping. Per un indipendente come me, aver osato comprare P-N a quell'epoca era stata un'audacia eccezionale, votata alla sconfitta; solo la potenza finanziaria della società del Tour poteva sopportare il fardello di questo periodo di buio.
Ciò detto, dopo gli scontri, furono corretti con me e mi permisero anche di collaborare nella corsa per due anni. Occorre dire che P-N era sana, malgrado tutto, perché ero riuscito ad installare un piano-mediatico assolutamente rivoluzionario in questa corsa: avevo negoziato la diffusione nel mondo per almeno un centinaio d'ore di televisione, allorché, prima, ne passavano, al massimo, una dozzina.
La pagina era voltata, dopo questa esperienza di organizzatore impedito, ho cambiato tutto, cessando teoricamente tutte le mie attività del genere, salvo, in pratica, Paris-Corrèze.
Avevo perso molti soldi, ma non era la cosa più importante: stavo concludendo il mio divorzio da Nathalie e il mio bel sogno di trasformare
P-N era ormai passato; un ciclo si chiudeva per me e, dopo dieci anni dalla fine della mia carriera sportiva, era vitale per me cambiare, come ogni dieci anni.
Sempre guidato dalla passione, ho avuto allora un'opportunità straordinaria: sono stato contattato per riprendere un affare che riguardava sempre il ciclismo e sono andato a Gerde, un comune vicino a Bagnères-de-Bigorre, negli alti-pirenei. Vedendo questi luoghi, ho sentito un brivido!
Immediatamente ho capito che avevo trovato il luogo ideale per il centro Laurent Fignon che è stato creato nel giugno 2006. Ai piedi del mitico colle del Tourmalet, nel dipartimento con dodici montagne e che erano stato tappa di arrivo del Tour innumerevoli volte a cominciare dal 1910, che domandare di meglio? Là ho immaginato una nuovo modo di fare "stage" e lanciarmi in questa avventura fu un vero e proprio colpo di fulmine.
Una confessione, tuttavia, ripensando talvolta a P-N posso solo dire che sono rimasto annientato da questa sconfitta. L'abito di organizzatore non era di una misura troppo grande per me, ne sono convinto, e mi rimane nel profondo la certezza che avrei potuto trasformare questa corsa in quache cosa di "unico", qualcosa che mi avrebbe assomigliato. Ma i dirigenti del Tour erano stati feriti dal fatto che ero passato davanti a loro e me l'ànno fatta pagare!
Anche i più audaci sono costretti a piegarsi davanti ai potenti ... talvolta.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Gio Mag 29, 2014 8:50 am

Nous étions jeunes et insouciants (LXI)

Un profumo di autenticità



C'è una differenza fra il consultante televisivo, che sono diventato ormai, e l'ex ciclista che di questa passione viveva? A mio avviso, no, perché la passione mi guida tuttora e, secondo me, deve costituire il nutrimento intellettuale e il cuore stesso di un consultante, perché senza cultura ciclistica e passione questo lavoro non si può fare.
Dopo una lunga esperienza ad Eurosport e poi a France Télévision, posso proprio dire che *amo* commentare le corse alla TV, come consultante, ma soprattutto come appassionato.
Faccio questo mestiere sempre con grande piacere, anche se ci sono stati momenti difficili in una dozzina d'anni, anche se con tutti gli affari di doping, qualche forma di scoraggiamento si è insinuata nel mio spirito. Ho in effetti il ricordo di corse che non avevano più né testa, né coda e tutte le frontiere della comprensione erano state annullate, l'unica virtù da dimostrare era la pazienza.
A me piace spiegare le corse ai telespettatori, aiutarli a comprendere i fatti, analizzare le tattiche e ciò, secondo me, è un piacere raro e sicuramente un privilegio. Ma attenzione, io sono un consultante, non un giornalista e, contrariamente a molti altri, non cerco mai di essere consenziente: dico quel che penso in quel momento e credo che i telespettatori amino la sincerità, anche se poi, può capitare di essere smentiti dai fatti. Da quando commento il Tour per F.T. devo dire tuttavia che ho messo un po' d'acqua nel mio vino, nel senso che non posso essere così ironico come su Eurosport: bisogna un po' adattarsi al grande pubblico, senza però diventare altro da se stesso. Mi sforzo sempre di parlare solo se ho qualcosa da dire e posso anche stare minuti senza aprire bocca, se le circostanze le richiedono, non ho nessun preccupazione, riguardo al mio ego, in questi casi.
Ciò non mi impedisce di pensare e di dire che il ciclismo vive oggi la malattia dello sport in generale: la posta è molto più alta che ai miei tempi e quando dico posta, mi riferisco, naturalmente, ai soldi. I media hanno peso e potere e gli sponsor sono ancora più importanti di prima e fra loro si crea un circolo (vizioso o virtuoso?) nel senso che ciascuno alimenta l'interesse dell'altro.
Bisogna dire la verità ai nostri giorni quando un corridore fa un gran colpo al Tour, sembra che abbia inventato un nuovo sport! Il ciclismo infatti, si è trasformato in uno sport di difesa, dimenticando la sua ragion d'essere essenziale: l'attacco. Certo che occorre anche saper difendere una posizione, per esempio in un G.T, ma come fare a vincere senza attaccare? E' l'essenza del ciclismo, il suo spirito, l'anima, non si può solo sperare che l'altro ceda, perché questa è la mentalità dei piccoli, non dei campioni.
Chi si ricorda il nome del sesto o del settimo negli ultimi Tour, forse nessuno, perché è un piazzamento che non appassiona, ma per certi dirigenti del ciclismo attuale, sponsor o media, riuscire in tale "impresa" al Tour è più importante che vincere una grande classica ed io la chiamo la perversione del sistema. Arrivare terzo o quarto al Tour rappresenta di certo un valore sportivo, ma quando uno che è arrivato quinto o sesto e fa di tutto per dimostrare al suo "datore di lavoro" che avrebbe dovuto arrivare addirittura quarto, si può parlare allora di "valore di mercato". Quest'ultimo è il ciclismo vero? Per me, no.
Il primo che "incarnò" questa maniera di condurre la carriera si chiama Greg Lemond. Lui faceva solo due corse all'anno ed il resto non contava. Dopo la seconda vittoria al Tour e la conquista di una nuova maglia iridata, l'americano aveva fatto fruttare questo modello al di là di tutte le sue aspettative che, al riguardo, erano pur altissime.
Intorno a lui, l'imprenditore Roger Zannier, creò l'anno dopo la "Z" una squadra fatta apposta per lo scopo e Greg sarà pagato 1,5 milioni di franchi al mese. Il ciclismo non aveva soltanto cambiato epoca, ma anche scala di valori ed infatti, dopo, tutti hanno copiato l'originale, perché ci hanno visto il loro interesse. Miguel Indurain, Ian Ullrich ed anche Lance Armstrong.
A questo proposito, non sono nella migliore posizione per giudicare tutti questi campioni, perché le mie conoscenze sono limitate, però, se provo rispetto ed anche ammirazione per certe loro gesta, trovo tuttavia che hanno stravolto il ciclismo che ho sempre amato. Ed a questo riguardo sono in buona posizione per saperlo: sono gli uomini che determinano la natura profonda di ogni epoca.
Armstrong è, per esempio, uno dei simboli degli "anni di piombo"? Certi lo affermano, ma non sarebbe il solo. Per parte mia, la sola volta che ho incontrato l'americano è stato in una circostanza tragica, nel 1996. Malato di il cancro, dimagrito, calvo, annunciava in una conferenza stampa a Parigi che avrebbe messo la sua carriera fra parentesi, perché sarebbe stato operato al cervello ed i medici non potevano togliere la riserva circa la prognosi infausta. Devo dirlo: la sera, in attesa di prendere l'aereo la mattina dopo, tutti lo avevano lasciato solo e, sapendolo, sono andato con la mia ex moglie Nathalie ad invitarlo a cena e mi rimane di quella serata un ricordo emozionato ed anche sorprendente. Mi sono domandato allora se quella era l'ultima volta che lo vedevo vivo ed in effetti lui ci aveva confidato le sue grandi paure, ma al contempo dimostrava una volontà di battersi con tutte le sue forze.
Che dire di un uomo che vince il cancro in quel modo? Che dire di uno sportivo che ritorna e vince sette volte il Tour, la prova sportiva più dura che esista?
Da tutti i punti di vista ... le parole non mancano.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Ven Mag 30, 2014 10:07 am

Nous étions jeunes et insouciants (LXII)


Una regola s'impone a tutti noi che parliamo del ciclismo attuale: la prudenza. Al di là del doping, che, come ciascuno sa, ha molto contribuito a certe evoluzioni da circa quindici anni, modificando i parametri essenziali, si può tuttavia dire che il ciclismo è progredito in tutti i settori: la strada, i materiali, la preparazione e quindi il livello medio è salito di un "grado". Il punto è che, durante questi anni le corse, invece, non si sono evolute. Ad es. la L-B-L, che ai miei tempi era una corsa del tutto eccezionale per la sua selettività, si è ormai normalizzata, per una ragione almeno: ci sono troppo km di distanza fra le varie "cote", non si è adattata dunque ai corridori d'oggi. Lo stesso vale per la Freccia Vallone, è normale che si arrivi sempre in gruppo ai piedi del muro di Huy?
Altro esempio, io sono radicalmente a favore che si ritorni alle tre tappe di montagna, una dietro l'altra, al Tour, perché come ho già scritto, non sono una spinta al crimine, anzi.
Una tappa sola di montagna la possono "digerire" in molti, la seconda è già più difficile da "passare" e la terza, se c'è, permette di operare una specie di selezione naturale, attraverso la semplice somma della fatica. E si vedrebbero delle vere crisi. Invece gli organizzatori, per evitare le "tendenze infernali" inseriscono sempre una giornata di riposo dopo due tappe di montagna e, per me, è grottesco, perché quasi tutti sanno che in quel giorno i peggiori si riportano al livello degli altri.
Inoltre io continuo a pensare che ci sono troppo cronometro nei G.T, specialmente nella Grande Boucle e la vittoria si gioca quasi sempre intorno a questa specialità, mentre nel 1989, anche se la decisione finale si materializzò proprio in una cronometro, nessuno può dimenticare la lotta che si ebbe, prima del giorno finale, su tutti i terreni.
Le epoche cambiano, si evolvono e bisogna accettare certi adattamenti: ai tempi di Anquetil le crono superavano i 100 Km, nel mio solo raramente si superavano gli 80, oggi si fanno fra 40 e 50; riduciamole ancora, magari a 25, perché in questo modo le cose non possono che migliorare. Troviamo inoltre dei percorsi più vari e sopprimiamo gli artifici per avere l'audacia di ritornare alla vera corsa, perché lo sport fa rima con il vincere. :clap
Il ciclismo francese ha sofferto; dapprima per l'affare Festina, a causa del quale una o più "generazioni" di bambini hanno cambiato sport, scegliendo per lo più il calcio che aveva l'aureola mitica di Francia 1998. In seguito, a causa degli errori monumentali dei dirigenti, specialmente durante il passaggio alla presidenza della Federazione di tal Daniel Baal! L'uomo aveva voluto rifondare il ciclismo, strutturando la base della piramide con dei grandi club formatori. I grandi poli hanno ridotto il movimento. perché sono i piccoli club invece che riescono ad attirare i ragazzi: piccole strutture di provincia e di villaggio, spesso con l'appoggio di sponsor locali. Prima di Baal questi ultimi avevano la possibilità di formare dei campioni ed anche di tenerli per qualche anno e poi, grazie alle selezioni regionali e nazionali, questi atleti avevano la possibiltà di accedere al professionismo, senza danni per il club. Questo è stato, più o meno, distrutto e i giovani corridori partono troppo presto, senza avere il tempo di agguerrirsi e di alimentare così la colonna vertebrale del nostro sport. In questo modo, distruggendo la formazione al più basso livello, si è anche rinsecchito, in modo meccanico, l'élite.
Naturalmente è una, non la sola spiegazione dell'assenza di due o tre grandi francesi fra i migliori negli anni novanta e ...
Dobbiamo prendere coscienza che molti dei nostri migliori tricolori hanno vissuto i peggiori anni del ciclismo, quello del "doping totale". Tutti l'ànno attraversato, a parte qualche eccezione piuttosto "miracolosa" (ci sono sempre, per fortuna, delle eccezioni che rifiutano il sistema o, a modo loro, contribuiscono a cambiarlo). A partire dal momento in cui la Francia ha voluto "lavare più bianco" i nostri corridori sono stati totalmente sorpassati, era il prezzo da pagare ed è ciò che si è prodotto dal 1998. Stiamo cominciando ad uscirne? E' possibile ed i progressi nella lotta al doping attuali stanno dimostrando che, alla fine, noi francesi non eravamo poi così male, perché quando gli altri stanno più attenti, il livello dei nostri cresce com'è logico e non c'è di che stupirsi.
Però rimane il problema maggiore, perché molti di loro hanno perso l'abitudine alla vittoria, "aiutati" (bisogna dirlo) da dei D.S. talvolta molto scarsi nel dar loro la mentalità vincente e quando ciò accade è difficile rimontare. Io, malgrado i miei anni neri, ho sempre mantenuto questa facoltà, radicata nel più profondo me stesso.
La ruota gira, anche dal lato del doping, a proposito del quale devo scrivere senza esitazione che le cose stanno migliorando, almeno da uno o due anni. Ci saranno sempre certo, coloro che ... tanto più che nel profondo il ciclismo, così come l'economia mondiale in crisi, è totalmente sottomesso al denaro, il denaro per il denaro; ma le maglie della rete antidoping si sono fatte più spesse e il doping senza limiti, moneta corrente nei novanta e duemila, oggi è contestato, sia dal progresso dei controlli, sia dai nuovi regolamenti, di cui il passaporto biologico è la forma più interessante. Doparsi e farla franca diventa sempre più complicato e quindi: tanto meglio.
Da un po' di tempo si rivedono dei corridori affaticati, altri in crisi e gli exploit riprendono il loro senso, così come la mia passione, mentre in un certo periodo la depressione in me aveva vinto, lo devo ammettere. Le ragioni per le quali ci si poteva entusiasmare un giorno, rischiavano di essere smentite in quello dopo e allora, perché farlo? Prima, quando si individuava un neo-pro, si poteva capire facilmente il suo potenziale reale, ma in quegli anni non avevamo più riferimenti.
Ripeto, ho l'impressione di un ritorno ad una certo classicismo, a delle basi un po' più sane, che si potrebbe anche chiamare un profumo di autenticità e quando guardo, il mio occhio è più brillante e la passione trionfa sul pessimismo.

Non ho mai incontrato qualcuno che mi detto direttamente di aver fatto il ciclismo grazie a me, però ciò deve essere comunque accaduto, perché nel 1983, nell'anno del mio primo tronfo al Tour, molto ragazzini portavano la famosa bandana con i colori della Renault, che ne sarà stato di tutti costoro?
La carriera incide sulla vita e dice anche quasi tutto sul proprio carattere, lo fa venire allo scoperto, anche se poi il grande pubblico sa poco o niente, perché quel che si vede solo soltanto le vittore e sconfitte e fra queste, solo le grandi storie restano, soltanto i grandi nomi e la loro "nobiltà" è consacrata in misura degli exploit riusciti.
Contrariamente ad altri corridori non mi è stato mai dato un soprannome (campionissimo, tasso, cannibale etc.); dall'inizio alla fine, che sia stato amato o no, che fossi stato impressionante o no, che sia stato o no un grande campione, sono restato sempre Laurent Fignon, niente altro che me stesso. Nessun fantasma e nessuna trasposizione o leggenda, solo un uomo che ha fatto quello che ha potuto per aprirsi un cammino verso la dignità e l'emancipazione.
Non ho avuto paura di niente per raggiungere l'obiettivo: diventare e restare pienamente me stesso, anche se mi considero uno fra i tanti sia negli eccessi che nell'amore/passione.
Mai sottomesso
Sempre vivo
e

Nous étions jeunes et insouciants


Fine


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Sab Mag 31, 2014 8:42 am

Un mio amico mi ha detto (giustamente) che mi ero dimenticato della II puntata, quindi rimedio ora. Magari se si potesse inserire al posto giusto, forse sarebbe meglio.

Nous étions jeunes et insouciants (II)

Questo libro nasce dentro di me, un io messo a nudo per rifiutare l'idea stessa della cicatrice. Lasciamo che la ferita sanguini, ancora per lungo tempo.
Il Tour è il punto di riferimento della storia del XX secolo, io nell'ottantanove ne conoscevo già ogni sapore ed anche il prezzo da pagare per la mancanza di ...
Avevo vinto un mese prima il Giro e mi sembrava di essere ritornato il corridore che amavo essere, ma potevo anche sperare in quella doppietta che mi era stata *rubata* (l'asterisco è mio) nel 1984! (anche il punto esclamativo è mio). Ed infine vincere tre volte il Tour mi avrebbe messo all'altezza d'un Louison Bobet (nota mia: quest'ultimo solo dopo che è diventato Grande ha avuto diritto al diminutivo, perché i primi anni tutti lo chiamavano Louis Bobet).
E tuttavia alla vigilia mi sono ricordato di una frase bisbigliata all'orecchio del mio amico Alain Galloppin: "Credimi, l'ottantanove sarà l'ultimo anno per me. Come se io sentissi che il mio "canto del cigno" si sarebbe udito ben presto e che io dovevo proprio affrettarmi se volevo ...
La mia squadra (Super U) mi pareva una delle migliori del mondo, perché, secondo me, Guimard era stato capace, come pochi, di sapersi adattare ai cambiamenti apportati dalle nuove generazioni, egli sembrava avere sotto controllo anche ciò che non sapeva.
Ed io rispondevo presente, nonostante che mi avessero sotterrato (vivente) almeno cento volte .
Prima de "Le grand départ" dal Lussemburgo avevamo concluso un magnifico allenamento in altitudine (sui Pirenei) ed avevo proprio "fame di correre" (Nota mia: fra i suoi gregari figurava anche Biarne Rijs).
Nel prologo, arrivo secondo (insieme a Lemond) a 2 secondi da Breukink e realizzo subito che Greg, che non aveva quasi più corso dopo il colpo di fucile ricevuto nell'ottantasette, sarebbe stato per me, probabilmente, l'uomo da battere. Mentre Delgado era già fuori, perché un professionista non si comporta come lui. (Arrivò in ritardo di tre minuti alla partenza)
Rammento che in quel giorno i fotografi era pazzi per me, ero un vincitore più che possibile e quindi facevo tiratura. Come d'abitudine non sono stato troppo simpatico con i giornalisti e fotografi, ma perché poi uno deve dimostrare di essere felice per il fatto di essere sottoposto ad una simile pressione?
La II tappa (cronosquadre) mi permise di accrescere la fiducia in me, perché mi presi volentieri quasi la metà del lavoro ed arrivai con 40 secondi di vantaggio sull'ADR di G.L. che, è il meno che possa dire, non era certo alla testa di una grande squadra. . Quanto a Delgado confermò quanto avevo pensato il giorno prima.
Il mio avversario aveva solo un nome: Greg Lemond, vincitore del Tour 1986 e la dimostrazione si ebbe nella V tappa, crono di 73 Km, una distanza da titani. Avvantaggiato dal fatto di essere partito un'ora prima, con un clima migliore, mi dette 56 secondi di distacco.
Lo svantaggio non era eccessivo comunque, perché Greg era un passista ben migliore di me ed inoltre aveva una bicicletta con la c.d. protesi da triathlon che gli assicurava una migliore penetrazione nell'aria. Secondo i regolamenti d'allora sarebbe stata vietata, ma, per ragioni che non so spiegarmi neppure ora, noi non abbiamo presentato reclamo e questo nostro atteggiamento avrebbe avuto conseguenze che certo non potevo immaginare allora.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mar Giu 24, 2014 8:34 am

Mercoledì 2 luglio alle ore 20 e 55 France 2 trasmetterà il film per la TV "Laurent Fignon".


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da BenoixRoberti il Mar Giu 24, 2014 10:31 am

@Lemond ha scritto:Mercoledì 2 luglio alle ore 20 e 55 France 2 trasmetterà il film per la TV "Laurent Fignon".
Carlo faccio di tutto per ricordarmelo, ma questo evento è assolutamente da embeddare e segnalare come le dirette delle gare, pertanto se non vedi il video, RICORDAMELO assolutamente!
Grazie mille della importante segnalazione.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mer Giu 25, 2014 4:03 pm

http://programme-tv.nouvelobs.com/telefilm/la-derniere-echappee-851974/


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mer Lug 02, 2014 1:29 pm

Pro memoria: oggi c'è il film su di lui su France 2


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da BenoixRoberti il Mer Lug 02, 2014 4:39 pm

@Lemond ha scritto:Pro memoria: oggi c'è il film su di lui su France 2
Ecco fatto Carlemondaccio. Grande segnalazione!
http://www.ciclopassione.com/t1441-la-derniere-echappee-laurent-fignon-2-luglio-2014-ore-2045-france-2#9669

Non sarà una cosa facile per i cuori deboli. Già vedere questa foto bellissima ... stringe il cuore e la gola si chiude. I love you 
Il professore è ancora fra noi. L'ultima fuga è sempre stata la sua.


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Re: Laurent Fignon

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