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Laurent Fignon

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Lemond
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Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Gio Mar 27, 2014 8:12 am

Promemoria primo messaggio :

Nous etions jeunes et insouciants

Copertina

Vincitore due volte del Tour, L.F. entra a 22 anni nella leggenda del ciclismo francese e diventa l'eroe di tutta una generazione. Egli incarna la gioventù, la foga, l'impertinenza e riesce ad essere il rivale di un corridore come Bernard Hinault.
Fra il 1982 e il 1993 attraversa l'età dell'oro di un sport epico e conosce tutto ciò che un campione eccezionale può sperare e temere: il superamento di se stesso, la gloria, un infortunio grave, alcuni periodi di dubbio, la tentazione del doping e la fine di una carriera esigente.
Nel 1989 lo si crede finito, ma rinasce dalle ceneri, vince il Giro e finisce secondo dietro Greg Lemond: otto secondi li separano dopo 3285 Km di corsa.
In questa testimonianza, senza concessioni di sorta, l'ex campione, diventato commentatore sportivo su France T. , ci svela anche, per la prima volta in questo "mondo chiuso", il contrario del perbenismo: le feste, le ragazze, le amicizie, i tradimenti, Le "combines" e ovviamente il doping.
Perché L.F. ha vissuto il ciclismo al suo apogeo, inserito fra gli arcaismi precedenti e le ambiguità di oggi; un'epoca dove i ciclisti non avevano paura di niente.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Gio Apr 17, 2014 7:54 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXII)


I fari dei media e la passione popolare erano puntati su P. Simon che ogni giorno riusciva a rimandare la scadenza, tuttavia inevitabile, del suo ritiro ed era riuscito a resistere, per qualche secondo, anche alla crono sulle rampe del Puy de Dome, dove gli spagnoli mi avevano dominato e si erano ripiazzati in classifica in maniera pericolosa. Non solo dovevo prepararmi a ricevere, dopo poco, tutte le attenzioni ed a rispondere agli attacchi degli scalatori, ma ultimo e non inferiore agli altri, dovevo convincere tutti i miei compagni di squadra che potevo essere all'altezza dell'immenso compito che mi attendeva. Da qualche giorno i loro sguardi su di me erano cambiati e li vedevo puntare sulla mia credibilità. Julot, fra tutti, era il conforto più prezioso, il primo sempre pronto a spalleggiarmi. Solo Guimard, nella posizione inattesa dell'ultra prudente, rifiutava di ammettere che ero il leader unico e che tutti gli altri dovevano mettersi risolutamente al mio servizio. In effetti, come se volesse puntare su due cavalli nello stesso tempo, continuava a proteggere anche Marc Madiot. Ciò mi faceva arrabbiare, forse lui però pensava che io potessi perdere tutto nell'ultima settimana e, perché no, all'Alpe d'Huez o forse era solo un gioco per innervosirmi e costringermi ad andare a cercare, al di là di me, una ispirazione nuova e una combattività insospettabile. Capii dopo poco, a mie spese, che Cyrille ha dentro di sé un carattere particolare: è incapace di dire veramente quello che pensa, anche a quelli che gli sono più vicini. Egli elucubra sempre, calcola, dice qualcosa ad uno e poi dà una versione differente a un altro. Guimard è un adepto del mezzo-segreto, un maestro delle mezze-parole ed io, allora, non avevo ancora conosciuto quest'uomo da questo punto di vista. Una sera mi era venuto talmente a noia vedere Guimar considerarmi così poco da non ammettere che io potevo vincere il Tour, che volevo sparecchiare la tavola! Pascal per fortuna ha fatto ciò che occorreva per calmarmi e convincermi ad evitare una decisione irreparabile. Abbandonare il Tour con "un colpo di testa" mi era parso davvero una cosa fattibile e, se ci ripenso, capisco che ciò la dice lunga sulla mia incoscienza di allora.
Ed eccoci alla tappa fra Tour-du-Pin e l'Alpe d'Huez, al Km 92 io divento il leader del Tour, perché Pascal, ormai senza più forze ed in lacrime, è costretto ad abbandonare un combattimento divenuto impossibile. Ero preparato mentalmente, ma ho commesso immediatamente un errore: nella discesa del col del Glandon ho lasciato partire Winnen e l'olandese mi aveva ripreso 2 minuti; in ogni modo l'indomani portavo la maglia con 1 e 08 di vantaggio su Delgado. La XVIII tappa, di 247 Km attraverso i colli del Glandon (di nuovo), della Madeleine, Aravis, Colombière e Joux-Plane era "dantesca" e per me un vero test. Sentivo sulle mie spalle un peso nuovo, un onore raro, una responsabilità che rimontava all'inizio del ciclismo, come se alla fine avessi preso il testimone da tutti quelli che mi avevano preceduto. Il pericolo era sempre in agguato e la prima prova fu Winnen che cominciò le sue grandi manovre prima sulla Madeleine e poi nella Colombière, accompagnato da una dozzina di occasionali alleati, fra cui Arroyo, Roche, Michaud e Millar. Avevano preso 4 minuti di vantaggio, mentre Delgado si era staccato da me. Quel passivo mi fece entrare comunque nel panico. Guimard mi disse: "Calmati, Laurent, vai tranquillo, respira, va tutto bene ..." Marc Madiot e Alain Vigneron mi aiutarono parecchio, ma entrambi non ne potevano più prima di arrivare in cima alla Colombière ed io dovetti mettermi a tirare da solo. Lo svantaggio diminuiva, ma restava ancora quel maledetto Joux-Plane, le cui percentuali non mi sono mai piaciute. In più mi sono ritrovato solo: l'orrore. Come esprimere quello che sentivo? Stavo vivendo nei minimi dettagli questo periodo di equilibrio instabile, dove gli avvenimenti possono spingere nel vuoto il tuo destino e rinviarmi da dove venivo, come se nulla si fosse prodotto di nuovo! Io non volevo essere vittima di questo fato, ma ero all'agonia, credetemi, nonostante la maglia gialla. A questo proposito, il simbolo del primato mi ha aiutato o, al contrario, paralizzato? Non lo so, però mi sono messo a pedalare come un dannato ed alla fine sono riuscito nei miei intenti, perché, seppure con le ultime energie, ho raggiunto Winnen: l'essenziale era stato fatto. Dopo una grande paura, il mio Tour si era comunque ingradito di una specie di impresa. Tanto più che il giorno dopo, nella cronometro in "cote" di 15 Km fra Morzine ed Avoriaz riuscii a limitare i danni, nonostante la scrasa predilezione per questo tipo di disciplina, riservata agli scalatori puri. Arrivando 10°, preservavo più di 2 minuti di vantaggio su Winnen e quindi non c'era da preoccuparsi. Guimard la vedeva in modo diverso e durante la tappa di transizione verso Dijon, ebbe l'idea di chiedermi di andare a prendere tutti gli abbuoni che potevo. Dovevo, con la maglia addosso, partecipare a tutti gli sprint? Però capivo l'ansia di Cyrille e quindi obbedii, seppure a malincuore. E gli osservatori, un po' stupiti, mi hanno visto combattere con Kelly, che mi ha regolarmente anticipato, ma in tutto l'affare ho comunque guadagnato una trentina di secondi ... Un bene prezioso, pensava il boss, prima dell'ultima cronometro sul circuito di Dijon-Prenois.
In quei giorni alcuni commentatori cominciavano a parlare di un Tour a la Walko(wiak), dal nome del vincitore nel 1956 che aveva beneficiato di una "fuga bidone". Io non ero contento di questi titoli, ma restavo calmo e, d'altra parte fino allora non avevo mostrato niente di straordinario, salvo il mio valore nascente, che stava crescendo in maniera rapida.
Prima della crono C.G. mi aveva detto: "Tu farai esattamente quello che ti dico, parti tranquillo, dopo si vedrà ..." Oggi mi rammento bene, la memoria non mi tradisce: sulla lampa di lancio, qualche secondo prima, avevo la certezza di vincere, non la crono, ma il Tour.
Nei primi Km Guimard venne di continuo al mio fianco e non smettava di gridare di andare piano, tu sei in testa! Ho saputo dopo che mi mentiva, perché all'inizio della tappa perdevo qualche secondo, in ogni modo lo ascoltavo e mantenevo delle riserve. Arrivato a metà corsa, in una piccola asperità, mi ha urlato: "Vai Laurent, puoi togliere ogni catena!" Ed io ho lasciato andare tutti i cavalli! In tutti i tempi di passaggio ero in testa, ma non lo sapevo, perché Guimard non mi diceva più niente, a parte qualche incoraggiamento, ma avevo capito che tutto andava bene per la classifica generale. Così, quando ho superato la linea d'arrivo, ho alzato le braccia, anche se non sapevo di aver vinto la crono, ero ben cosciente invece di aver vinto il Tour. Nessuno, fino a quel momento, aveva alzato le braccia durante una cronometro e nessuno mi ha creduto, ma era comunque la verità: non sapevo assolutamente di aver vinto quella tappa, la mia prima al Tour.
Ciò che accadde quella sera a Dijon resta un mistero, perché non ne ho alcuna memoria. Occorre che rivada a leggere gli articoli di allora per ricordarmi che sono andato alla televisione (brevemente) e che mi avevano dato una coppa di champagne prima di andare a letto. Niente altro. Dipoi ho dovuto leggere (molto tempo dopo) le parole del grande giornalista P. Chany, nell' "Année du Cyclisme" per capire perché più nessuno osasse più parlare di "Tour alla Walko". Chany scriveva infatti: "Fignon ha incorniciato la sua giusta vittoria sull'insieme del Tour con una dimostrazione tale da distruggere tutti i tentativi di minimizzare. Un prova mediocre nell'ultimo test cronometrato avrebbe rianimato ricordi ancora freschi (la rinuncia di Hinault, la caduta di Simon) e rinvigorito le tentazioni di confrontare i diversi casi e, naturalmente, l'immagine di Lauren Fignon ne avrebbe sofferto. Invece ha saputo gestire il problema con una autorità che prova il perfetto equilibrio del corpo e della mente e si è affermato non come un vincitore di circostanza, ma come il migliore di tutti i presenti e neppure gli assenti possono essere sicuri che avrebbero potuto arrivare al suo livello."
Ecco qua, è scritto e firmato da un'autorità morale indiscutibile nel ciclismo. Ed io, dunque, ero riuscito a cogliere il più bel fiore del ciclismo mondiale ed esso aveva un odore così dolce che lo potevo paragonare ad una rosa senza spine. Privilegio raro, come Coppi, Anquetil, Merckx o Hinault al mio primo tentativo. I miei obiettivi personali, fissati prima della partenza, erano stati onorati ed infatti portavo a Parigi la maglia bianca, avevo vinto una tappa e finivo nei primi dieci in classifica
Spinto dall'ardore della mia giovinezza, avevo, in più, illuminato la mia persona di un lucore meraviglioso che, forse, mi avrebbe permesso di entrare nella leggenda. Che emozione
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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Ven Apr 18, 2014 10:07 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXIII)

Il lato oscuro della luce

Fa parte della natura umana vedere solo il lato migliore delle cose, ma quando la realtà va al di là della nostra immaginazione, una grande minaccia ci può sovrastare: credersi maestri del mondo.
Alla fine di quel Tour 1983 ho toccato con mano quello che si potrebbe chiamare il senso della *non misura* (nota mia: il contrario cioè dell'aforisma latino "est modus in rebus"). Non sapevo che quella "sbornia" poteva riservare il meglio, ma anche il peggio, perché non mi ero mai posto la questione. In effetti come si poteva preparare un ragazzo di 22 anni a fare il giro d'onore nella più bella "avenue" del mondo con in testa l'aureola del trionfo dei trionfi, quello del quale tutti i ciclisti, degni di questo nome e non solamente francesi, sognano di ...?
C. Guimard avrebbe potuto darmi dei consigli, mettermi in guardia, con parole semplici, da amico e mi avrebbe potuto avvertire di non tenere un comportamento diverso dalla mia personalità. Ma al di fuori della tattica e della comprensione delle corse, Cyrille non era un confidente capace di andare a fondo nella psicologia degli altri, pertanto dovevo imparare da me e forse, dopo tutto, è il miglior modo.
Quella sera, al pub Renault, B. Hinault era presente. Non aveva potuto difendere la vittoria dell'anno prima ed io temevo, quasi, il nostro incontro, tuttavia non ho mai pensato di prendere il suo posto o di volergli rubare qualcosa. Le circostanze non si scelgono e nessuno nel 1983 avrebbe pensato di vedere un Hinault diminuito, anzi. Nel 1980 aveva abbandonato con la maglia gialla sulle spalle (a Pau), ma l'anno dopo era ritornato ancora più forte ed anch'io avrei conosciuto due anni dopo il significato di un infortunio grave e sarebbe stato lo stesso Bernard a trarre profitto dalla mia assenza! "En passant" ci potremmo chiedere con onestà: avrebbe vinto il suo quinto Tour nel 1985 se ci fossi stato anch'io? Allo stesso modo: avrei vinto nel 1983 se lui ...?
Dunque, quel 24 luglio 1983 il Tasso aveva l'aria ... nel suo abito civile, sembrava distratto, assente, poco interessato e se ne comprende la ragione, da questa festa che si stava preparando. Possiamo dire che sembrava lontano dal ciclismo e da quelle tre settimane che, senza di lui, avevano aperto un capitolo nuovo. Io vedevo quei suoi sguardi, seppur e proprio perché sfuggenti; ma non rivolti a me, bensì a Guimard, la cui presenza lo disturbava. Vedendolo così, lui il quadruplo vincitore del Tour, lui, la roccia conosciuto da tutti per la fermezza del suo carattere e per la brutalità (talvolta) dei suoi modi di fare, ho immediatamente compreso che la coabitazione fra noi due, che tutti temevano, non ci sarebbe mai stata. Tutto mi portava a credere che con Guimard il divorzio si era ormai consumato ed era evidente che Bernard era ormai uno straniero in casa Renault e quindi il Bretone avrebbe firmato l'anno successivo per un'altra squadra, anche se non sapevo quale.
Appena mi vide, il suo atteggiamento fu immediatamente caloroso e si è felicitato con me come lo avrebbe fatto un fratello maggiore e con parole bene appropriate:" Ho sempre pensato che tu avresti potuto farcela, tu l'ài meritato etc."
Non saprei dire se la mia vittoria gli avesse fatto piacere e non mi spingerò in siffatta interpretazione, perché niente mi spinge a pensare che non fosse sincero, tranne l'episodio ridicolo alla Vuelta egli non si è mai comportato male con me, anzi.
No, io sentivo un'altra cosa nell'animo di Bernard: c'era presente in quel momento, "ante litteram" il combattimento sportivo che avrebbe dispiegato contro i corridori di Guimard, non contro i corridori della Renault, ma ripeto quelli che avevano il "segno" di Guimard. Questo fatto "saltava gli occhi", tutto dentro di lui respingeva Guimard e quando si è accorto della sua presenza, fu straordinario (ma non troppo) constatare che il Tasso tornò ad essere taciturno e chiuso in se stesso e la sua mascella quadrata sembrava masticare l'amarezza!
Fra loro non ci potevano essere rapporti, sembrava addirittura un fatto fisico, non si sopportavano proprio più!
Pensavo che ci dovevano essere state tante cose di importanza tale da rendere così "nemici" due persone che erano state invece per lungo tempo ... ero lontano da pensare che anch'io un giorno mi sarei trovato quasi nelle stesse condizioni con C. G.
Ritornando alla sera della festa, devo confessare che la notte del tour d'Armor era stata niente nei confronti di quanto è accaduto allora.
"Partir en vrac" (nota: espressione derivante da sostantivo di origine neerlandese e che significa disordine, confusione) è un'espressione un po' debole e un inviato speciale della stampa scandalistica avrebbe potuto scrivere: "Laurent Fignon si è capovolto".
Ma che volete, dopo gli onori del podium, dopo la gioia collettiva e la passione popolare, ho bevuto, ho ballato, ho festeggiato fino al limite delle mie possibilità.
Con tutta la squadra siamo andati su una barca per terminare i balli ed mi sono accorto per la prima volta là delle prime conseguenze della mia popolarità. Ero un po' ubriaco e senza rendermene conto, ballando un lento, mi sono ritrovato fra le braccia di una stupenda ragazza che, naturalmente non avevo mai visto prima; non ci sarebbe stato niente da segnalare se non che il giorno dopo, in prima pagina di France-soir la Francia intiera poteva scoprire questa foto con la didascalia che "Il vincitore del Tour si rilassa con la sua fidanzata".
Il problema era che una fidanzata ce l'avevo davvero e si chiamava Nathalie (che poi sarebbe stata la mia prima moglie) e lavorava a Radio-France e non volevamo che il nostro rapporto fosse conosciuto per proteggere lei dal punto di vista professionale. Questa era proprio la ragione per la quale non aveva partecipato alla festa. Inutile dire che mi telefonò subito per urlarmi nelle orecchie:" Chi è codesta ...?" Confesso che mi rammentavo appena del ballo, figuriamoci della ragazza!
Dopo quella notte stellata non ho avuto più il tempo per assaporare la vittoria, riposarmi e riflettere un po' sulla mia vita. Il vincitore del Tour, soprattutto se francese deve molto al suo popolo ed esso mi attendeva nei criterium. Credo di averne corsi venticinque e, naturalmente, come era nelle regole, ne ho vinti parecchi, in virtù del contratto stipulato che, inoltre, mi riempiva le tasche.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Sab Apr 19, 2014 8:23 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXIV)



Amavo l'ambiente dei criterium, perché rappresentavano in qualche modo una sorta di prolungamento della festa del dopo Tour, che quindi durava circa un mese. Si correva e la sera, come voleva la tradizione, le cene della vigilia proseguivano là, dove erano state lasciate il giorno prima. Era eccitante, però anche affaticante, perché, si sa, la vita "monacale" del corridore di alto livello è poco compatibile con l'ambiente delle feste notturne.
Mi ci è voluto del tempo per comprendere perché pochissimi corridori francesi sono diventati campioni del mondo; all'epoca il mondiale si correva alla fine di agosto o ai primi di settembre e dopo un mese a girare per i criterium, a dormire poco ed a bere alcool per uniformarsi ai costumi; e i francesi, più sollecitati degli stranieri, ci hanno lasciato molto spesso "le penne". Io, ad esempio, dopo i criterium ero più affaticato che dopo il Tour, mi pare sia tutto dire!
E poi, a causa in parte dei criterium, perché gli organizzatori mettevano molto del loro per fare confusione di ogni genere e prendevano vincitori di vario tipo, che ho conosciuto il lato oscuro della gloria. Dopo i Campi Elisi durante varie settimane evevo conosciuto solo la mia gloria e in questo periodo non riuscivo più a distinguere il vincitore del tour (quello che appunto la gente veniva ad acclamare) dal Laurent Fignon vero, l'uomo cioè che io sapevo di essere. Mentre il vincitore del Tour faceva il suo "show" fino alla caricatura, il L.F. intimo decadeva in un personaggio che non era più riconoscibile, diverso da quello che era sempre stato.
Vi devo rassicurare, perché non ho fatto niente di grave, confronto ad altri in simili casi, diciamo che ho soltanto, come si dice "pris la cigare" (cioè mi sono montato la testa) ed ho cominciato ad interpretare il ruolo di chi vedeva la gente dall'alto in basso. E' facile da immaginare, il genere di ragazzo-arrivato che in ogni sua parola od atto lo fa presente a chiunque lo avesse dimenticato; mi capitava spesso di manifestare esigenze ridicole nei confronti di chiunque altro e mi rivolgevo loro con parole inappropriate. Infatti avevo l'impressione d'essere il centro del mondo e lo devo ammettere, per un momento ci ho creduto davvero! Vi posso assicurare che a forza di sollecitazioni all'illusione, si può pensare davvero che il sole giri attorno a se stessi, anche se ciò e ridicolo, rozzo e degradante per chi lo pensa.
Gli sguardi degli altri erano naturalmente pure cambiati ed è ingannevole e (poi sgradevole) vedere tutti così ammiranti ...
Quando incontravo lo sguardo di un ciclista percepivo la gelosia, mentre le donne erano molto attirate e bastava schioccare le dita; insomma non toccavo più terra ed ero finito in un mondo parallelo. Tutto questo avrebbe potuto distruggere la mia personalità ...
Perché tutto non è che fumo e falsità, mai sono stato al centro del mondo, tutt'al più e per qualche giorno appena, il centro del ciclismo .
Agli occhi di qualche amico sono senza dubbio diventato, temporaneamente, insopportabile, come d'altra parte mi ha detto un giorno Gerrie Kneteman, olandese campione del mondo nel 1978: "Dopo il mio titolo ho avuto un ego enorme, ma enorme davvero, credimi! In fondo è anche normale, ciò che non lo è, è mantenere a lungo questi pensieri." Il più bello, il più forte, comandare, ordinare per il puro piacere di farlo, il tuo piacere ...
Quando ho cominciato a schiarirmi la testa e ad aprire gli occhi, mi sono fatto orrore: mi sentivo sporco per l'orgoglio troppo mal speso, un piccolo orgolio di un piccolo "parvenu", di un piccolo *merdaiolo* (parole sue), mi sono sentito uno zero ed ho onta di tale periodo.
Quanto durò questo "passaggio a vuoto"? Direi un mese, non molto di più e devo consolarmi, perché per certi campioni questo sintomo è rimasto per tutta la vita. A mia discolpa, potrei citare il comportamento con i compagni di squadra, perché rispetto ad essi non era cambiato per niente, con Julot, ad es. con il quale sono sempre stato intimo, siamo rimasti come prima: io ero felice ed egli pure ed io ero felice di saperlo felice . Niente e nessuno modificherà i nostri sentimenti.
C'era comunque un lato buono in questa vittoria: la grande serenità che sentivo dentro di me; avevo varcato una soglia e ciò faceva di me uno sportivo differente: l'equivalente alla vela di capo Horn o un 8000 senza ossigeno per un alpinista.
Appena ho ripreso gli allenamenti in maniera seria ho avvertito un fatto evidente che mi dava una sensazione favolosa, come se l'aurea di quella vittoria si fosse riversata direttamente sul mio colpo di pedale . Ero in uno stato di grazia tale che tutto mi pareva più facile, d'altra parte subito dopo i criterium ho vinto la terza tappa del Tour de Limoousin, senza neppure impegnarmi troppo, giusto per divertimento.
Mi rendevo conto di di aver ritrovato il mio piacere interiore più importante: correre, per correre, il gusto del combattimento uomo contro uomo e in questo il ciclismo è formidabile, perché ci obbliga ad essere sulla breccia tutti i giorni, e sembra fatto proprio per me, perché io non potrei ad es. mai prepararmi per quattro anni in attesa dei futuri giochi olimpici; che orrore solo a pensarci!
Dato che ero rivenuto subito al mio livello migliore, la Route du Berry mi dava una buona occasione per tornare indietro nel tempo a dei buoni ricordi che avevo. Era una corsa che di solito si prendeva alla leggera, d'altra parte sapevamo tutti che non c'erano mai stati controlli anti doping ed è inutile precisare che la maggior parte dei corridori prendevano le anfetamine e addirittura molti ne abusavano. Uno di essi, soprannominato Nenesse era talmente nervoso e incosciente che saltava sui marciapiedi senza nemmeno frenare e non era il solo. In quell'anno solo 21 corridori avevano terminato la prova, ma io non ero fra questi ed ero arrivato piuttosto presto al traguardo, non seguendo il percorso (appunto) e, con l'aiuto di qualche compagno, avevamo fabbricato un falso manifesto con la scritta "CONTROLE" e lo avevamo attaccato sulla facciata di un piccolo locale, situato subito dopo la linea d'arrivo e, come colpo d'occhio, faceva un bell'effetto.
Che spettacolo! Abbiamo visto il panico generale, nessuno sapeva che fare, solo "liquefarsi". Era molto divertente e ne abbiamo riso per molto tempo.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Dom Apr 20, 2014 8:29 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXV)

Nel ruolo del maestro

Come uno spettacolo, che non vale molto se non affronta diversi aspetti, un fisico in piena crescita e l'energia la più impressionante non è granché se non è accompagnato dalla mente.
Alla fine della stagione 1983, a Montjuich, in una corsa spagnola, un cicloturista mi venne letteralmente addosso: uno scontro frontale che poteva costarmi molto caro. Con la mano rotta sono riuscito comunque a finire e quindici giorni dopo e non me ne ricordava nemmeno più. Il dolore non è niente se si riesce a dominarlo e il ciclismo impone una violenza su se stessi molto maggiore di quanto la gente si immagina.
A 23 anni, refrattario al male ed avido di sensazioni forti, ho ripreso la stagione 1984 nella posizione di leader, perché B. Hinault era partito per altri lidi e questo fatto aveva lasciato molti osservatori perplessi, perché il freddo, mio peggior nemico, mi aveva dato in regalo una sinusite, che mi aveva costretto a rinunciare a l'International e ad abbandonare alla Tirreno-Adriatico ed alla Milano-Sanremo. Essi quindi si domandavano dov'era il vincitore del Tour? Grosso modo c'erano due categorie di persone: quelli che immaginavano fossi la replica del Thevenet 1976, cioè un vincitore del Tour che avrebbe penato molto a confermare un successo che lo trascendeva e altri che invece mi ponevano di già su di un piedistallo dorato e vedevamo in me un competitore degno dei più grandi; io, lo confesso, ogni giorno che passava mi confortava nella seconda ipotesi, perché conoscevo lo spessore delle mie possibilità e le notevoli riserve che sentivo dentro di me. La fortuna mi aveva di certo aiutato, perché deve essere frustrante dover frenare i propri ardori quando ci si sente capaci di ... ed io, invece non ero mai stato imbrigliato da nessuno, grazie a circostanze, per me, fortunate. Nello stesso tempo, mi rendevo conto che sarebbe stato molto difficile confermarsi a quei livelli, ma il timore non esisteva proprio in me. Con i compagni non era cambiato niente, serio negli allenamenti, leale e rigoroso in corsa, ma anche molto incosciente ...
All'inizio di quell'anno, quando avevamo appena terminato la stagione di ciclo-cross (Guimard ci obbligava e non potevamo rifiutare) avevamo preso tre vetture della Renault (guidando noi) per raggiungere la squadra in "stage". Io ero con Julot e dopo il fango, il freddo etc. prendevamo il volante come era consueto all'epoca, spingendo a fondo con il sorriso sulle labbra. Non c'erano allora i radar ed in più erano le vetture di una squadra molto popolare anche fra i poliziotti, tanto che essi chiudevano quasi sempre uno o due occhi, contentandosi di un autografo per il figlio o ... Forti di questa impunità, tutti i guidatori non esitavano a far salire il tachimetro e quel giorno, in piena notte, noi arrivavamo allegramente ai 200 Km/h ed in più zigzag, sorpassi all'ultimo momento, colpi di clacson, pensavamo tutti di essere dei Lafitte, Prost, Jarier o il figlio di J.P. Belmondo. Eravamo abituati, ma era grottesco e pericoloso ed infatti avvenne l'incidente nel momento in cui V. Barteau ebbe un colpo di sonno in piena velocità. Miracolo: nessun ferito grave e lo stesso Vincent se la levò con una mano ingessata.
Come vogliamo chiamare tutto ciò? Diciamo che volevamo forzare il destino in ogni momento e quel giorno, ma ce ne sono stati altri, fummo una specie di reduci, sì, rammento di averne avuta piena coscienza. Va detto che avevo una caratteristica particolare rispetto a Barteau ed a Jules, che mi sembravano proprio incapaci di darsi una calmata, ho sempre avuto una certa di prudenza, qualcosa che mi ha sempre impedito di andare al di là delle stupidaggini normali, come se una luce si accendesse dentro di me per avvisarmi: "Ora basta!" E questo stop arrivava sempre prima per me che per gli altri. Mi sono sempre interrogato del perché di questa facoltà, che mi permetteva di essere anche di esempio per limitare le sfrenatezze agli altri, forse perché amavo talmente la competizione che tutto ciò che poteva rappresentare un pericolo mi appariva alla svelta per quel che era: stupido e puerile. Dicevo fra me e me, ti comporti in modo tale da mettere le tue vittorie in pericolo, bravo! Al volante, per esempio non pensavo di poter morire, però un incidente poteva impedire per lungo tempo la possibilità di correre e ciò mi impediva di rischiare, perché la vita senza ciclismo ...
Soprattutto in questa stagione 1984, quando B. Hinault aveva ceduto alle offerte di Tapie che gli aveva costruito una nuova squadra completamente devota, non potevo certo rischiare di non affrontare il nuovo avversario.
Non dubitavo di niente, perché per me tutto era rimasto come prima, mentre l'americano Greg Lemond, ben protetto da C. Guimard sin dai suoi esordi in Renault, si trovava in una situazione poco confortabile nei miei riguardi e me lo faceva sapere chiaramente. Era comprensibile, perché era lui che era stato programmato per vincere il Tour e il mio successo aveva "buttato all'aria", tutti i suoi piani, tanto più che Cyrille non gli aveva fatto correre il Tour l'anno prima, giudicandolo troppo giovane! Lemond, turbato, tentò di rinegoziare in alto il suo contratto, facendo valere la sua vittoria al campionato del mondo, in Svizzera. Renault aveva rifiutato categoricamente di aumentargli lo stipendio ed io ho beneficiato di tali circostanze, perché i dirigenti non potevano permettersi di perderci tutti e quindi volevano assolutamente conservarmi nella loro squadra e quindi ottenni subito un milione di franchi annuali e, con mia sorpresa, mi accorsi che accettando la mia proposta avevano avuto un sospiro di sollievo, perché pensavano che avrei potutto chiedere molto di più! Ho ripensato spesso a quel mio "errore", perché se era molto per l'epoca, non rappresentava granché se si paragonavano gli stipendi dei tennisti e calciatori.
Guimard non aveva mostrato nessuna inquietudine, perché per lui non era possibile che io neppure pensassi di lasciare la squadra, egli sapeva che "il suo sistema" era fatto su misura per me ed io dovevo ancora provare troppe cose. Nel suo animo ero il leader incontrastato, però nella testa della squadra intiera non sembrava così e dopo la partenza di Hinault, i compagni parevano meno inclini a darsi a fondo in ogni frangente. La mancanza di fiducia nei miei confronti era comprensibile: Bernard con il suo "palmarès" si imponeva naturalmente, mentre per me il discorso era diverso, così come pure per Lemond, che rappresentava il leader bis, perché ad es. avevamo la stessa età dei nostri compagni. Quindi stava a noi imporci ed anche se il mio modo di essere era diverso da quello di Hinault, più basato sul cameratismo che sulla gerarchia, alla fine sarebbero state le vittorie a saldare la squadra intiera.
Naturalmente il problema maggiore che dovevo superare era il confronto con il signore di cui ora portavo gli abiti. Anche Guimard è caduto nella trappola ed ha copiato il "metodo Hianult" applicandolo a me: stesso programma, stesse parole, ma io non ero lui e paradossalmente Cyrille non sapeva adattarsi alle circostanze diverse ed io ero troppo giovane per imporgli delle idee nuove.
Nessuno poteva immaginare che avevo bisogno di un programma diverso, tanto più che con quel sistema avevo vinto il Tour. Però ho pagato con la mia persona quel programma non adatto e meno male che ero veramente serio e animato da una volontà feroce di non deludere.
La pressione montava e si concentrava sempre di più su di me, ma più saliva, più riuscivo ad essere disteso, rilassato, sereno e forte. Gambe e mente erano un tutt'uno ed anche se ciò può apparire pretenzioso, era comunque la verità.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Lun Apr 21, 2014 10:23 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXVI)

Coca in quantità


Non riesco ad immaginare che cosa penserebbe di noi una persona che non conosca il nostro mondo. Forse non comprenderebbe molto e alla luce delle sue esperienze quello che gli apparirebbe in evidenza sarebbero soprattutto gli atteggiamenti stupidi di una generazione troppo alla mercé delle tentazioni dettate dall'età. Il Tour di Colombia 1984 fu, al riguardo, un'esperienza stranissima, alla quale non ero certo preparato. Dal lato sportivo non ci sono molte cose da segnalare, a parte due vittorie di tappa: una per C. Mottet ed una mia, l'ultimo giorno.
Era una preparazione ideale per l'ossigenazione, perché eravamo sempre al di sopra dei 2000 metri e quindi era sufficiente comportarsi in maniera seria per ottenere quanto era previsto. Dal punto di vista ambientale molto spesso il lato scanzonato prevalse sulla serietà dei nostri intenti, ma noi non eravamo in quel caso i direttori d'orchestra ed io ho capito in quella settimana che in Francia eravamo dei bambini in confronto alla condotta da adulti che vedevamo lì. Detto francamente, i colombiani avevano una radiosa facoltà di entrare in contatto con la realtà e a trarne profitto. Ho scritto radiosa, perché sembravano felici di trasgredire certe regole e ciò era piuttosto evidenziato dal fatto che ridevano quasi sempre. Erano felici di vivere, di correre, di attraversare le loro strade attorniati dalla folla che era molto sodisfatta dal poter inneggiare ai loro nuovi divi. I colombiani in effetti erano diventati dei professionisti capaci di rivaleggiare nelle più belle corse in Europa.
All'epoca quasi tutte le corse erano sponsorizzate dalla mafia locale: i soldi giravano in abbondanza ed anche le armi non mancavano. Quasi tutto era combinato e, cosa ancora più grave, la cocaina aveva sostituito tutte le sostanze conosciute. Rammento un "suiveur" di certo un narcotrafficante, che nel bagagliaio della sua vettura aveva diversi chili della polvere bianca a disposizione di chi la volesse: 10 dollari il grammo, più che un prezzo, quasi un regalo. La mattina gli acquirenti facevano la coda e non avrei niente da dire, se non che costoro arrivavano a prendere la coca con il numero di partenza già attaccato sulla schiena .
Presi dall'euforia, i giornalisti (fra cui qualche francese) avevano il sorriso sulle labbra dalla mattina alla sera ed il motivo era semplice: sniffavano tutto il giorno. Anche noi abbiamo fatto gli stupidi, una sera per provare e quella sera famosa io avrei potuto buttare alle ortiche tutta la mia carriera!
A forza di sentir dire "è la migliore del mondo" "mio dio com'è buona", ci siamo detti "proviamo". Era la vigilia dell'arrivo a Bogotà, dove terminava tutti gli anni il Clasico e poiché non c'erano difficoltà l'ultimo giorno, i rischi parevano misurati. Siamo andati in quattro in camera con lo spirito di bambini di fronte ad uno nuovo giocattolo. Avevamo un grammo ciascuno, ne abbiamo preso uno, diviso in quattro parti e ...
Niente, non ho avverrtito niente ed allora ho guardato il mio amico più vicino per chiedergli se lui sentiva qualcosa? No, ha risposto.
Stupefazione, delusione, ma abbiamo ricominciato con il secondo grammo, ma ancora niente! Sarebbe questa la coca? Ho domandato molto scocciato, perché cominciavo a credere che ci avessero venduto dello zucchero in polvere. Allora disperati, abbiamo sniffato in un solo colpo quello che rimaneva. Non eravamo stati abbastanza pazienti con le prime dosi, evidentemente ci voleva un po' di tempo prima che gli effetti raggiungessero i nostri piccoli cervelli da imbecilli!.
Mio dio! Ouah! Mi sono sentito arrovesciare la testa, una sensazione incredibile, una totale perdita fisica, non toccavo più terra ed avevo la sensazione che le mie idee scorressero ad una velocità tale che il cervello non le potesse analizzare e non sapevo più nemmeno come mi chiamavo.
Dovevamo muoverci, era più forte di noi e lo stato di eccitazione era tale che avremmo potutto fare qualsiasi cosa e meno male che siamo andati a camminare. Poi abbiamo trovato C. Guimard con il giornalista D. Pautrat in un bar. Tu non connetti, vai a dormire, mi ha detto Cyrille. Ho voglia di divertirmi, gli ho risposto, senza più nemmeno ascoltarlo e poi mi sono ritrovato "sperso" in non so che tipo di locale.
Un po' più tardi, Guimard che non era certo uno che si distraeva facilmente, ci cercava da per tutto, perché si era proprio impaurito. Saremmo potuti cadere in cattive mani, ma alla fine ci ha trovato ed è riuscito a convincerci a tornare in albergo. Io dividevo la mia camera con Greg Lemond e sotto l'effetto della polvere era impossibile dormire ed abbiamo parlato tutta la notte, c'è stato un riavvicinamento amichevole, anche se solo temporaneo.
Il giorno dopo, alla partenza, senza mai aver chiuso occhio, ero in piena forma e mi sono proprio divertito in bicicletta, così tanto che mi sono aggiudicato l'ultima tappa e solo quando mi sono dovuto presentare al controllo antidoping ho preso coscienza della mia incoscienza. In una frazione di secondo ho visto tutta la mia carriera passata e non smettevo di ripetermi: " Ma perché ho voluto vincere questa tappa? Perché?
Naturalmente pensavo di essere positivo, come poteva essere diversamente!?
Poi, prima di andare ad urinare, ho riflettuto due minuti sul contesto, alla corsa che si era svolta in quella settimana, a quello che avevo visto e a quanto mi avevano detto. I colombiani avevano vinto diverse tappe e tutti, veramente tutti, "marciavano alla cocaina", eureka! I controllori dovevano essere della partita e quindi sono andato al controllo un po' inquieto, ma rassicurato dal mio formidabile ragionamento. E come previsto non ho mai avuto cattive sorprese da quel controllo. Bianco come la neve, immacolato come un giglio (nota: in originale sarebbe "poudreuse" e ci sarebbe stato anche un buon gioco di parole, ma tale mobile da toilette in italiano non ha nessun significato).
Ripensandoci oggi, devo convenire che avevo comunque preso un rischio sconsiderato e non soltanto a causa del controllo, ma soprattutto perché in quella famosa notte si sarebbe potuto verificare qualunque cosa. Gli specialisti della trasgressione avevano l'abitudine al rischio, ma io NO .


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mar Apr 22, 2014 8:58 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXVIII)

La tragedia dell'arte
(In italiano nel testo)

In ultima analisi, occorre saper coniugare il verbo "correre in bici" in tutti i tempi e modi ed anche negli eccessi. Bisogna che il dubbio non sia più permesso e che audacia e rigore siano in simbiosi. Spettacolo, combattimento, perché fra tutti i più strani ciclisti che uno possa concepire, solo le eccezioni durano nel tempo. Io non ero ancora fra questi, ma l'Italia poteva offrirmi un nuovo terreno per esprimermi all'altezza delle mie aspirazioni, perché avevo fame di gloria.
Avevo conservato solo buoni ricordi del Giro 1982, al quale avevo partecipato da neo-pro e il ritorno si presentava sotto i migliori auspici.
Per esser chiari, questa corsa mitica mi ha completamente estasiato e, secondo me, Dino Buzzati aveva visto giusto nel dire che il Giro "è uno degli ultimi supremi luoghi dell'immaginazione, un bastione romantico assediato dalla potenza del progresso". I grandi scrittori non si sbagliano spesso, perché il Giro si è sempre rifiutato di arrendersi e ciò era ancora più vero ai miei tempi.
Devo confessare che ho amato intensamente questo ambiente che si sarebbe potuto credere sorto da un altro tempo, ho amato gli spettatori molto spesso eccessivi, ho amato la loro comunicatività, quelle grida, quella lingua, ho amato la bellezza dei paesaggi, i loro colori, i giorni ripieni di sole e la dolcezza delle notti, che talvolta potevano essere anche fredde. Ho amato certi villaggi che sembravano sospesi nello spazio, quelle montagne di maggio, ancora innevate, ma soprattutto ho amato soffrire su queste strade. Insomma mi sentivo bene in Italia ed anche in seguito ho conservato intatta la mia passione per questo paese ed il fatto che sia stato anche in una formazione italiana non è un caso.
Qualche settimana prima mi erano mancate le forze per vincere la L-B-L, ma senza quella sinusite cronica, che mi aveva costretto a letto durante diversi giorni nella fase preparatoria, non sarei stato ripreso a 5 Km. dall'arrivo allorché ero in testa in compagnia di Phil Anderson.
Pertanto avevo un solo obiettivo al via del 67° Giro d'Italia: la vittoria finale. Per raggiungerlo, con Guimard, avevamo scrupolosamente scelto una formazione di uomini forti, ma soprattutto compagni fedeli nell'ora del sacrificio. Avevo fiducia in questi ragazzi giovani ed ambiziosi, un po' come me: Gaigne, Menthéour, Corre, Salomon, Saudé, Wojtinek, Mottet.
Rammento bene il contesto: la minaccia Fignon inquietava i transalpini che avevano fatto tutto il possibile, affinché il loro idolo Francesco Moser potesse infine vincere il "suo" Giro. Rimaneva però un dettaglio da regolare (per loro): questo nuovo giovane francese che, dopo Hinault, veniva a sfidare la patria di Coppi e Bartali. I corridori italiani, che non hanno mai apprezzato il fatto che gli stranieri potessero venire a vincere nella loro terra, non esitavano a proclamare *l'unione sacra* contro l'avversario. In certi anni, battere la coalizione e vincere, malgrado tutto e tutti, era quasi un miracolo (ne sa qualcosa J. Anquetil nel 1967 ).
Moser mi conosceva e sapeva come regolarsi, d'altra parte aveva dichiarato alla vigilia della partenza: "Per Fignon la posta italiana è decisiva, perché deve provare che la vittoria nel Tour non è dovuta a fatti accidentali. Si saprà molto presto se si saprà adattare allo status di leader, perché è evidente che non potrà contare in questo caso su nessun "effetto sorpresa".
Aveva ragione ed infatti Guimard ed io volevamo imporre una strategia di presenza continua in testa alla corsa, perché questo mi era congeniale e potevo in tal modo anche beneficiare della cartografia particolare dell'Italia. Contrariamente al Tour, ove c'era un notevole lasso di tempo fra la partenza e i Pirenei o le Alpi, il Giro offre ogni due o tre giorni una tappa adatta ai "colpi di mano". Inoltre, mi ritenevo più forte di Moser e Saronni in alta montagna e dovevo autogiustificare questa convinzione.
Però tutto cominciò male e il primo grande appuntamento nella prima settimana fu per me una piccola sconfitta che, alla fine avrà le più grandi conseguenze. Durante la V tappa c'era un arrivo in quota al BlocK-Haus ed mi arrivò una "fringale" improvvisa. Un minuto e trenta erano volati via a vantaggio di un Moser prodigioso, per il più grande piacere dei tifosi che mi davano quel giorno già "dato per morto".
Anche questa volta il glucosio, in forte dose, fu il responsabile: ipoglicemia, determinata da uno scarico d'insulina, per fortuna quel giorno siamo riusciti a capirlo e da allora non si ripeterà più. Ma il male per quel Giro era fatto e Guimard, deluso, veniva tutti i giorni a parlare con me e si guardava ogni tappa per determinare, se possibile, una strategia per rivoltare la situazione. Io mi prestavo al gioco ed ero contento dell'idea di agitare il bastone ogni giorno, tanto più che Moser, durante la seconda settimana, sembrava migliorare ogni giorno. La fiducia era dalla sua parte, così come tutto il gruppo italiano che si era alleato a sua Maestà il grande passista e gli preparava il terreno in ogni occasione. Quando c'era un buco da chiudere, c'era sempre un italiano pronto ad aiutarlo a prescindere dal fatto che fosse della sua squadra. La Renault doveva combattere contro tutto un paese ... ed esagero appena.
I compromessi erano visibili e giravano tanti discorsi sugli organizzatori (in particolare Vincenzo Torriani) che sembrava avesse ben scelto il suo "campo". Non so se oggi potrebbe essere una cosa immaginabile, ma occorre che la gente sappia che in certe tappe io ricevevo sputi o bagni con l'aceto o qualche altra ... dolcezza.
Nelle mie previsioni, sapevo di dover concedere circa 3 minuti nelle due ultime crono e, come previsto, ho perso esattamente 1 e 28" nei 38 Km fra Certosa e Milano.. Francesco Moser era un passista d'eccezione, con dei metodi che rasentavano tutte le frontiere del ragionevole, tanto sul piano tecnico, perché beneficiava di ricerche avanzate ed utilizzava delle bici concepite per il record dell'ora, che sul piano fisico, perché tutti sapevano che collaborava con dei medici poco scrupolosi per quanto riguardava l'etica.
La mattina della XVIII tappa, che avevo ben segnato nel mio piccolo calendario e che avevamo scrupolosamente studiato nei minimi particolari con Guimard, sapevo esattamente dove avrei attaccato. Ma quella mattina, dicevo avvenne un colpo di scena clamoroso e scandaloso. In programma di questa tappa di montagna "dantesca" figurava il mitico Stelvio (2757 metri) dove il grande Coppi firmò una fra le sue più belle prodezze e dove gli italiani, per il quali il ciclismo è religione, sono convinti che più nessuno sarà più capace di imprese così sontuose ...
Approfittando del freddo e dell'altitudine, gli organizzatori, con il sostegno politico delle autorità, s'inventarono pericoli immaginari, che, appunto, non esistevano. L'agenzia nazionale delle strade parlava di "rischi di neve" ed anche di valanghe. E così continuarono a fare quello che si era prodotto due o tre volte nei giorni precedenti con dei colli meno celebri. Insomma, ogni giorno le tappe erano modellate in funzione degli interessi; era un fatto surreale!
C. Guimard ha protestato come ha potuto, ma invano. V. Torriani cancellò lo Stelvio ed offrì un percorso indegno di una tappa di alta montagna. All'arrivo, a Val Gardena ero giunto secondo e ripreso un po' di tempo a Moser, che da parte sua era ben contento del colpo politico che aveva imposto a tutti. Il nostro piano di grande offensiva era stato rovinato dalla doppiezza degli organizzatori che " se ne fregavano" (nota: l'espressione colorita è mia) dello sport.
La sera stessa, seppur un po' abbattuti, con Cyrlle abbiamo immaginato il nostro "o la va o la ...". Il profilo della tappa da Val Gardena ad Arabba offriva qualche possibilità: c'erano il Campolongo, il Pordoi, il Sella, il Gardena e di nuovo il Campolongo. Naturalmente ero impaziente di mettere tutto sul piatto di una sola tappa ed il giorno dopo, esattamente quando e dove previsto, sono partito solo nel freddo e nella bruma che detestavo tanto. Vinsi la tappa in solitario e conquistai anche la maglia rosa, ma Moser, ormai a 1 e 30 dietro, non aveva ceduto del tutto, come quasi sicuramente sarebbe accaduto sullo Stelvio. Tutto il gruppo aveva cercato di non fargli perdere troppo tempo e si erano formate catene di tifosi per spingerlo sui colli. I commissari si aggiunsero (nota mia, che sono stato purtroppo un tifoso di Moser: non volevano essere i soli a non partecipare all'inno viva l'Italia) e mi dettero 20 secondi di penalità per un preteso rifornimento fuori zona. Moser doveva vincere in ogni modo!
Restavano due piccole tappe, ma soprattutto la crono dell'ultimo giorno di 42 Km fra Soave e Verona, un percorso poco sinuoso e piatto come un biliardo. Poco prima della partenza, quando ho visto che partiva con la sua bici da record dell'ora, ho compreso che tutto era perduto.
Si stimava il benefico di questo materiale in due secondi al Km e sapendo che potevo perdere un minuto, per la mia inferiorità, su di lui il conto era facile a farsi. Moser che non ha mai avuto paura di niente, confessò dopo: "La mattina della crono sono andato a fare un test in compagnia del mio medico, il dottor Tredici. Egli mi ha chiesto di andare al massimo e mi sono accorto che ero nei tempi del record dell'ora, pertanto, ho rifatto la stessa cosa il pomeriggio con l'animo tranquillo. Il dottore mi aveva detto di partire a fondo e mi aveva assicurato che avrei potuto conservare lo stesso ritmo per un'ora e ... è quello che è accaduto."
Moser, 42 km a quasi 51 di media ed io secondo a 2 e 24 secondi e un minuto e tre secondi di svantaggio nelle generale ed io sparivo così nel caos.
Era tanto più difficile da accettare anche per il fatto che durante una gran parte della mia crono il pilota sull'elicottero della TV, preso dalla passione divorante per il suo mestiere (senza dubbio) si divertiva a filmarmi da così vicino che avrebbe potuto leccare il mio numero con la testa del suo apparecchio. Inutile dire che la turbolenza così provocata mi inviò abbastanza vento, tale da rallentare la mia progressione. Due o tre volte ho alzato il pugno, nonostante il rischio di caduta, per lamentarmi verso di lui, ma non c'era niente da fare, tutto era pensato affinché Moser potesse "trionfare". Guimard era ebbro di collera ed io ... pure! Evil or Very Mad  In circostanze normali, se tutte le tappe si fossero svolte regolarmente, quella cronometro avrebbe avuto un'importanza secondaria, perché il divario sarebbe stato creato ben prima ed io avrei vinto il mio primo Giro nel modo più logico del mondo. Invece un dolore mi bruciava nel petto: l'ingiustizia!
Certamente la sera della tappa dello Stelvio avremmo potuto decidere di abbandonare la corsa e sarebbe stato un gesto vero e forte, ma era ancora possibile prendere la maglia rosa e inoltre la Renault aveva anche la maglia bianca di miglior giovane con Mottet, io anche quella del GPM ed eravamo in testa alla classifica per squadre, insomma monopolizzavamo quasi tutte le maglie!
Dopo quelle tre settimane così particolari, una cosa almeno era chiara: ero un Fignon ben in grado di vincere ogni corsa.
Per trionfare sulla terra di Coppi non mi era mancato molto ed il ciclista poteva essere contento, ma quel Giro manca ancora tanto all'uomo Fignon. Un grande dolore con il tempo può sparire, ma il ricordo resta.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mer Apr 23, 2014 9:50 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXVIII)

Ne vinco cinque o sei e smetto


Come un battesimo arrivato dai tempi antichi, un segno, un sigillo trasmissibile al di là delle generazioni; l'aria, l'acqua, il fuoco, la forza d'animo, il coraggio. I grandi miti nascono dai riti ed io cominciavo a capire che figurare nel "palmarès" del Tour procurava un sentimento confortevole di "eternità". Ma, raddoppiare, confermare, provare a tutti che il 1983 non era che una prefazione approssimativa di un'opera ben più vasta: questa era la mia ambizione. E, devo dirlo, era un'ambizione piuttosto ragionevole, considerando la mentalità che avevo allora. Sapevo quello che dovevo fare e comprendevo piuttosto bene come e dove farlo.
L'episodio traumatizzante del Giro mi aveva reso più forte, era un'evidenza. Ero pronto ormai a lottare contro tutti i compromessi, preparato ad affrontare le peggiori bassezze, per evitare che si potesse riprodurre quel genere di furto. Ed infatti, invece di "piangermi addosso",
piuttosto che cercare ogni giorno i colpevoli, tuttavia ben conosciuti, me la prendevo solo con me stesso: mai rifuggire dalla propria responsabilità! Dovevo essere ancora più forte e mai più lasciare agli altri la scelta delle armi. La campagna d'Italia mi aveva costruito un morale di ferro.
Tutti ormai sapevano che la vittoria del 1983 non era dovuta al caso, però ricordo che in quel periodo, benché molto sicuro di me, restavo abbastanza modesto. Capace di esercitare la dialettica fra me e me, potevo ben dire che se B. Hinault fosse stato là nel 1983 non avrei certo vinto il Tour, perché sarei stato al suo servizio, ma potevo anche dirmi che, senza Hinault, avrei probabilmente avuto nella gambe la Vuelta del 1983. Con il mio fisico dotato per il fondo, mai così robusto come nelle tappe lunghe, avevo una facoltà supplementare: contrariamente a molti corridori che uscivano totalmente "distrutti" da una Vuelta o da un Giro ed erano incapaci di fare dopo anche il Tour in buone condizioni, a me invece occorrevano proprio un paio di G.T. per arrivare a metà luglio al massimo della forma. Aver partecipato al Giro, sebbene in circostanze difficili, non era certo un handicap, anzi ...
Alla partenza di questo Tour, i giornalisti sommavano le loro eccitazioni: il ritorno di Hinault sul suo terreno di caccia preferito esaltava tutti i commentatori, era il massimo per loro. Il duello Hinault-Fignon, quello che tutti aspettavano, si sarebbe alla fine realizzato sul più bel terreno ciclistico del mondo e ciascuno avrebbe alla fine saputo. Devo ammettere che la gran parte della stampa aveva scelto il suo campo e sognava il ritorno trionfale del Tasso. Il pubblico invece era abbastanza diviso: Bernard era stato sempre impressionante, ma non aveva mai raggiunto la popolarità di Poulidor e neppure di Thevenet nel 1977 ... almeno non ancora (1984).
Quanto a me, occorreva essere vigli e soprattutto leggere bene la stampa specializzata per sapere ciò che pensavano i tecnici veramente attenti. Occorre aggiungere che una settimana prima avevo vinto il campionato di Francia a Plouay, proprio sulle terre bretoni di Hinault, con una facilità estrema. Avevo impressionato per la facilità e la potenza del mio "colpo di pedale" e per la maggior parte dei direttori sportivi o ex campioni ero di gran lunga il favorito. Gribaldy, Geminiani, Pingeon, Poulidor, Danguillaume etc. lo pensavano alla partenza e continuavano ad affermarlo dopo il prologo, nella regione di Parigi, che io comunque non avevo vinto.
Bernard aveva richiamato i suoi più bei ricordi colpendo forte in quella tappa per rinvigorire la propria leggenda e ne aveva convinti molti, ma questa brava gente avevano dimenticato che io ero arrivato secondo a 3 piccoli attimi dal Tasso e ciò, in questa specialità, rappresentava per me un notevole "exploit". Inoltre se si guardava bene l'ordine d'arrivo, c'erano cose che "saltavano agli occhi" : fra i favoriti Roche e Lemond avevano perso 12 secondi, Kelly 16", Simon 34" etc. Non soltanto avevo riuscito un buon colpo, ma gli altri avevano notevoli preoccupazioni davanti.
Io ero progredito in ogni settore e Guimard era con me, mentre Hinault, impulsivo e talvolta collerico, non brillava per senso tattico, certo egli rendeva colpo su colpo, ma quando bisognava calcolare, attendere, fare dei piani, Bernard avrebbe avuto un bisogno vitale di Cyrille, mentre, da quel che sapevamo dall'esperienze dell'inizio stagione, il direttore sportivo della Vie Claire, P. Koechli non aveva abbastanza forza di carattere per farsi ubbidire dal Bretone. C'è da dire però, a discolpa del direttore svizzero, che B. Tapie, il patron della squadra, voleva modellare tutto alla maniera dello "show-biz" (nota: io non so che sia ) e non gli lasciava nessun margine di manovra.
La "follia" mediatica a favore di Hinault non cessava minimamente, tanto più che dopo settecento giorni era ritornato ad indossare la maglia gialla e si comprende bene la sua emozione e la gioia che doveva dimostrare il suo viso sul podium del prologo. Egli dichiarò allora: "E' strano, ma ho l'impressione che non sia cambiato niente." Egli si riferiva alle proprie sensazioni, ma un testimone dirà, tuttavia, qualche giorno dopo che l'aveva visto "completamente cotto" dopo aver tagliato il traguardo. Forse era un'esagerazione, perché si trattava comunque di una bella vittoria per un ritorno. Hinault, da parte sua, aveva aggiunto, sapendo che io ero dato favorito, "D'accordo, ha fatto un bel Giro, ma è stato battuto da Moser ed io l'Italiano lo battuto qualche volta ." Il solito Hinault, sempre pronto a negare, sempre di fronte alle interviste come ad un combattimento di boxe!
C'era una grandissima pressione ed io l'adoravo, perché rafforzava le mie motivazioni ed amavo, già da prima, la "bagarre" che si andava profilando, il combattimento continuo dal quale ne sarebbe sortito il migliore. E la verità era che la disinvoltura, che mi caratterizzava dall'inizio della carriera, non mi aveva mai abbandonato. In tutta sincerità, allora che la Francia era divisa in due, fra lui e me, devo dire che ero del tutto estraneo a questa situazione e niente mi turbava o mi induceva a cambiare atteggiamento. "Tu sei un anticonformista, devi conservarti così, perché è una meraviglia che ci siano persone così nello sport francese" mi aveva detto un giorno un amico.
Non avevo fatto troppa attenzione allora a quelle parole, tuttavia ...


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Gio Apr 24, 2014 9:33 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXIX)


In altre parole, malgrado i clamori e le scommesse su questo e quello e pur essendo ben conscio di poter traumatizzare o deludere quelli per i quali certe cose erano sacre, dentro di me non ho mai avuto la coscienza di partecipare alla scrittura di un libro di storia. Vincere o perdere non era per me l'inizio e la fine del mondo e la sera del prologo rammento molto bene la mia reazione. Mentre tutti i commentatori "sapienti" si preoccupavano di Hinault e si focalizzavano sul suo "rientro trionfale", nessuno pensava invece che io ero giustamente convinto di essere al massimo grado della mia forma. Mi pareva di andare come un treno ed era una senzasione deliziosa ed il fatto che gli altri non lo notassero non mi dispiaceva affatto. Mentre i francesi immaginavano un Bernard capace di vincere il suo quinto Tour, io, di già quel giorno, mi sentivo su di una nuvola. E poi la mia squadra dominava in lungo ed in largo in gruppo. Con Jules, Barteau, Didier, Gaigne, i fratelli Madiot, Menthéour, Poisson e il campione del mondo G. Lemond avevamo tutte le carte possibili e immaginabili per divertici un po'. E dopo la prima vittoria di tappa per noi, con Marc Madiot, la cronosquadre (III tappa, 51 Km) dette il tono della sinfonia che noi avremmo ripetuto tutti i giorni, sempre un po' meglio. Partiti con prudenza, avevamo invece realizzato un finale in perfetta armonia e da parte mia facevo i mie turni al comando con grande efficacia e lo sforzo mi pareva quasi divertente, tanto i pedali mi sembravano leggeri.
Era il nostro primo obiettivo ed io avevo osato dichiararlo prima del Tour che avremmo vinto la crono ed ora era fatto! Di poco nei confronti della Raleigh o della Kwantum, ma abbastanza (55 secondi) rispetto alla Vie Claire. La prima ripresa era terminata.
Nella V tappa, grazie ad una fuga fiume di tre corridori che noi avevamo ben costruito e che le altre grandi squadre avevano lasciato andare, V. Barteau, secondo della tappa, prese la maglia gialla con più di 17 minuti di vantaggio sui grandi. Fu la festa al nostro albergo e la firma alla partenza con la maglia gialla non faceva che cominciare e così potevamo controllare la corsa, cosa che per noi era l'ideale ed io restavo saggiamento al mio posto, consapevole del mio ruolo, guardando Hinault che invece pareva preoccupato: partecipava agli sprint-bonification e conduceva una guerra che credeva di usura, tutti i giorni, su tutti i terreni, ma che a me pareva proprio inutile. Un Hinault combattivo e sempre alla ricerca di un possibile vantaggio, ma ciò non mi turbava per niente. Egli comunque aveva ragione di tentare e con un avversario psicologicamente più debole di me, forse avrebbe anche potuto riuscire, ma io ero calmissimo, anche se il suo continuo movimento mi costringeva ad essere sempre "sul chi vive" ed inoltre dovevo riconoscere a Bernard un "panache" che spingeva al rispetto. D'altra parte anch'io avevo lo stesso tipo di filosofia, quella di cercare di creare l'insicurezza negli altri, per approfittare dei lati caratteriali deboli e quindi lasciar credere che la minima occasione poteva essere buona per attaccare e che loro non potevano sapere mai quando e dove sarebbe stato scoccato il dardo. Quando un corridore sta sempre sulle spine, quasi sempre si affatica, commette degli errori, in una parola si indebolisce da solo.
Guimard sapeva utilizzare la squadra al meglio; ad es. quando una fuga prendeva troppi minuti era il solo direttore sportivo ad andare, con il suo cronometro, dietro i fuggitivi, per calcolare la loro velocità media, prima di dare i suoi consigli/ordini e quindi ci diceva esattamente alla velocità cui andare e le sue previsioni si rivelavano quasi sempre esatte. Se avevamo un ritardo di 9 minuti, egli calcolava che avremmo dovuto metterci a tirare a 62 km dall'arrivo e che, ad una certa andatura, li avremmo ripresi a tre km. Era impressionante ed in questo modo riuscivamo a giocare con i nervi di tutte le altre squadre. Ecco perché Cyrille ha fatto scuola!
Il primo momento di verità arrivò nei 67 Km. fra Aleçon e Le Mans. Il mio stato di forma era visibile e con la mia nuova bicicletta con profilo a Dèlta ho vinto la tappa, lasciando Bernard a 49 secondi e non c'era possibilità neppure di contestazione interna, perché Greg aveva perso più di due minuti e quindi l'eventuale problema era, per il momento, regolato. Alla vigilia della partenza, avevo dichiarato, riguardo all'americano: "Vi assicuro che non ci sarà nessun problema fra noi, perché ci penserà la corsa a decidere i nostri ruoli in quanto verrà un giorno allorché l'uno perderà del tempo sull'altro." E quel giorno era già arrivato.
Tutto si svolgeva perfettamente ed il giorno dopo la mia contentezza si accrebbe ancora di più, in quanto Pascal (Jules) vinse la sua tappa a Nantes ed il nostro abbraccio la sera fu gioioso e bruciante: un piacere immenso. Quelli che non erano là quel giorno, all'interno dell'albergo dove tutto trasudava amicizia e fratellanza, dovranno faticare molto tempo per avere davanti agli occhi la definizione di felicità comune , secondo me era di un'autenticità impressionante.
Le vittorie di tappa si erano succedute, Barteau era sempre in giallo, io mi sentivo, più di sempre, il favorito e la sera il nostro calore comunicativo irradiava tutto al nostro passaggio, che chiedere di più alla vita ciclistica?
Il superamento dei Pirenei, senza Aubisque e Tourmalet doveva mettere Hinault in una condizione di dubbio ancora più palpabile ed infatti all'arrivo di Guzet-Neige, dopo aver scalato i colli del Portet-d'Aspet, del Core e del Latrape, sotto un calore enorme, tappa vinta da R. MIllar davanti al colombiano Lucho Herrera, il quadruplo vincitore del Tour dovette concedermi altri 52 secondi. E considerando che avevo attaccato solo a 3 Km dall'arrivo e senza veramente forzare ...
Mi immagino che il Tasso si trovasse molto infastidito dalla mia facilità dimostrata su tutti i terreni, ma lui non intendeva per nulla riporre le armi, anzi ... Ed infatti il giorno dopo fu protagonista di un improbabile, per non dire patetico, tentativo di fuga e lui, che andava avanti soprattuto grazie all'orgoglio, si ritrovò tutto solo verso Blagnac, dopo soltanto 60 Km di corsa ... una follia pura! Non era né il luogo (piatto) né il momento (spirava un forte vento) per una fuga solitaria, ma Hinault, si fece prendere la mano da quest'atteggiamento ed insistette per circa 20 Km: disastro dell'ambizione. In nessun momento ci eravamo preoccupati, anzi eravamo ben contenti di lasciarlo là un po' di tempo e rivenire su di lui con calma quando avremmo voluto e ... approfittammo dell'occasione anche per mettere in orbita Pascal Poisson e conquistare così la nostra quinta vittoria di tappa.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Ven Apr 25, 2014 9:35 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXX)

A Rodez la nostra superiorità cominciò a diventare umiliante per tutto il gruppo: P.H. Monthéour lasciò sul posto i suoi compagni di fuga D. Garde e K. Andersen, arrivando alla sesta vittoria di tappa. Quando lo decidevamo, ci lasciavamo dietro i vinti sparpagliati e depressi perché non potevano fare niente contro il nostro regno assoluto. I giornalisti avevano ormai da tempo girato le loro giacchette ed ogni giorno cercavano nuovi superlativi per descrivere gli atti degli atleti dai colori di vespa. Ormai l'insetto pungeva tutto quello che vedeva muovere.
L'ingresso alle Alpi passava da Grenoble in una tappa agitata dove non ero in gran forma, ma che non modificò i miei piani. Durante la giornata di riposo, che servì per distendermi, passai parecchie ore nella mia camera e riuscii addirittura a liberarmi di quel poco stress che era dentro di me, prima di affrontare la crono(quasi scalata) di 22 Km verso la Ruchère-en-Chartreuse. Per quel genere di percorso non avevo quasi nessun punto di riferimento, perché mi ero testato soltanto una volta alla Vuelta. Si trattava di una salita secca, brutale di 10 km, per una cronometro, ma, anche se partivo senza sapere su come mi sarei comportato, mi sentivo comunque bene sia per quanto riguardava la forza, che l'aspetto psicologico. Alla fine, quindi, non fui sorpreso di vincera la tappa, ma mi attendevo una prestazione meno importante, ed invece ero riuscito a domare completamente quel genere di corsa: da un lato avevo staccato i passisti come Hinault e Kelly e dall'altro avevo tratto vantaggio sui puri scalatori nel primo tratto di falsopiano e li avevo respinti così lontano, da non poter temere sorprese. In ogni modo solo quattro, fra loro, erano riusciti ad andare più forte di me nei dieci Km. finali. All'arrivo avevo preso 23 secondi di vantaggio su Herrera, 32 su Delgado e 33 su Hinault, che si allontanava ancora in classifica.
Ho un ricordo preciso di quanta gioia ho provato quel giorno: Barteau era sempre in giallo, anche se purtroppo la clessidra lasciava defluire gli ultimi granelli del tempo, inesorabilmente; non lo sapeva ancora, ma aveva vissuto il suo ultimo giorno sul podium, ed io vivevo una specie di stato di grazia, dovuto forse anche alla giornata di riposo e possedevo una voglia divorante, totale, assoluta e sono anche un po' imbarazzato a dirlo, ma mi sentivo invulnerabile. E' una sensazione della quale non ci si rende conto bene sul momento, un forma che raggiunge l'apogeo e che magari per il resto della vita non sarà più raggiungibile.
A partire da quel giorno, C. Guimard entrò in scena ancora più energicamente, perché aveva compreso che potevo vincere tutte le tappe, ma si impegnò in modo tale da obbligarmi a temporeggiare e per me erano molto sorprendente vederlo comportarsi così, mi sembrava surreale! Aveva ai suoi ordini la squadra più forte del mondo e l'unica cosa che sapeva dire era : "calma, attendete, lasciate fare ..." Per chi non era in grado di capire, tutto ciò era sconcertante, ma la sua capacità scientifica gli consigliava quell'atteggiamento, perché temeva un errore fatale, un giorno di crisi, una "frigale" o chissà che altro. Invece di confortarlo, la mia facilità lo inquietava ed il mio stato di forma gli pareva temporaneo, il fatto che fossi tutti i giorni pronto a ... non riusciva a capirlo, pur essendo estremamente semplice. Forse l'esperienza del Giro, poche settimane prima, l'aveva vaccinato dai facili entusiami e ad aveva ancora paura di farsi trascinare all'ottimismo che poteva far girar male una corsa che non poteva nemmeno pensare di perdere.
L'Alpe d'Huez del giorno dopo la crono lo rendeva sospettoso e tutto il giorno è stato al mio fianco per impedirmi di lanciare un'offensiva troppo presto. Io avevo "le formiche nelle gambe" (nota: modo di dire per significare che si è impazienti di partire) e lui ripeteva, come un metronomo: "Non ancora!" Fu un eccesso di prudenza che non potrei certo rimproverargli, anche se ...
Perché Hinault non aveva ancora abdicato ed in questa tappa passò all'offensiva sul colle del Coq e poi, dopo che lo avevamo facilmente ripreso nella lunga discesa verso Grenoble, attaccò di nuovo nella còte di Laffrey tre volte di seguito. Non avevo nessuna difficoltà a replicare a quella guerriglia, però mi dava noia il non rispondere ed allora per calmarmi ho spinto un po' sui pedali e sono rimasto molto sorpreso di constatare che Bernard non era in grado di seguirmi; pertanto ho proseguito nel mio sforzo e solo Herrera è riuscito a rimanere con me fino alla vetta. Ho anche guadagnato 40 secondi nella discesa ed anche questo mi aveva sorpreso, perché non avevo la sensazione di andare forte.
Nella valle Hinault arrivò fino ad un minuto di ritardo, ma poco prima di Bourg-d'Oisans, riuscì a rientrare e, senza attendere l'inizio della salita, in piano credette opportuno rilanciare un tentativo alla sua maniera: spalle in movimento e viso ermetico come sempre.
Quando l'ò visto alsarzi sui pedali ed andarsene in quella strada completamente diritta, mi sono messo veramente a ridere e non interiormente, era più forte di me, perché il suo atteggiamento era aberrante; quando ci si fa lasciare la prima regola è di approfittare della pianura per "superare la crisi", ma Bernard era troppo orgoglioso e voleva fare tutto con "panache", anche se la sconfitta era sicura in partenza!
E l'inevitabile si verificò e sulle prime rampe dell'Alpe l'ò raggiunto, però nel frattempo, Herrera aveva preso un vantaggio di cinquanta metri. Guimard è venuto a parlarmi per dirmi di andare più piano: non dovevo prendere più di una trentina di metri sul Tasso, perché voleva che qiuest'ultimo scoppiasse completamente e fu proprio quello che accadde. Hinault entrò progressivamente in crisi e terminò la corsa con un passivo di 3 minuti e in uno stato prossimo alla depressione. E sapete che dichiarò meno di due minuti dopo aver tagliato la linea, in uno stato pietoso? Oggi ho fallito, ma non smetterò mai di attaccare finché non saremo a Parigi. Incredibile Hinault.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Sab Apr 26, 2014 9:19 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXXI)


Ma il mio problema quel giorno fu un altro, perché nel momento in cui Guimard venne a dirmi che potevo spingere, era troppo tardi per la vittoria di tappa. Herrera preservò 49 secondi e mi privò del prestigio dell'Alpe . Quella sera presi la maglia gialla, che era appunto il mio obiettivo, ma come potevo immaginare quel giorno che mai nella mia vita avrei vinto in quel posto "mitico" per un corridore? L'eccesso di prudenza di Cyrille mi aveva fregato e da allora mi sono accorto che nello sport, come nella vita, non bisogna mai lasciar passare le occasioni!
Alla televisione, durante l'emissione di J. Chancel l'episodio del contrasto con Hinault diventò piuttosto polemico. Alla domanda su che cosa avessi provato quando il Tasso aveva attaccato poco prima dell'Alpe, io, senza riflettere ed anzi aggiungendo la mia "crudezza" alla situazione già brutta di Bernard, ho risposto: " Mi sono messo a ridere." Certo dicevo solo la verità e non volevo essere cattivo, ma questa frase fu ampliata ben al di là del ragionevole e tutti credettero che io mi divertivo a prendere in giro il mio ex capitano. Ma non era così, perché io non volevo mai mancargli di rispetto e meno male che Hinault l'à capito e non ha reagito. Ormai per lui era finito tutto e quando ci siamo trovati a parlare, siamo stati d'accordo che la nostra era una battaglia leale, non c'erano mai stati colpi sleali e non ce ne sarebbero stati neppure in futuro, perché né lui né io eravamo dei partigiani dei "colpi torti".
La sera dell'Alpe ho mantenuto le mie abitudini e, siccome un mio compagno era riuscito ad avere un appuntamento con una Miss Francia (ufficiosa), e aveva bisogno della mia camera, gli ho subito dato la chiave senza, nemmeno allora, rflettere. E gli sono servito anche come alibi per Guimard, che lo stava cercando da per tutto. E' andato con due giornalisti, ho detto a Cyrille, anche se il D.S. non ha creduto minimamente a questa grossa menzogna.
Fra B.d'Oisans e La Plagne nella salita finale ho stracciato tutti, pur accelerando da seduto: un semplice colpo di reni e non c'era più nessuno alla mia ruota, era anche troppo facile ed un tale sentimento di dominio mi poteva anche far girar la testa.
La mattina stessa sull'Equipe, B. Tapie dichiarava: "Voglio Fignon!" Due giorni dopo, in conferenza stampa, osavo confessare che:
"L'anno prossimo, forse, io ritornerò nell'anonimato, però quanto avevo vissuto l'anno scorso era stato un sogno e quindi quest'anno mi attendevo quello che poi è arrivato." Al sentire queste parole molti pensarono che mi fossi "montato la testa, ma sarebbe stato ridicolo crederlo, era che ho sempre odiato l'ipocrisia e le "lingue di legno" (nota mia: tipo Cunego ), però mi accorgevo ogni giorno di più che la sincerità si rivoltava sempre contro di me (nota mia: Riccò e Di Luca imparate ). Fra l'altro io non facevo dichiarazioni in un solo senso, era una specie di miscuglio di sicurezza e di modestia ed infatti potevo dichiarare nello stesso giorno: "Diventerò un grande? Non ho nessuna idea a tal proposito, mentre qual che so e che tutto avrà fine un giorno. Guardate Hinault: ha quasi vinto tutto, due anni fa lo si riteneva invincibile, mentre oggi non è più tale. Allora qual è la verità? E soprattutto come si deve fare per mantenersi al livello più alto?"
Ero al massimo del trionfo e mi sembra che queste parole siano piuttosto lucide e perché allora mi si faceva passare per ... non capisco proprio l'atteggiamento di certi giornalisti.
Fra La Plagne e Morzine ho tentato di tutto, anche di stabilire la sorte degli altri. Nel colle del Joux-Plane ho voluto partire insieme a Lemond in un'offensiva di vasto respiro affinché lui potesse diventare secondo in classifica, davanti a Hinault, ma non mi ha potuto seguire. Il giorno dopo, sulle rampe di Crans-Montana, ho fatto di tutto affinché Pascal Jules vincesse la sua seconda tappa in quel Tour, ma A. Arroyo e P. Wilches gli erano troppo superiori ed allora ho dovuto vincere io.
Sono ben cosciente che avevamo vinto molto: dieci in tutto per la Renault (cinque io) e che quella era un forma di paradiso sportivo e quindi noi ridevamo di continuo e l'ambiente era idilliaco. La storia ci dice anche che ho vinto l'ultima crono, ma ciò che ricordo di essa era che fra me e S. Kelly la differenza fu di 48 millesimi di secondo.
La sera dei Campi Elisi i commentatori si sono messi a sciorinare diverse impressioni. Avevano assistito ad una "vittoria totale", confrontabile, scrissero altri, a quella di Merckx nel 1969. I miei sentimenti profondi erano più bilanciati e più confusi probabilmente e non rammento neppure un attimo nel quale avessi creduto di essere entrato nella leggenda. Il mio dominio era stato talmente ... che molti giornalisti andavano avanti con le statistiche e mi domandavano con grande serietà quanti Tour avevo in mente di vincere ancora? Io non ero certo in questo stato d'animo, cioè non pensavo al futuro con certezza e, tuttavia, assalito di continuo da queste domande, una volta mi ero trovato a rispondere "Ne vinco cinque o sei o poi smetto!"
Occorre cercare di capire: alla fine di luglio del 1984 nessuno mi poteva battere in un G.T, mi pareva una cosa evidente, per cui questa idea metteva radici a poco a poco in me e mi faceva aspirare a vincere tutto, perché avrei dovuto dubitare proprio io del talento che tutti mi riconoscevano?
Ciò detto, restiamo seri, anche nel 1984 non ero Bernard Hinault, perché lui era più completo, miglior passista, maggiore capacità di soffrire e non era quasi mai malato all'inizio di stagione (con il freddo) e poi io non possedevo il suo orgoglio, né il suo temperamento. Ed infine non dimentichiamo mai una cosa importante: "Non avevo la classe di Bernard Hinault." Per me ciò era chiaro e netto.
Essere dominante non mi faceva perdere il senso della realtà, il gusto della vita e i piaceri fondamentali.
In bici tutte le figure impallidiscono e gli effetti di moda non durano molto, la bici è la nuda verità.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Dom Apr 27, 2014 9:58 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXXII)

Il trauma post-operatorio



Se il ciclismo, praticato ad alto livello, è uno dei più sicuri mezzi che l'uomo ha a disposizione per ottenere la felicità e per conoscere se stesso, è anche, e purtroppo, una potente fabbrica di *disillusioni* che alimenta la sua produzione senza avvertire prima.
Ci battiamo anche contro noi stessi, contro un immagine allo specchio, non solamente contro il tempo (ma io non stavo ancora contando a ritroso) e soprattutto contro il nostro fisico, del quale non abbiamo sotto mano tutti i parametri, purtroppo!
L'inizio della stagione 1985 fu conforme alle previsioni, quale piacere e gioia con la consapevolezza di portare sulla schiena in tutti i paesi del ciclismo il numero enorme del mio nuovo "status", in due parole: incanto ed euforia. E poi c'era quel sentirsi addosso una meravigliosa potenza fisica e che, dopo il Tour 1984, si stava appena risvegliando nei primi giorni di corse, perché il mio inverno era stato "delizioso" e mi ritrovavo in perfetta forma.
Con la mia maglia di campione di Francia avevo vinto il prologo della Stella di Bessège e la classifica generale della Settimana Siciliana, cinque tappe di puro rilassamento collettivo, fra le limonaie, gli uliveti, i palazzi di marmo e i templi dell'antichità. Si poteva affermare, senza tema di smentita, che le prime settimane erano state estremamente soddisfacenti. Manifestavo una tale pienezza che molti miei compagni non esitavano a congratularsi con me, ciascuno a suo modo, per come sapevo rassicurarli. Naturalmente ero rimasto me stesso.
Ma tutto ciò durò poco ... Dopo la Stella di B. in seguito ad un colpo ridicolo (avevo battuto su di un pedale) sentivo di frequente un dolore alla caviglia sinistra, poco importante, sembrava in apparenza, situato vicino al tendine di Achille. Appariva e spariva, ma diventava veramente intollerabile quando c'era da pigiare brutalmente su i pedali. Gli specialisti erano perplessi sulle cause, ma il fatto fu che, dopo una bella Freccia Vallone (3°) ed una L-B-L deludente (5°) dovetti fermarmi del tutto, perché anche gli allenamenti diventavano dolorosi, vere e proprie coltellate
Qualcuno credeva ancora ad una tendinite benigna, altri immaginavano una micro-rottura del tendine ed allora ho deciso di consultare il prof. Saillant, il massimo in questo settore (nota mia: come Morris nel forum ). Il verdetto fu che, ... in definitiva, bisognava operare! (Nota mia, tralascio i dati medico-chirurgici)
Mi ricordo di aver domandato al professore: "E' obbligatoria?" E lui mi aveva risposto: "Per un ciclista , sì." Sentenza senza appello. E quindi dovevo prendere l'unica decisione ragionevole: la chirurgia. Potevo rivoltare le cose in tutti i sensi, ma quello che usciva sempre fuori era che non esistevano altre possibilità e dovevo rendermi conto che il resto della stagione era ormai persa. Almeno quattro mesi di inattività: addio al Giro ed alla tripletta al Tour
Singolare destino, quello di uno sportivo di alto livello, alla mercé anche di una causa così piccola che produceva simili effetti. E l'operazione non era nemmeno superficiale. In confronto, quando Hinault era stato operato due anni prima, soffriva di noduli leggeri dietro il ginocchio, mentre il mio male era molto più profondo e per molti avevo aspettato troppo prima di farmi operare, l'unica possibilità per la guarigione.
Durante tutto questo periodo C. Guimard viveva molto male questo colpo del destino e, come aveva fatto con Hinault, depistava la stampa a destra ed a sinistra, raccontando quello che gli passava per la mente e, naturalmente, manteneva il dubbio. Fino alla L-B-L non aveva mai pronunciato il nome preciso del mio misterioso male e mi aveva chiesto di star zitto e far gestire a lui tutta la faccenda ... anche se ciò si rivelò controproducente. Anche l'annuncio della mia operazione, fatto attraverso un comunicato all'A.F.P. apparve come ingannevole. Infatti circolavano dei "rumori" al mio riguardo, rumori di doping evidentemente, secondo il principio di base, ma soprattutto "da brave persone" secondo le quali io passavo là dove era finito anche il mio "maestro" e quindi entrambi avevamo pescato lo stesso tipo di "anguilla sotto la roccia". Ero abbattuto, ma anche pieno di rabbia!
Non ho saputo gestire i mie rapporti con i media e mi sono maledetto per tanto tempo, per non aver detto subito a tutti esattamente quello che avevo nel momento stesso in cui mi era accaduto, perché forse in quel caso non ci sarebbero state quelle infami supposizioni. Ma per quell'errore (o mancanza, se si vuole) occorreva l'intervento del dottor A. Mégret (della Renault) per rimettere le cose a posto e affinché la stampa si potesse calmare un po'. Egli si spiegò una volta per tutte e le sue parole meritano di essere scritte: " Più di certe persone interrogate qui e là, io penso di conoscere la patologia delle diverse malattie e affezioni che posso colpire i ciclisti. In primo luogo è opportuno sottolineare che in entrambi i casi (Hinault e Fignon) si tratta di un'infiammazione "peritendinea" e non di una lesione al tendine. I due, essendo sottoposti a degli sforzi troppo importanti, per tante ragioni fisiche e meccaniche, hanno avvertito il dolore che sarebbe appunto il segnale che fa prescrivere a noi medici il riposo completo e poi un trattamento anti-infiammatorio. Purtroppo, nei casi che ci interessano, siamo di fronte a sportivi eccezionali per i quali non spetta a noi regolare l'attività e dopo, non essendo in grado di conoscere facilmente i guasti prodotti dall'attività proseguita (e che tipo di attività), l'unica possibilità è la chirurgia. Contrariamente a quello che molti fingono di credere, i controlli medici ripetuti, hanno impedito l'uso di anabolizzanti, prodotti che in effetti hanno provocato gravi accidenti in numerosi sport. Quanto a l'affermazione che l'uso di medicinali a base di cortisone è una causa diretta di simili affezioni, è un'eresia, cioè arci-falso. Il cortisone è prima di tutto un anti-infiammatorio e il suo utilizzo può provocare un'atrofia globale dell'insieme muscoli-tendini e non l'inverso ..."
Non volevo che il pubblico mi vedesse entrare all'ospedale mentre zoppicavo e non volevo neppure trasformare la mia operazione in un affare di Stato e neppure che mi fotografassero o filmassero in un letto d'ospedale. Forse era stupido, ma era comunque mio diritto, no? Il pubblico aveva un'altra immagine di me e di certo non quella di un uomo disteso su un lettino. Ed infine non volevo neppure che qualcuno venisse a compatirmi, sono sempre stato così: in caso di malattia volevo restare fra me e me.
In ogni modo è bene non esagerare, non era la morte di nessuno e l'operazione era perfettamente riuscita. Il prof. Saillant con i suoi assistenti , dott. Bénaze e Catone (nota mia, non conosco il prenome, ma non credo sia Marco Porzio ) agirono in modo tale affinché l'intervento avesse una durata minima, anche se l'apertura del tendine evidenziò un nodulo di una grandezza anormale. Due altri piccoli punti di rottura tendinea furono trattati con la solita estrema precisione e Saillant tolse completamente la guaìna, ciò che nessuno ha mai saputo.
Se avessi continuato senza operazione, con quelle fibre che tendevano a strapparsi ed a formare noduli, in poco tempo non mi sarei potuto più muovere e nessuno sforzo mi sarebbe stato consentito nemmeno se fossi diventato un cicloturista.
La rieducazione sarebbe stata lunga, almeno tre mesi, durante i quali avrei dovuto cercare di lavorare in progressione.
Nei giorni che seguirono l'operazione fui costretto a chiudere a chiave la porta della mia camera, perché un giorno un tipo, vestito da infermiere vi era potuto entrare, non ho mai compreso come si possa voler e in quale misura, violare l'intimità della gente! Evil or Very Mad 
Ero ingessato, ma il morale restava buono e, da ottimista, rifiutavo l'angoscia del futuro ed in nessun momento sono stato inquieto sul mio avvenire sportivo. Qualche giornalista mi suggeriva, talvolta :" E se tu non ritornassi ad essere ..." ed io ridevo di cuore, perché ero convinto di guarire e B. Hinault aveva dimostrato l'anno precedente che un grande campione poteva ritornare in vetta dopo un'operazione importante.
Perché drammatizzare? Non avevo che 24 anni ed alla mia età tutto era ancora possibile.
Intanto approfittavo delle mie lunghe ore per leggere; e poco prima l'inizio del Tour 1985, che avrei guardato alla televisione, avevo finito "L'Amante" di M. Duras ed era l'epoca nella quale meditavo spesso su una delle frasi più strane di J. Anquetil :" Se ti limiti a vincere, tu avrai soltanto il tuo nome nelle statistiche, ma se tu convinci, avrai diritto ad entrare nel libro dell'immaginario."
Ebbene ... molto grande era la mia ... IMMAGINAZIONE.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Lun Apr 28, 2014 9:32 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXXIII)

Uscita di strada per la Renault


Un detto popolare afferma che un male non viene mai solo ed infatti, mentre cominciavo appena a camminare, alla fine di giugno, ed ero felice di ritrovare l'aria e la respiravo a pieni polmoni ed anche gli occhi ne traevano conforto, che C. Guimard mi annunciò una cosa improbabile e cioè la peggiore notizia possibile, che mi lasciò in un immenso oceano pieno di perplessità. I dirigenti della Renault gli facevano sapere che la Régie avrebbe cessato alla fine del 1985 tutti gli impegni sportivi. Niente più squadra ciclistica, miente più F1. E, mi potete credere, fu un trauma nazionale"
Questo ritiro il pubblico lo conobbe il 25 luglio, quattro giorni dopo l'arrivo del Tour e mise fine ad una delle più belle avventure collettive che il ciclismo abbia mai conosciuto. Per Cyrille fu un periodo di panico, senza sponsor l'avvenire era compromesso ed il tempo per trovarne uno nuovo era "contato". Per fortuna la maggior parte dei corridori aveva deciso di aspettare fino a settembre prima di impegnarsi altrove; evidentemente avevano tutti fiducia. Ma i contatti per rimpiazzare Renault in questo periodo di vacanze non erano numerosi e molti cercavano di approfittare della situazione per farsi un po' di pubblicità gratis. Con il passare dei giorni la tensione aumentava e finì per riversarsi sul morale della squadra. Il mio amico Julot che viveva un periodo pieno di "fesserie" di tutti i generi era sul punto di rompere con Guimard e il loro disaccordo finirà per diventare irrimediabile.
Guimard gestì piuttosto male la situazione e perdeva facilmente (quasi sempre) il sua proverbiale sangue freddo. Prima dell'annuncio brutale della Renault, aveva sempre saputo emanare tranquillità, poi si è subito visto un altro uomo. In ogni modo bisognava trovare una soluzione alla svelta. Evidentemente la qualità dei nostri effettivi e la reputazione della squadra non lasciava gli sponsor indifferenti ed abbastanza rapidamente il presidente della RMO, Marc Braillon fece una proposta a Cyrille, ma subito avevo compreso che si trattava di un'offerta troppo lontana dai nostri "desiderata": la differenza era di 5 milioni di franchi e poi non era nemmeno chiaro quanto ci avrebbero compensato per le prestazioni eccellenti che avremmo fatto. Ma Guimard, pur preso alla gola, voleva accettare, perché credeva di non trovare niente di meglio.
Durante tutto questo periodo Cyrille mi aveva sempre portato con sé alle discussioni, in quanto rappresentavo la vetrina della struttura: avevo un nome e un prestigio da difendere e da far valorizzare e il duplice vincitore del Tour, quale ero, non credeva assolutamente nella possibilità di accettare la proposta di Braillon. Era, per me, un mercato degli "imbrogli" ed in tutti i casi non potevamo accettare qualcosa troppo al di sotto del nostro valore notorio. E, non avendo appunto fiducia, ho finito per dire a Guimard: "Vedrai che ci daranno 10 milioni e nulla di più e ciò non può andare, non sono d'accordo, occorre continuare la ricerca."
Allora mi son messo a riflettere su un tipo differente di organizzazione e gli dissi: "E se formassimo noi stessi una squadra di professionisti? Mi rammento, come fosse ora, che egli non capiva quello che stavo dicendo, ma la mia idea era semplice: si costituiva una struttura per vendere la pubblicità che le nostre maglie rappresentavano e l'avremmo venduta al prezzo che avremmo deciso e non basato soltanto sul costo di una squadra di ciclismo. La mia idea era duplice e cioè che la nostra struttura dovesse essere la proprietaria e quindi le sarebbe spettati tutti i ricavi e sarebbe anche stata il solo "patron" sportivo della squadra ciclistica. Lo sponsor avrebbe acquistato solo lo spazio pubblicitario.
Alla fine Guimard comprese bene la sottigliezza della mia idea, ma non ci credeva: "Tu sei pazzo, nessuno accetterà un affare così!"
Tradizionalmente era la legge del 1901 che regolava la costituzione di una squadra ciclistica ed lo sponsor ne era il proprietario e poteva nominarne il presidente, che di solito era una persona della sua impresa. Il gruppo sportivo era totalmente dipendente da ogni "salto d'umore" dello sponsor Con la formula che tentavamo di inventare l'impresa al comando sarebbe stata quella sportiva.
Cyrille ha ceduto e noi abbiamo creato l'associazione sportiva France-Competition con un'agenzia pubblicitaria collegata (Max sport promotion) ed entrambe sarebbero state dirette da Guimard e me stesso (in parti uguali). Eravamo diventati ufficialmente i "patron" abilitati a mettere i corridori sotto contratto per una durata determinata ed in questo modo eravamo arrivati alla nostra piena autonomia, restavo solo da trovare uno sponsor adatto per le nostre esigenze e, se questo si fosse, prima o poi, ritirato, un altro che lo avrebbe sostituito. Nel 1986 era una rivoluzione, ma poco dopo tutte le strutture ciclistiche copiarono questo sistema ed io rivendico la paternità del nuovo metodo che ha preso il nome di "Guimard-Fignon" e ne ho ben donde.
Cyrille aveva ben compreso anche il nostro interesse finanziario, perché se un Sponsor versava 15 milioni di franchi e se, per ipotesi, Maxi Sports ne spendeva meno per le spese della squadra, rispettando naturalmente gli impegni presi, la differenza sarebbe rimasta nelle nostre casse.
Grandezza e perversità del sistema: ben presto Guimard si sarebbe messo a contare i suoi soldi come paperon de paperoni e sorrideva alla nostra bella idea di sovranità. Avevamo anche utilizzato una delle mie società inattive e beneficiato di vantaggi fiscali accordati ai S.A.R.L. (nota mia: acronimo di cui non conosco il significato), cioè tre anni di esonero dalle imposte. Avevamo già fatto dei profitti senza sborsare un soldo, una vera gallina dalle uova d'oro.
Si presentò una straordinaria opportunità con la società Systeme U, che fu per alcune settimane, in concorrenza con Cetelem, ma con S.U. fu un sogno, il genere di concordia rara e quantomai preziosa, incarnata dal suo PDG J.C. Jaunait. Non soltanto firmò, felice, per 45 milioni di franchi in tre anni, ma fu ben contento di accettare la nuova formula che gli avevamo proposto. Jaunait, un vero appassionato di ciclismo, aveva avuto già un'esperienza, non troppo concludente, nel 1984, ma riteneva di aver imparato da quella lezione. Se si vuole entrare nel ciclismo occorre farlo al massimo livello, altrimenti si rischia di non apparire e poi non possiamo essere costretti ad occuparci degli aspetti tecnici. La nostra associazione era proprio quello che gli conveniva, così come a C. Guimard che da questa associazione avrebbe avuto tutta l'autorità e tutta l'indipendenza che desiderava e naturalmente anche la fiducia di tutti noi.
Senza Jaunait forse non avremmo mai dimostrato al mondo del ciclismo che un tale metodo era fattibile ed anche molto efficace. Dalla firma del contratto, Cyrille ed io ci versavamo un salario mensile pittosto buono fra 100 e 200mila franchi, secondo i nostri bisogni, Maxi sport produceva profitti e tutti eravamo contenti. Su richiesta di Jaunait ho personalmente disegnato la maglia della squadra, utilizzando gli stessi colori della Renault, con delle forme diverse. La mia idea era di far apparire il corridore un po' più slanciato e bisogna dire che ci sono riuscito, inoltre si vedeva bene il logo della ditta, la famosa U rossa. Vista dall'elicottero si vedeva solo quello.
Quando abbiamo presentato ufficialmente la squadra nel novembre 1985, tutti eccitati nelle nostre nuove maglie, avevamo il sentimento di una rinascita e di una serenità creativa ed allo stesso tempo prodigiosa. Mancava però qualcuno per il mio completo ben essere: Pascal Jules non era più con noi. Malgrado i miei tentativi ripetuti non ero riuscito a farlo riconciliare con Guimard, che a sua volta non voleva più nemmeno sentirlo nominare. Era anche una mia sconfitta. E purtroppo per lui, andando in una squadra spagnola, avrebbe visto la sua carriera ben presto distrutta.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mar Apr 29, 2014 9:43 am

All'interno della traduzione, sul vecchio forum, ho trovato questo intervento che per me arricchisce e di molto il libro e quindi mi è molto gradito, riproporlo a chi non avesse avuto l'opportunità di leggerlo.

... ci consegna un personaggio che sta insegnando ciclismo, cultura, sport. Non uno che ha scritto un libro, come quasi tutti nell’ambiente sportivo, lasciando al giornalista che ne raccoglieva racconti ed echi, il compito di inquadrare e svilupparne i contenuti.
Laurent Fignon ha scritto di suo pugno: è lui che racconta, disquisisce e produce filosofia. La sua è un’opera vera, perché condensa in un unico magnifico blocco, la tecnica della sua disciplina a mo’ di “Prendi la bicicletta e vai”, col romanzo; la storia e la disamina dei fatti e le loro contraddizioni, con la psicologia dell’atleta, la cultura più generale, fino a donarci un approfondimento credibile, perché realmente vissuto, sull’impatto della fama che il protagonista dello sport deve accettare, digerire e, spesso, persino subire. Ne esce un monumento, che stabilisce una sottile ermeneutica, sovente impercettibile, proprio perché profonda e non contaminata dall’ipocrisia.
Il Fignon, che ci giunge, va letto dai più giovani, da quelli che si spolpano fegato, cuore e persino cervello, sulle onde di una disciplina che nella iper-mediocrità dei suoi personaggi odierni, spesso semina sterco. Lui è una luminosa eccezione che ha partorito un sunto da proporre alle università: dalle facoltà di “Scienze Motorie” a quelle di “Scienze della Comunicazione” e di “Lettere e Filosofia”. In fondo, di letture così piene di realismo e di vissuto provenienti da protagonisti dell’attualità, perlomeno le università italiane, non è che ne propongano a iosa.

Per quanto mi riguarda, leggendo, ho avuto la riprova dell’intima convinzione di una superiorità dell’istinto sulla ragionevolezza. Iniziai a tifarlo la prima volta che lo vidi, il 15 marzo 1983, quando vinse di forza la tappa di Acquaviva Picena alla Tirreno Adriatico. Mi piaceva atleticamente e mi conquistò quando, tra le righe dell’asfissia del “mosersaronnismo”, potei capire che era un personaggio unico in quel mondo: per intelligenza, cultura e non conformismo.
Ciclisticamente, è l’unico ad aver dominato un Tour de France, col fare di Eddy Merckx e le sue punte (1984), non la mediana, sono state superiori a tutti i grandi connazionali: per intenderci stanno comodamente fra i primi cinque dell’intera storia del pedale.

Ma c’è un altro aspetto che esalta una mia convinzione, potrei dire di sempre: è un figlio di quella Francia che, quando crede, sa essere paese fascinoso come nessuno. E non è un caso se, fra le “teste pensanti” più grandi, aggiungo le primissime mai piovute sul povero ciclismo, ci siano due francesi: Laurent e Jacques Anquetil. Di quest’ultimo, Fignon porta (e la studia) una frase che mi era solo in parte conosciuta (e quindi travisabile): “Se ti limiti a vincere, tu avrai soltanto il tuo nome nelle statistiche, ma se tu convinci, avrai diritto ad entrare nel libro dell'immaginario”. Se studiassimo un po’ meglio i contenuti della massima di Jacques, capiremmo il perché della grandezza superiore di taluni nello sport, piuttosto che altri dal curriculum infinito. Meravigliosi entrambi.

…Ed aspetto la traduzione di Carlo sul 1987, per pubblicare quello che quasi due mesi fa ho scritto per una risposta. Non per polemica, anche di fronte alle inesattezze, ma per rispetto versi un uomo che sta dimostrando, col suo libro, di essere quanto di meglio, il ciclismo e lo sport in generale, abbiano fatto incontrare ad un poveraccio come me.

Mi son lasciato prendere la mano ed ho scritto troppo: “vaffa…” ai censori e “grazie” a chi si è addormentato.

 
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"Non discutere con gli stupidi, perchè scenderesti al loro livello e ti batterebbero per la loro esperienza".


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mar Apr 29, 2014 9:45 am

Ho dimenticato volutamente di dire che è l'autore del commento, ma credo non sia difficile capirlo.  Very Happy


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mer Apr 30, 2014 1:50 pm

Nous étions jeunes et insouciants (XXXIV)


Dare un valore nuovo alle sensazioni, riscoprire il linguaggio del corpo lasciato troppo tempo a riposo, stringere i denti e non riuscire ad arrivare là o, se sì, a quale prezzo.
Sono rimontato in bici, dopo l'operazione, all'incira nei giorni del campionato di Francia e il mio traguardo in quel momento non era certo di ritornare ad essere un campione, bensì ridiventare un semplice ciclista; sapere di nuovo far girare le gambe e restare "in piedi" per tanti Km; compito quasi impossibile.
Non ho molti ricordi del Tour 1985, del quale ho comunque seguito una tappa, quella fra Autrans e Saint-Etienne. In quel mese di luglio B. Hinault divenne un mito del ciclismo: secondo nell'ottantaquattro, vincitore l'anno dopo, niente da aggiungere; la sua forza di vita era ancora là, intatta. Competitore geniale, violento, generoso e aggressivo e in quei due anni il ciclismo avrebbe conosciuto, anche senza saperlo, una specie di apogeo suggestivo, uno zenith di bellezza, insomma un'età d'oro che non riverrà più.
Appena ritornato a casa ho ripreso ad allenarmi, si fa per per dire, perché era la parodia dell'allenamento ed in effetti la mia prima vera uscita fu un vero incubo. Ventiquattro Km, non uno di più ed era terribile, avevo l'impressione di debuttare nel ciclismo, perché non avevo gambe in quanto le muscolatora era atrofizzata, ero solo una "carcassa" smenbrata, male in posizione su un mezzo che non voleva andare avanti
Dopo la doccia mi sono toccato la parte operata e, al posto della cicatrice, sentivo una specie di tasca ripiena di acqua. Quando ci passavo le dita nessun muscolo reagiva ed ho pensato che per me fosse finita. Non potevo appoggiarmi sulle gambe, nemmeno per camminare ed anche i gesti che dovevo fare nella vita quotidiana erano complicati. E poi, al minimo sforzo, mi sentivo affaticato, quasi spossato.
Ma bisognava tuttavia insistere, avere il coraggio di sopportare il dolore, perché era proprio quello il momento nel quale si deve cercare il massimo dentro di sé, darsi le ragioni per crederci e quindi buone ragioni per soffrire. Superare quei momenti, costi quel che costi, perché sopravvivere è una necessità della vita.
Ero andato a stare al sud, a Nimes, per cambiare aria e, con il vento contro, non mi riusciva di progredire ed infatti i cicloturisti che non mi riconoscevano, mi staccavano senza nemmeno rendersene conto. Piano piano però, malgrado tutto, i km si sommavano ed ogni giorno mi sembrava di reagire e non mi ponevo domade superflue. Avevo forse paura dell'avvenire? Non lo so, ma non credo.
Dopo, mi rammento, di essere andato a fare esercizi da A. Mégret, il medico della squadra ed infatti dedicavo molto tempo alla rieducazione, perché la caviglia era rimasta per troppo tempo in "discarica" e il ritorno ad una flessione normale è stato lungo, molto lungo.
E se devo dirlo, confessarlo, ormai: non ho più ritrovato la flessibilità di prima, sarebbe sempre mancato qualche grado ed è inutile dire che questo fatto avrà delle conseguenze su prosieguo della mia carriera.
Devo fare anche un'altra confessione: durante la convalescenza ho contratto anche uno stafilococco, esattamente là dove l'impatto con il pedale aveva lasciato delle tracce durevoli. In effetti, durante le prime settimane di dolore, avevo ricevuto numerose infiltrazioni che avevano finito per bruciare la pelle in modo tale che, quando Saillant mi ha operato, la cicatrizzazione fu molto delicata e per parecchio tempo, quando si doveva pulire la piaga, si scopriva addirittura il tendine, era un vero e proprio invito allo stafilo ...
Tutto ciò non l'avevo mai detto prima, ma il professore dovette operarmi di nuovo per ripulire il tutto e questo mi ridette il morale. Saillant, da parte sua, mi aveva detto: "Ormai dipende solo da te" e questo mi dava fiducia, forse sarei potuto ritornare ad essere il "capitano di bordo" e che tutto sarebbe andato bene. Un giorno, in allenamento, vedendo che avevo delle buone sensazioni, mi sono detto: "Via, tu stai diventando lo stesso uomo." Errore! Perché se anche le gambe erano ritornate dello stesso volume di prima, ma d'altro canto, anche se non me ne sono reso conto subito, avevo perso gran parte della mia forza/potenza. Lo sentivo poco per il momento, specialmente quando ero in forma, ma molto spesso era flagrante che mancava parecchia forza alla mia gamba sinistra. Fino alla fine della mia carriera fu un handicap del quale non ho mai parlato, ma ritrovare la stessa mobilità meccanica è stato un sogno mai raggiunto.
Dopo essermi allenato sulla pista dell'INSEP, al riparo da ogni sguardo ed anche da eventuali intemperie , sono ritornato alle corse ufficiali nel gennaio 1986, alla sei giorni di Madrid. Niente di meglio della pista per far girare le gambe e lavorare sull'elastictà dei muscoli.
Gli organizzatori mi chiesero di partecipare ad un inseguimento (di esibizione) contro J.L. Navarro, campione di Spagna. L'ò battuto, ma venendo a complimentarsi, è caduto e mi ha trascinato con sé. Bilancio: ferita alla testa e clavicola rotta, per fortuna senza spostamento. Per una ripresa fu una bella ripresa
Dopo ho alternato i cattivi momenti ai buoni, perché sono ottimista di natura fino al mio vero ritorno (su strada) al T. del Mediterraneo, dove, a sorpresa generale (compreso il mio stupore) sono arrivato quinto nella cronoscalata del Monte Faron, una bella sodisfazione.
L'inizio di questa nuova stagione non assomigliava per nulla ad un inizio banale, era tutt'altra cosa che sentivo dentro di me, anche se confusamente, qualcosa che andava al di là di ciò che appariva da tutti i miei atteggiamenti. Era una po' un "metanoia" (nota: parola che uso io, per tradurre, non alla lettera "refondation"). Avevo in me molta serenità, ma, come dire, ero bruscamente invecchiato e forse maturato.
I ciclisti che vedevo intorno, mi sembravano talvolta stranieri; essi mi parlavano ed io li ascoltavo, ma quel che dicevano mi parevano cose insignificanti e quindi senza interesse per me. Non saprei spiegare meglio ciò che stava passando in me durante questo periodo, quello che so è che fu un punto che rappresenta una specie di "cerniera".
Una porta aperta ed al contempo chiusa, ma non può restare indefinitamente così, per cui bisogna fare qualcosa: aprirla o chiuderla? Questo era il mio dilemma, allora. Ma l'essenza riguarda sempre i tempi lunghi e per intanto mi lasciavo trasportare da quel che ero diventato: un uomo molto più serio. E ciò dipendeva solamente dai miei errori? O era l'operazione che aveva provocato l'apertura di un nuovo capitolo? Oppure era il ciclismo che cambiava in modo così brutale.
Nella squadra (Sisteme U) avevamo avuto la fortuna di conservare l'essenziale dell'ossatura della Renault e questo mi aiutato a raggiungere presto un livello accettabile, ma vedevo che le mie sensazioni erano limitate. Tuttavia ero pressato, anzi molto pressato. I miei collaboratori mi mettevano logicamente in guardia contro le aspettative surrealiste che potevo farmi e d'un tratto ho compreso l'inevitabile realtà; ci sarebbero voluti almeno sei mesi, forse otto, per ritrovarmi completamente. Mi rammento di aver immaginato una "stagione bianca" e ciò mi ha molto impaurito.
Ero diventato un buon corridore, fra gli altri, ma nulla di più, mentre il campione, colui che riusciva a raggiungere velocità superiori, (come lo avevo fatto con facilità nell'ottantacinque) aveva preso congedo
Gli ottimisti erano contenti di vedermi da per tutto, pur non essendo più niente, ma d'altra parte in definitiva che cosa è un campione eccezionale? ... Se non l'eccezione?


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Gio Mag 01, 2014 8:54 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXXV)

Che gioia!


Come in certi rituali semplificati, che passano al di sopra di tutta la filosofia, i giorni si succedevano, schiavi di loro stessi, ma così non poteva andare avanti, perché la debolezza fisica si ripercuoteva anche sull'aspetto psicologico-mentale ed il fatto che io fossi diventato indeciso, mi rendeva ... perché non era proprio nella mia natura!
Il 1° aprile (che ironia ) fece riaccendere una piccola fiamma attraverso la corsa Paris-Camembert, Blondin avrebbe detto nella sua cronaca che quel giorno si era verificato qualcosa di prodigioso, di quasi incredibile. Un evento del quale non mi sono mai vantato, è il meno che possa dire ... e le foto lo possono testimoniare. In esse si vede il danese K. Andersen vincere la corsa ed io, non lontano, pieno di collera, che colpisco il manubrio e mi sono anche fatto molto male alla mano.
La spiegazione era che eravamo in fuga lui ed io; il danese era un uomo forte sul passo, bel corridore in generale, ma poco rapido nello sprint a causa del suo fisico troppo massiccio. E quindi pregustavo già la prima vittoria dopo l'operazione, la fine del calvario, il primo grido di gioia dopo una lunga agonia di dolore che era durata quasi un anno. Battere Andersen allo sprint sarebbe stato solo una formalità, anche dopo tutto quello che mi era successo.
All'ultimo Km lui non tirava più ed io sono rimasto davanti senza stare per niente in guardia, perché il mio animo divagava, era altrove, fuori dalla realtà, senza naturalmente sapere il perché. Mi ricordo perfettamente come in un certo momento mi sono domandato quale sarebbe stato il modo migliore di alzare le braccia ed anzi fu quasi un'ossessione, perché ripetei questo gesto mentalmente una, due, tre volte; insomma ero già là. Devo aggiungere che una gioia immensa si era impadronita di tutto il mio essere ed ero allegro come un ragazzino che vive i suoi più bei momenti. Dimenticate le sofferenze, dimenticate le corse non fatte e il Tour partito senza di me. Felice e sodisfatto.
E intanto, senza avvertire (evidentemente ) Kim ha piazzato un'accellerazione brutale ai 300 m.
Devo confessare la verità? Il tempo è passato, ma l'onta resta intatta: mi ero completamente dimenticato dov'ero, come ho già detto, mi trovavo altrove, anche se ricordo benissimo come si sono "svolti i fatti". Egli è partito e l'ò visto passarmi a doppia velocità, per cui ho pensato: "Ma che fa quello lì?"
La mia euforia anticipata era stata sanzionata, perché quando ho reagito non sono riuscito a riprendergli quei trenta metri che gli avevo lasciato. Aveva vinto ed io non potevo nemmeno dire che era stato un errore da debuttante, perché nemmeno uno "alla prima corsa" si dimentica del suo avversario no, in questo caso c'era bisogno proprio di uno psicanalista!
Per rimettermi da questo episodio grottesco, ci voleva proprio una classica coma la Freccia Vallone che a quell'epoca era ancora una grande corsa: più di 240 km, mentre ora non raggiunge i 200. Alt alle cadenze infernali, ci si giustifica, ma è ridicolo, perché la distanza non è mai stato un incitamento al doping e la prova è: da una quindicina d'anni le corse sono sempre più corte, e si sono anche visti i peggiori eccessi. Io, l'ò già scritto, amavo le corse lunghe e selettive, perché molti corridori riescono ad arrivare bene fino ai 200 Km, ma 240 o più è un'altra storia e in questo caso, di solito, si opera una naturale selezione. Quindi non è la Freccia Vallone di oggi che io sarei andato a dominare quel giorno con una tattica quasi perfetta. Ad un certo momento in testa c'era un gruppo "reale": Kelly, Zoetmelk, Goltz, Rooks, Van der Velde, Leclerc, Lemond, Nevens, Mottet, Criquelion, Andersen e qualcun altro. Io ero in un secondo gruppo, all'inseguimento insieme ad Hinault, Delgado, Yvon Madiot e Zimmermann. Siamo rientrati e sulla "cote" di Gives l'amico Andersen, che aveva vinto già nel 1984, ha attaccato in modo molto più bello che alla Paris-Camembert ... Approfittando di un momento d'incertezza generale, ho messo il rapportone e ho deciso di inseguirlo. Nessuno ha preso la mia ruota e noi abbiamo continuato da soli per una sessantina di Km. Inutile dire che non avevo nessuna voglia di arrivare allo sprint e quindi ai piedi della "cote" di Ben Ahin, a circa 10 km dal traguardo, ho riunito tutte le mie forze, per partire all'assalto e ... mi sono ritrovato poi a salire da solo il muro di Huy.
Il 16 aprile 1986 riuscivo a mettere fine ad un periodo di insuccessi durato esattamente 386 giorni. L'ultima volta che avevo sentito l'odore di un mazzo di fiori era stato al prologo del Tour dei Midi-Pirenei, più di un anno prima, un abisso!
Quel giorno mi sono detto: sono ritornato. Se ci ripenso ora, so di non essere stato troppo onesto con me stesso, perché, malgrado la vittoria, sentivo che mi mancava ancora qualche cosa, ma non volevo pensarci e mi sforzavo di credere al meglio.
Con questo spirito di riconquista sono partito per la Vuelta: muscoli gonfi, speranze reali. La stampa iberica mi designava come il favorito logico e per un po' ci ho creduto veramente ed il prologo, vinto da T. Marie, mi confortava in questa previsione perché ero arrivato quinto, subito dopo A. Bondue, una prestazione di gruppo molto sodisfacente.
Durante la IV tappa ero già in seconda posizione nella classifica generale, ma il cielo mi crollò addosso, in quanto sono caduto in modo piuttosto grave. Battei il ginocchio, ma soprattutto il torace, con cinque costole incrinate e spostamento della pleura; tutto era ritornato ad essere nero!
Ho commesso un gravissimo errore e Guimard non avrebbe dovuto cedere alle mie insistenze assurde e cioè voler continuare. Io pensavo che sarebbe stato opportuni accumulare i Km per ritrovare la forma, visto che ero alla Vuelta, perché ritirarsi per andare ad allenarsi altrove tutti i giorni? Mi dimenticavo però che non sapevo restare razionale nelle grandi prove e mi sono impegnato per aiutare C. Mottet, che era ben piazzato nella generale, senza pensare agli effetti che si producevano su di me. Avrei dovuto abbandonare e lasciare che tutto si riassorbisse in tranquillità.
A Madrid ho finito 7°in classifica e primo francese che, in teoria era un "exploit" non da poco, viste le circostanze, ma gli effetti si sarebbero rivelati disastrosi, anche se al momento non ne avevo coscienza. Il mio potenziale fisico, appena rimesso dopo un lungo arresto, ritornava ad essere molto indebolito.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Ven Mag 02, 2014 9:31 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXXVI)



Era il momento della stagione allorché non sapevo più chi ero e soprattutto qual era il mio stato, era forse Laurent Fignon solo un nome?
Ripetevo, come una macchina, i miei soliti gesti quotidiani, da buon professionista o come un burattino animato soltanto dall'abitudine. Far questo e/o quello (nota mia: per me pari sono ). Pedalare, fare i massaggi, dormire, ricominciare. Tutti questi atti scivolavano su di me, senza che neppure me ne accorgessi; era insomma, il peggiore degli oltraggi: non essere più padrone di me stesso.
Avevo esagerato, perché metalmente avevo dimenticato l'operazione, ma il mio corpo mi richiamava quei ... ricordi.
Leader di una formazione intieramente basata sulla mia personalità, dovevo dare l'esempio in tutte le occasioni, in bici, ma anche nella vita di tutti i giorni, ma, come ho detto, poche cose andavano bene per me e dunque fui abbastanza stupito del mio risultato al prologo del Tour 1986 a Boulogne-Billancourt. Quel giorno tutti attendevano il mio ritorno ed ho finito settimo, che costituiva non solamente un risultato onorevole, ma prometteva delle belle pagine da scrivere per uno che ritornava da una stagione ...
Qualcuno si entusiasmò, addirittura, ma io sapevo che nel prologo avevo fatto fronte con la mia classe, ma per il resto mi sembrava non andasse niente, non avvertivo nessuna sensazione di forma, solo coraggio e determinazione feroce (nota mia: un po' come Cunego ieri ).
Ed era grave, perché il mio corpo manifestava più debolezza che forza.
L'illusione durò fino alla cronosquadre, fra Meudon e Saint-Quentin che noi abbiamo vinto. T. Marie prese la maglia gialla ed io terzo nella generale. Tutto sarebbe sembrato al meglio, se non che avevo fatto degli sforzi enormi per seguire i miei compagni e cercare di fare la mia parte e non mi sembrava per nulla normale. I miei compagni (che non sapevano) non avevo dubbi e L'Equipe pronosticava una bella bagarre, in prospettiva, fra Fignon, Hinault e Lemond ed aggiungeva che tutto sarebbe dipeso da Fignon. Se è ritornato lui, non cercheremo per molto tempo il nome del futuro vincitore.
Come si vede non mi confidavo con nessuno ed anche Guimard, a cui non potevo mentire, mi credeva in forma normale quando gli dicevo che mi sentivo le gambe di cotone. Ma lui era convinto che ci sarebbe stato il "clic" al momento opportuno, immancabilmente.
Il ritorno alla realtà fu violento. Nella cronometro individuale di Nates (61,5 Km) dovetti bere la tazza (del fiele) fino in fondo. Asfissiato, avevo male da per tutto e non andavo avanti, 32°, indegno del mio rango, l'organismo non ne poteva più e d'altra parte ci sono monumenti crollati che non è possibile ricostruire da un giorno all'altro, la pazienza si impara in misura del dolore.
Nella tappa fra Bayonne e Pau, quella nella quale Hinault e Delgado fecero un bel numero in coppia, ho inseguito come un bruto per limitare il distacco, privo ancora di ogni sensazione. Non volevo ancora credere al rifiuto del mio corpo tutte le volte che gli ordinavo di accelerare. La sera sulla tavola dei massaggi, per la prima volta nella mia vita, mi sono addormentato e ce n'era di che.
Il giorno dopo, alla partenza di Pau, avevo 39° di febbre e sono rimasto a letto, abbandonando il Tour.
Hinault, interrogato al villaggio di partenza, fu comprensivo e dichiarò: "Spero che andrà meglio per lui ben presto. Quando un corridore deve star fermo più di sei mesi, gli ci vuole almeno un anno e mezzo per recuperare l'intierezza dei suoi mezzi. E so di cosa parlo. Per ritornare alla sua massima forma, Fignon dovrà pazientare fino al 1987."
Parole simpatiche e terrificanti al tempo stesso! Sono ritornato a Parigi, dove sono stato ricoverato per tre giorni all'ospedale di Creteil per un'infezione piuttosto seria alla gola, ma a parte il sentirsi male, quello che mi faceva più arrabbiare in tutto questo ciclo infernale di alti e bassi, dalla vittoria alla Freccia Vallone fino al ritiro al Tour, oltre la mancanza di saggeza da parte di Guimard, era la mia impotenza ed apatia, non mi riconoscevo più.
Se ci ripenso, avrei voluto che Guimard mi scotesse (nota mia per ... scuotere ha il dittongo mobile?), che m'insultasse, che mi dicesse che ero un ""piccolo oggetto tondeggiante non troppo intelligente"", una donnicciola. Insomma avrebbe dovuto tentare qualcosa; però io non ero Hinault, con me non sapeva come comportarsi.
Non voglio certo gettare tutta la responsabilità su di lui, perché non sono mai stato, ne mai lo sarò un uomo facile e quindi ...
Alla fine della stagione, poco o punto motivato, ho perso stupidamente il G.P delle Nazioni, disputato sotto una pioggia battente. Sono caduto e all'arrivo il passivo era di 6 secondi. Sei secondi in una prova di 100 Km. Ero arrabbiato folle, perché il Nazioni concacrava allora il miglior passista dell'anno, essendo una corsa unica al mondo con un percorso sublime intorno a Cannes. Sola consolazione, era Kelly che aveva vinto ed io amavo (quasi) questo corridore irlandese leale e dal gran temperamento.
A Cannes era notte quando ho tagliato il traguardo e notte anche dentro di me, ne avevo piene le tasche di questa stagione e soprattutto di questa impossibilità a forzare il destino
Dopo Blois-Chaville sono crollato moralmente, volevo abbandonare tutto , per dirla in altri termini, buttare tutto all'aria! Per la prima volta nella mia carriera mi facevo prendere dall'odio ... contro di me, contro gli altri, contro la terra intiera!


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Sab Mag 03, 2014 7:26 am

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Circolo vizioso



Un insieme di storie e di atti legati alla grande storia del ciclismo, più maiuscole che minuscole; era questo il mio bilancio fino a quel punto. Con C. Guimard avevo una relazione allo stesso tempo complessa ed intima e continuava nonostante gli ultimi avvenimenti e le mie delusioni, che si allargavano anche a chi mi stava intorno. Ma noi eravamo ben legati.
Ma certe volte l'amministraore Guimard prendeva il sopravvento sul grande tecnico, il calcolatore sull'uomo, il nuovo "patron" sul vecchio ciclismo. E senza nemmeno mettere il naso negli affari, anche se ero socio al cinquanta per cento, vedevo bene che alcune cose non andavano nella squadra. Guimard voleva fare economia su tutto, mentre non c'era nessuna ragione di fare ciò. Avevo già notato alcune mancanze serie nel corso della stagione 1986, ma all'inizio dell'ottantasette sembrava talvolta di essere diventati una squadra di dilettanti. Tutta una serie piccole cose mettevano in evidenza che l'organizzazione funzionava male.
A poco a poco mi sono reso conto che non avevamo a disposizione la migliore squadra del mondo (e ciò durerà fino al 1989) per il semplice fatto che Cyrille si rifiutava molto spesso di firmare gli assegni dovuti. Alcuni compagni non erano più capaci di fare il loro dovere per il tempo che gli era richiesto e poi, tranne C. Mottet non avevamo nessun leader di ricambio per certe corse. Ed anche il materiale era spesso non all'altezza. In alcune corse Guimard prevedeva di portare due sole vetture e non avevamo così nessun margine di manovra, ed il più piccolo incidente, fino allora senza importanza per il corridore, come una bici che non andava, diventava improvvisamente un problema per tutti. Si perdeva tempo, ci si arrabbiava ed alla fine talvolta eravamo obbligati a farci riportare in albergo da altre squadre più generose, era proprio un grande ...
Agli occhi dei compagni, io era doppiamente colpevole: "in primis" per non essere più all'altezza della mia reputazione e poi, come socio di Guimard, essere il corresponsabile di questa situazione marcescente!
Ancora una volta Guimard ridiventava il peggior C.G. l'uomo che non sapeva controllare la situazione in tempo di crisi ed invece di parlarmi tranquillamente, affinché potessi prendere le mie decisioni, si rinchiudeva nei suoi piccoli calcoli da bottegaio. In definitiva non ero messo nelle migliori condizioni possibile per riconquistare la mia serenità
Ricontestualizzando, stavamo assistendo ad un cambiamento notevole nella società e nel ciclismo, soprattutto nel secondo si facevano i primi passi verso la mondializzazione e poi si sentivano le conseguenze dell'arrivo di B. Tapie che con i suoi soldi stava cambiando quasi tutto nel nostro sport. L'avevo incontrato quando ero ancora alla Renault, perché voleva che passassi con lui in quanto gli sembravo uno dei migliori, ma il nostro incontro fu piuttosto una caricatura, perché mi parlò soltanto di affari e nemmeno una parole sulle corse e la competizione ed alla fine non avemmo neppure il tempo di parlare di un contratto, né tanto meno del suo ammontare, perché non eravamo sulla stessa lunghezza d'onda; per lui il ciclismo non era importante e quindi con me aveva sbagliato soggetto; non volevo certo entrare in una squadra solo perché c'erano soldi da prendere. Quando ci siamo salutati, era stupito.
Dunque questo favoloso miscuglio di serietà ed incoscienza, che fu per molto tempo il marchio di fabbrica dei ciclismo, terminava sotto i nostri occhi allucinati ed anch'io che amavo le novità e non mi ero mai opposto a che un ordine nuovo ne sostuisse uno non più all'altezza dei tempi, mi trovavo comunque un po' spaesato, come se fossi stato esiliato.
Tutte le squadre si professionalizzavano ad oltranza e molti non pensavano piu che a vincere, ai soldi, alla corsa come risultato in contanti. L'ora era arrivata: il vincitore doveva lasciare il passo e nascondersi dietro il *vincente* (nota: in francese la dicotomia è fra vainqueur e gagneur, e quest'ultimo ha la stessa etimologia di guadagno, in italiano questo non è possibile).
Noi, che avevamo inventato un sistema che offriva agli sportivi i pieni poteri in due anni ne eravamo diventati le vittime
Guimard era strano, sotto l'aspetto sportivo era l'incontestabile numero uno, uno dei più grandi in tutta la storia del ciclismo, era invece una catastrofe come amministratore e ci ha fatto perdere un mucchio di tempo, perché ristabiilre una gestione affidabile in una squadra professionista è un po' come voler far girare una locomotiva da un binario morto: ci vuole un'enorme pazienza e tanta perseveranza.
Dobbiamo essere umili e si rivelò in quel frangente un tratto del mio carattere che non conoscevo, perché in quel momento non sapevo nemmeno come gestire la mia crisi personale. Dovevo andare fino in fondo a quella specie di buco nero ed arrivare a toccare il fondo, perché non riuscivo a frenare la caduta. E in quei momenti, quando mi sentivo massimamente vulnerabile, Guimard si nascondeva nel suo malessere e non mi era di nessun aiuto.
Ci eravamo messi troppo sotto pressione? Portavo troppo su di me il peso della squadra? Era possibile, ma fino a quel momento la pressione (anche enorme) non mi aveva sconfitto, anzi, e allora perché ora sì?
Molti mi interrogavano sul mio stato di salute, sulla mia volonta e capacità di ritornare ad essere me stesso e ad un giornalista che aveva posto l'argomento, ricordo di aver risposto seccamente: " Anche se fossi in cattive condizioni, continuerei!" Certo suonava come una confessione di debolezza, come una presa di coscienza ed il mio animo alla fine accettava di poter rientare nell'anonimato.
Avevo però ancora l'amaro in bocca per il Tour 1986, la battaglia fra Lemond e Hinault e quella specie di accordo, davanti a tutti, mi aveva profondamente irritato, perché ciò che non andava nel ciclismo mi faceva ancor più pensare ai mie tentennamenti.
Per reagire, senza troppo, ferire (economicamente) Guimard, ho ingaggiato a mie spese Alain Gallopin. Strano destino il suo: era passato pro insieme a me nel 1982 e tre mesi dopo il debutto, il suo direttore sportivo l'aveva investito con la vettura, procurandogli una grave frattura al cranio e stette a lungo fra la vita e la morte e la sua carriera di ciclista finì lì. Alcuni mesi dopo ha ripreso gli studi, per diventare kinoterapeuta ed io gli ho detto: " Quando ti sarai diplomato, chiamami." E nel 1986 mi ha chiamato.
Naturalmente l'ò assunto, senza però sapere allora che sarebbe diventato tutt'altra cosa che una specie di dipendente. Alain il mio miglior amico, confidente intimo ed ho vissuto più con lui che con l'isieme della mia famiglia. Un uomo raro, integro, fedele, leale, modesto; persone così se ne incontrano poche nella vita.
Lo volevo accanto a me non solo per i suoi talenti medici, ma anche per la sua serietà, i metodi di organizzazione che un giorno oltrepasseranno le nostre frontiere. Era sempre con me e mi alleggeriva psicologicamente in tutto quello nel quale poteva intervenire e che aveva a che fare con la mia preparazione. Avevo bisogno ed anche lui senza dubbio, di trovare un rapporto durevole di lavoro, ma anche di amicizia e, come ho detto lui rispondeva pienamente ai mie bisogni. Il nostro tandem sarebbe durato fino alla fine della mia carriera.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Dom Mag 04, 2014 8:17 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXXVIII)


Meno un corpo ha memoria di quello che è stato, più tempo ci vuole per rientrare e le novità possono aiutare. Per fare Km e riacquisire il ritmo, ho partecipato all'inizio del 1987 alla sei giorni di Brema. Mi ero ben preparato, ma non era sufficiente per rivaleggiare con gli specialisti. Inutile precisare che non c'erano controlli doping, per cui le anfetamine avrebbero meritato il trofeo più bello .
D'altra parte la velocità era troppo alta per me e il primo giorno non potevo nemmeno stare a ruota, per cui tutti pensavano che mi sarei rivestito . Ma mi conoscevano poco, perché, malgrado la difficoltà della competizione e il ritmo infernale: si correva sei giorni e sette notti, (circa 200 km al giorno) a 50 km/h di media, lentamente, ma con sicurezza, sono arrivato quasi al diapason.
Gli organizzatori pagavano molto bene le "star" come me: 50.000 franchi al giorno ed i "pistard" di mestiere si lamentavano di questo denaro dato ai non specialisti, talvolta pericolosi e spesso incapaci di tenere il loro rango in quelle corse.
Amavo quell'ambiente popolare e quel pubblico caloroso e saziato non solo dal ciclismo, ma anche dai salsicciotti caldi, insieme alla birra. Con i miei capelli di grano e i miei occhiali, uniti alla mascella forte, ma soprattutto con la reputazione di un grande "palmarès", penso comunque di aver contribuito (alla mia modesta maniera) all'ammontare dei due incassi giornalieri.
Offrivo anche lo spettacolo della mia persona, dando di me più che potevo, attorniato da questa popolazione di pistard, mezzi zombi, che riuscivano a superare la soglia della notte solo a prezzo di una quantità ... di flaconi d'anfetamina pura e finivano nei loro box all'alba fra gli effluvi di alcol e gli sbadigli degli spettatori assonnati.
Siccome era di dominio pubblico che il mio ingaggio era molto alto e poiché io pedalavo con tenacia, i "patron" della sei giorni dovettero iscrivermi al club di quelli che determinavano le "combine", ma prima tentarono di farmi pagare in senso letterale. I soldi, sempre i soldi. E se gli si resisteva, occorreva star bene in guardia per evitare cose spiacevoli, compreso il furto del materiale. Si ricevevano minacce ed ogni cosa era regolata dal rapporto di violenza e intimidazione; essere forti era un dovere per sopravvivere
C'erano americane che duravano, talvolta, fino ad un'ora e mezzo (nota: non mezza come dicono al nord ) e, anche se quasi tutto era concordato, occorreva saper tenere il proprio rango e poche squadre, le migliori, partecipavano al "patto" e sapevano"a priori" quanti giri dovevano recuperare durante queste cacce. I patron si accordavano fra loro e poi ci venivano a dire quanti giri avremmo dovuto guadagnare. E se proclamavano: "sette giri" erano proprio "gatte da pelare" (nota: in francese "soupe à la grimace", quindi letteralmente zuppa che fa fare boccacce ), perché riprendere sette giri al gruppo non era cosa da poco, anzi.
Era difficile, ma bisognava farlo, perché in caso di non riuscita, si poteva essere messi fuori gioco subito il giorno seguente e considerati come una piccola squadra o, in altre parole, dei semplici riempitivi. E allora si poteva dire addio al rispetto ed alla considerazione degli altri.
A Brema ero associato ad A. Doyle, uno dei migliori specialisti dell'epoca che riusciva spesso ad arrivare vicino alla vittoria e a vincere, per cui aveva una notorietà ed un ingaggio da difendere. Subito (il primo giorno) si è lamentato con gli organizzatori delle mie prestazioni. Certo non ero nella condizione di poter tenere la sua andatura e e lui aveva paura di finire male in classifica per colpa mia e così di rimetterci nei suoi futuri contratti e pertanto si è comportato in modo tale da far sì che abbandonassi la partita e che gli fosse concesso presto un altro compagno. Era così determinato, che cercava di mettermi quasi sempre in difficoltà al passaggio delle consegne (all'americana).
Ne avevo abbastanza e allorché aveva terminato una serie di sprint e si preparava a darmi il cambio, sono volontariamente restato indietro, senza andare in alto sulla pista. Il capo della riunione: P. Sercu mi ha chiesto il motivo ed ho risposto: " E' lui, il motivo, LUI ho gridato!
Doyle aveva ricevuto il messaggio e fu costretto a continuare per una nuova serie di sprint
Quando dopo è arrivato alla mia altezza, gli ho fatto un gesto senza equivoci possibili; aveva voluto giocare con me ed io avevo dovuto rispondere! E così non ha più osato tormentarmi ed anzi devo proprio dire che abbiamo collaborato con zelo ed anche ... piacere. In fin dei conti è sempre la stessa storia, si deve sempre dimostrare la propria autorità.
Come ho già detto, alla fine non si poteva più lamentare di me, perché ho migliorato ogni giorno ed abbiamo finito la sei giorni sesti, a tre giri soltanto dal duo di testa.
In questo modo, grazie alla pista, avevo ripreso forza e vigore e potevo ritornare di nuovo su strada con un morale di combattente, anche se forse era sempre poco, per quanto ci si aspettava da me.
In più, anche se ero protetto dalla e avevo il privilegio della ... presenza di Gallopin, i problemi strutturali all'interno della squadra continuavano a "mettere radici" e il parossismo fu raggiunto con uno scambio di insulti fra Guimard e i fratelli Madiot. Ivon e Marc erano, fra l'altro, due pilastri della nostra credibilità sportiva e scontrarsi con loro era volersi mettere ancora di più in pericolo, ma con Guimard non c'era niente da fare e questa ostilità continuò nel tempo fino alla rottura inevitabile, ancorché stupida.
Quando sono arrivato alla Vuelta con una previsione da "secondo fascia" e non più di favorito, avevo contratto da diversi giorni una sinusite acuta e i medici volevano che non partecipassi. E in qualche giorno mi trovai di fronte ad un sonoro avvertimento da dei risultati che posso definire patetici. Dopo essere arrivato 28° nel prologo, fui lasciato indietro nei ventagli della prima tappa e il conteggio fu 83°. Di sconfitta in sconfitta, e, malgrado un gran numero in montagna ed una vittoria di tappa prestigiosa ad Avila, la stessa che aveva vinto Hinault nel 1983, non fui mai capace di reinserirmi alla massima altezza della classifica. Avevo dunque confermato il mio ruolo di secondo piano che mi lasciava tuttavia dei rimpianti. Terzo nella generale finale, incapace di vincere, ma solo di piazzarmi, anche se, comunque, non ero arrivato a 30 minuti dal leader, il colombiano L. Herrera.
A questo proposito, il suo direttore sportivo, prima dell'ultima tappa, era andato con discrezione da Guimard, perché L.H. aveva poco vantaggio sul tedesco Reimund Dietzen e tutta la squadra colombiana aveva paura di un attacco, con formazione di ventagli. Guimard ci aveva avvertiti: " I colombiani ci propongono dei soldi per non tirare". Noi che non avevamo nessuna intenzione di attaccare e quindi perché non accettare la proposta per fare, pagati (30.000 franchi per ciascun corridore), quello che avremmo fatto comunque "gratis"?
Quel giorno c'era un vento fortissimo, tre quarti da dietro ed i timori del colombiani erano credibili, perché se girava un po' i ventagli si potevano formare e se noi avessimo voluto prendere l'iniziativa avremmo potuto far "volare", senza colpo ferire, quelle loro piccole "taglie".
Era l'ultimo giorno e francamente ne avevo abbastanza della Spagna che, decisamente, non mi aveva mai favorito e non volevo perdere l'aereo, previsto la sera stessa, due ore dopo l'arrivo. Con il vento favorevole, l'organizzazione ha ritardato la partenza e così comprometteva la nostra trasferta verso Parigi.
Quando Herrera ci ha visto tutti davanti è stato preso dal panico ed ha creduto che volessimo giocargli un brutto scherzo!
"Perché tirate, se vi abbiamo pagato?" mi ha gridato. Ma io l'ò subito rassicurato sulle mie intenzioni: soffrivo di nostalgia.
Luis era pazzo di gioia perché iscriveva il suo nome nell'albo d'oro della Vuelta e i colombiani "isterici" distribuivano coca "a pacchetti" a chi la voleva, dato che i meccanici l'avevano fatta passare in Europa nascosti dentro i telai delle bici.
Ho lasciato quel Giro di Spagna con la testa bassa ed in maniera francamente poco gloriosa e per questo motivo non sono neppure salito sul podium e ciò era disdicevole nei confronti degli organizzatori, ma avevo la testa altrove Però dove, non saprei dire.
Ci hanno condotti all'aeroporto ed ero sempre in tenuta da ciclista e mi sono cambiato nei gabinetti pubblici appena prima di salire sull'aereo, come un volgare ladro, d'altra parte quel giorno per me era .. di fuga e di onta


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Lun Mag 05, 2014 8:06 am

Nous étions jeunes et insouciants (XXXIX)

Il flacone senza la sbornia

Ci sono le grandi rappresentazioni che riescono a raccontare con proprietà le belle avventure degli uomini e poi ci sono le piccole che estrapolano dalla realtà in maniera "immaginifica" le traversie dei corridori. (nota mia: un po' come il sig. Capodacqua )
Il 28 marzo 1987 ho vissuto uno degli episodi più brutti e più strani di tutta la mia carriera. Partecipavo al G.P. di Vallonia, una bella prova che aveva per teatro geografico, su 215 km, la regione di Namur. Avevo vinto abbastanza facilmente, davanti a P. Poisson e quindi c'era da essere sodisfatti, se non che, qualche giorno dopo ho ricevuto la notifica di un controllo positivo, relativo alla presenza di anfetamine nelle mie urine.
Ero distrutto, perché sapevo che si sarebbe scritto di tutto per dare un immagine ... di questa storia.
Immaginate un po' che addirittura J.M. Leblanc, il futuro "patron" del Tour, ma che allora era solo un giornalista, mi aveva subito "condannato".
Mi sono spesso posto la questione: perché i giornalisti si permettono di scrivere di tutto e talvolta delle vere e proprie asssurdità? Si rendono conto di quanto possono ferire con questo genere di affermazioni e/o insinuazioni? Come si vedrà qualche anno dopo, so assumermi le mie responsabilità, quando sono colpevole, ma la verità di quel controllo è tutt'altra, helas! Dico "helas" perché penso di essere stato la vittima indiretta di una guerra fra due laboratori concorrenti, che si contendevano il mercato dei controlli antidoping per tutto il Belgio.
Il prelievo ebbe luogo a Namur ed i campioni ci avevano messo tre giorni per arrivare a Liegi. Perché? Dove erano stati?
C'erano stati seri problemi fra il laboratorio di Liegi e quello di Gand, perché entrambi rivendicavano il monopolio oltre Quiévrain ed allora, per schematizzare, accadeva che chi dimostrava "il miglior risultato" di contolli *positivi* avrebbe vinto la "cuccagna"
Fui l'oggetto di un complotto della peggiore specie, tanto più che il nome Fignon sarebbe servito molto per le proprie statistiche.
Ero innocente, ma non potrò mai provarlo, perché a quell'epoca, anche se può sembrare incredibile, non era ancora ammissibile domandare una contro-analisi in un altro laboratorio. Altrimenti (rifarlo lì) sarebbe stato ridicolo, perché come si può pensare che un laboratorio si contaddica? Specialmente quello che aveva tutto l'interesse a trovarmi positivo, perché così avrebbe allargato il proprio mercato?
E poi sarà bene raccontare le minuzie di questa corsa, per comprendere meglio. Abitualmente non c'erano mai stati controlli, tutti lo sapevano e ciò faceva parte del "folklore" di alcune corse del calendario. Molti avevano pensato che quell'anno là non derogasse dalla regola, ma l'organizzatore era venuto da tutti noi per metterci in guardia: "Ragazzi, quest'anno ci saranno i controlli anti-doping." Era chiaro e molti furono felici di essere stati avvisati, ma a me la cosa non faceva né caldo, né freddo, per una semplice ragione: non mi era mai passato per la mente di prendere un prodotto rintracciabile, in un giorno di corsa!
In più quel giorno là, ho cercato di vincere proprio sapendo che ci sarebbe stato il controllo! Ciò prova, se ci fosse bisogno di una prova supplementare, che avevo l'animo tranquillo. E qualche giorno dopo, positivo! Menzogna
Devo confessare che questo affare mi ha veramente segnato! Si sapeva che talvolta si potevano verificare dei malintesi e si sentiva parlare di cose veramente assurde, come che certi direttori sportivi avessero tradito i propri corridori, ma quando mi davano delle cure, che fossero vitamine o fortificanti ed anche antibiotici, volevo assolutamente vedere questi medicinali nel loro imballaggio originale. La fiducia assoluta l'accordavo solo a me stesso.
Mi sentivo smobilitato ed odiavo i discorsi che immancabilmente si sarebbero sentiti il giorno dopo questa disavventura. Nessuno credeva alla mia buona fede, evidentemente, anche perché, dalla mia operazione, che era arrivata dopo quella di Hinault, e soprattutto in conseguenza di numerosi acciacchi in squadra (uno dietro l'altro) avuti da M. Madiot, P. Poisson e M. Gayant, molti fantasticavano sui "metodi Guimard!"
Un giornalista non esitò a suggerire che noi zoppicavamo tutti con la gamba destra, perché era lì che ci praticavamo le iniezioni.
La cosa più "buffa" è che certi hanno creduto a questo tipo di castronerie.
Al Giro di Svizzera chiunque può capire che non ero nel mio stato normale: il morale era al minimo ed avevo proprio voglia di mandare tutti a quel paese, non mi si parlava d'altro che di questo controllo "positivo" e mi distruggeva il fatto che qualcuno (o tutti) potessero credere che fossi un imbroglione!
Inoltre mia moglie era incinta e quindi avevo voglia di pensare ad altro.
Certo ero parecchio destabilizzato e il mio comportamento può essere sembrato strano agli occhi dei presenti, perché ero spesso irritato ed irritabile per "niente". Alla minima allusione diventavo provocatorio, ma non dobbiamo dimenticare che eravamo allora pochi giorni prima del Tour e che, sportivamente, mi interogavo molto sulle mie capacità di ritornare alla massima altezza. La vita non è un romanzo e su una bici, la verità si scrive giorno dopo giorno.
Durante il T.d.S. un "grande" giornalista svizzero mi ha fissato un appuntamento. Dico grande, perché si trattava di una "star" nazionale nel suo settore e si era appunto presentato come tale.
Si vedeva chiaramente che non aveva mai messo piede in un albergo di corridori ciclisti ed ignorava totalmente le nostre abitudini la sera dopo ogni tappa. A causa del massaggio, avevo un quarto d'ora di ritardo quando sono arrivato nel salone dell'albergo ed egli mostrò subito la sua insodisfazione, anzi direi proprio una certa irritazione. I miei tentativi di giustificazione non gli bastarono, ma cominciò la sua intervista.
Era surreale: "Come si chiama lei?" ha domandato. Ero allibito, ma lui "Quando è nato, qual è il suo palmarès?" Evidentemente ho terminato un po' troppo brutalmente il nostro "colloquio", rispondendo: "Basta, si finisce qui! Se lei non conosce neppure il minimo indispensabile sulla persona che deve intervistare, non abbiamo niente da fare insieme."
Egli ha allora urlato : "IO SONO IL PIU' GRANDE GIORNALISTA DELLA SVIZZERA, VEDRA' DOMANI QUELLO SCRIVERO' SU SI LEI!"
Credeva d'impressionarmi , ma mi sono sporto verso di lui e gli ho detto, il dito puntato: " Me ne frego , scriva pure quello che vuole!" E ho voltato i tacchi.
Il tipo urlavo ancora dietro di me, saltando come un canguro Era comunque incredibile.
Ho completamente dimenticato il nome di questo giornalista e non ho mai letto quel suo articolo, ma senza dubbio mi ha assassinato con grande diletto e forse anche ... con grande talento.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mar Mag 06, 2014 2:33 pm

Nous étions jeunes et insouciants (XL)

Come la fine del mondo

Al sommo della gloria, nel 1984, avevo dichiarato, con l'arroganza di quelli che sanno chi sono, ciò che avevo e che avrei fatto: " Correrò fino a 30 anni e poi vivrò di rendita." Era una frase roboante, ma sincera, simbolo della maniera di comportarmi talvolta. Pero, va detto, che gli anni non rispettano sempre le nostre previsioni ed io non avrei mai pensato alla mia operazione, con conseguente anno di "riposo", né ai danni fisici che avrebbe comportato. Ora mi rendo conto che dire ciò era stato piuttosto stupido, così come voler giocare con la propria sorte, perché poi questo genere di affermazioni ti incatena. Dopo, quando mi chiedevano ... ho sempre mostrato incertezza riguardo al tempo che mi rimaneva. Prevedevo di già non bene il Tour 1987 che stava arivando, però la fine della mia avventura in gruppo andava al di là di ogni mia immaginazione.
Sapevo meglio di molti che la "Grande Boucle" non perdonava niente e metaforicamente si può dire che la vita di tutti gli uomini è sicuramente inserita nel sortilegio di una "grande boucle": alla gioia immensa, può seguire una grande pena e la strada gira e rigira. Mi ero creduto molto forte, anche se non invinciìbile, ma il destino aveva duramente picchiato alla porta delle mie illusioni e ciò mi era chiaro in quell'estate 1987, e questa situazione la trovavo esasperante. Da due anni ero l'ombra di me stesso e mi riusciva male esprimere questi sentimenti, ma avvertivo tutto ciò come un animale sente il temporale che sta per arrivare. Le persone non si rendeno conto veramente di quanto il ciclismo sia difficile e non si sono mai domandati perché i più grandi "spiriti" del XX secolo hanno sempre paragonato il nostro sport alla boxe riguardo alla loro (comune) durezza eccezionale.
Per mezzo del Tour, ancora una volta, avrei saputo a che punto mi sarei trovato, anche se temevo di saperlo. Oltre ad essere in uno stato di forma aleatorio, sono arrivato soprattutto in cattive condizioni mentali, nel senso che mi mancava quel clic psicologico che avrebbe cancellato i miei dubbi e quelli degli altri intorno a me. E poi i problemi della squadra si invelenivano e l'ambiente era estremamente teso: il nostro sistema stava eplodendo. Il patron sarebbe stato Guimard, ma non era tale nel vero senso del termine e quindi dentro di noi, anche se forse non volevamo ammetterlo, cominciavamo tutti a dubitare gli uni degli altri. Guimard dubitava assai del mio ritorno ai vertici ed io delle sue competenze in tempi di crisi e come amministratore e tutto ciò non faceva migliorare le cose!
Il prologo a Berlino fu una catastrofe (72°), indegno! Non rammento neppure quale fu la mia reazione, né quali furono gli sguardi degli altri su di me. Nelle prime tappe fu come se proprio non ci fossi: il mio corpo pedalava, ma il mio spirito divagava e produceva il niente.
Mia moglie, Nathalie, doveva partorire ed io pensavo molto alla paternità e partecipare al Tour in quelle ore importanti mi pareva piuttosto strano, addirittura incongruo. Ciò non spiega le mie contro-prestazioni, ma comunque la voglia di fuggire era palpabile in me ed in ciascuna delle mie azioni.
Come in una galleria oscura, allorché mi ritrovavo in una situazione di corsa un po' calda, avevo sempre la tendenza a rinchiudermi, mentre in precedenza sarei riuscito quasi sempre ad ottenere qualche vantaggio.
Guimard, sempre in primo piano per quanto riguarda le innovazioni tecniche, ci aveva obbligato a portare (siamo stati i primi) il cardio-frequenzimetro, che, secondo lui, avrebbe rivoluzionato la conoscenza sulle risposte somatiche allo sforzo. Dopo alcuni esperimenti, i medici mi avevano consigliato di non superare le 165 pulsazioni al minuto, perché al di là c'è di sicuro "l'esplosione" in poco tempo. All'inizio l'avevo preso alla leggera, ma dopo mi venne quasi un riflesso condizionato e, quando vedevo quel numero 165, rallentavo e mi era impossibile spingere di più. Infatti ho compreso in seguito che qualche cosa in me rifiutava di varcare una certa soglia del dolore e tuttavia, preso atto delle mie condizioni, mi sono messo del ttutto spontaneamente e con notevole zelo al servizio di C. Mottet, che era ben piazzato nella generale. Gregario di lusso, da questo punto di vista non avevo un ego sbagliato, anzi, perché ormai conoscevo molto bene la depressione della sconfitta. Devo precisare che il comportamento degli altri verso di me era radicalmente cambiato e dal 1986 vedevo i giornalisti allontanarsi e ricevevo anche molte meno lettere. Tutto ciò mi sembrava normale ma un uomo non è mai preparato a questo genere di situazioni. Quello che invece non mi sembrava normale era che si dimenticasse tutto quello che uno aveva fatto: un corridore che ha vinto due volte di seguito il Tour dovrebbe sempre valere due Tour agli occhi degli altri. Invece il mio caso era diverso, mi trovavo totalmente svalutato, ma perché? Anche le entrate finanziarie scivolavao verso il basso ed anche questo mi sembrava strano, perché se comprendevo bene che si fosse interessati "in primis" a quello o quelli che erano più invista, non capivo perché gli organizzatori non volessero più sentir parlare di me alle tariffe di prima. Francamente solo il ciclismo funziona in questo modo! Mi ricordo di essermi arrabbiato con l'organizzatore della Sei Giorni di Parigi che mi voleva far correre molto al ribasso. Io non sarei stato contrario ad una trattativa, ma non potevo scendere sotto un limite che mi pareva degradante e quindi preferivo non correre che accettare una simile umiliazione.
Ritornando al Tour, ero come in apnea fino alla famosa cronometro del M. Ventoux. Cima mitica, luogo di tutte le rappresentazioni ciclistiche, teatro maestoso, frontiera simbolica nord-sud, santuario alla memoria di Tony Simpson. Fu là che J.F. Bernard realizzò l'exploit che si sa, buttandosi in lacrime, all'arrivo, fra le braccia del suo guru: B. Tapie. Il patron contava già i dividendi e faceva dirigere su se stesso le telecamere del prestigio, mentre il corridore come un figlio, ma piuttosto uno schiavo, arrivò là, come sull'altare del sacrificio, all'apogeo di una carriera che aveva già in sé il gene della propria perdita, ben prima della sua naturale scadenza.
In questa salita, invasa dalla folla, avevo deciso di mettere dentro tutto me stesso, assolutamente tutto. La motivazione, la concentrazione, la voglia di vincere, ma purtroppo non è accaduto niente di tutto ciò, ma al contrario sembrava, il mio, un colpo di pedale da cicloamatore e poi il vuoto, prima del niente.
Tutto è terminato di colpo: troppa emozione, troppo di tutto, non posso dire altro, se non leggere in questo tutta la mia autenticità: 64° a quasi dieci minuti da J.F. Bernard
Mio figlio era nato il giorno prima ed io avevo bisogno di ritornare a casa. Durante l'ascensione alcuni spettatori che sapevano, mi avevano gridato: "Vai papà!" Ma io non andavo avanti, soffrivo, ma d'altra parte era il Ventoux.
Rientrando nel minibus, sono crollato: "Non ritornerò più" ho pensato e, lontano da ogni sguardo, ho pianto a lungo.
La sera un giornalista, incrociato in albergo, mi ha chiesto se Bernard era il mio successore ed io ho risposto che ciò voleva dire che io ormai ero morto e sotterrato? E lui "E' possibile." Allora questa per me è una motivazione supplementare per mostare a tutti che hanno torto.
Ero in uno stato di rabbia assoluta ed avevo la sensazione che sarebbe stata la fine e che non avevo più un posto nel ciclismo. Mi sono accorto in seguito che avevo invece bisogno di toccare il fondo, prima di rinascere. Andare ancora avanti nella depressione, prima di rimontare in sella.
Dopo il Ventoux e gli episodi descritti, non potevo certo più abbandonare, perché volevo dimostrare che potevo ancora stupire.
Il giorno dopo ho visto il profilo ed abbiamo deciso di saltare il rifornimento. Eravamo di nuovo in azione. E' il giorno in cui Bernard ha perduto tutto. Una volta indietro, i suoi compagni avrebbero voluto rientrare immediatamente, ma lui, per niente ansioso, aveva rifiutato, affermando: "C'è tutto il tempo per rientare." Errore grossolano, perché lì davanti si era formata una grossa coalizione.
Io, grazie all'orgoglio, avevo ritrovato delle gambe passabili e la mia collera era indirizzata anche al maledetto cardio-frequenzimetro e quindi lo girato in modo da non doverlo più vedere e questo fatto è stato alquanto liberatorio.
Il giorno dopo sono arrivato 6° all'Alpe d'Huez e il giorno ancora dopo ho vinto a La Plagne una tappa di prestigio, nonostante non avessi spinto a fondo. Insomma non meritavo di essere completamente condannato in questo Tour. Anche se molto diminuito, ero arrivato 7° in classifica a 18 minuti, più o meno quanto avevo perso nelle cronometro, mentre la mia regolarità in montagna era un segno di qualcosa.
Due o tre giorni dopo i Campi Elisi steso su un divano, mi sono seriamente interrogato sulla mia capacità di rivincere il Tour. ???
La fine della stagione 1987 mi portò qualche risposta che però mi affossò ancora di più. Dopo il T. di Catalogna, dove Guimard raggiunse il minimo in termini di organizzazione e ci volle il soccorso di altre squadre benefattrici per soccorrerci nei nostri bisogni più elementari (il colmo per la più importante squadra francese), dovetti subire una sconfitta clamorosa al G.P dell Nazioni che avevo scrupolosamente segnato nel mio calendario delle occasioni ... (mancate ) !
Eravamo a fine stagione e, per l'occasione (un po' forse per il gusto di "esplorare le catacombe") ho testato un nuovo prodotto che molti avevano sperimentato con successo ed altri ptetendevano fosse formidabile. Ho ceduto alla tentazione, alla facilità, lo confesso!
"Fortunantamente" ho avuto un mal di testa spaventoso ed ero completamente bloccato e quella fu l'ultima volta che presi quel prodotto.
Morale: più uno è debole psicologicamente, più presta il fianco a ...
Questo non era solo il fondo del mio ciclismo che toccavo, ma il fondo stesso della mia intimità, della mia personalità.
Chi ero io ormai? Più cercavo dentro di me, più il mio essere faceva acqua da tutte le parti; io, come mi pensavo, non esistevo più. La mia classe da sola non era sufficiente per coltivare le mie illusioni ed ero diventato vulnerabile, alla mercé di ogni mio difetto.
Se vogliamo essere seri ed onesti, se non mi fossi chiamato Laurent Fignon, se non avessi avuto un Carattere e un modo alto di vedere la vita, sarei potuto cadere in non so quale abisso o follia e vendere la mia anima ad un qualsiasi venditore di chimere. Ne ho conosciuti di corridori che, a forza di doping, droga, alcol hanno finito per cambiare completamente e mandare tutto all'aria: lealtà, dignità, moglie e bambini.
Il mio amico Pascal Jules non ha avuto il tempo di scegliere: un incidente di strada falciava la sua giovane vita proprio quando stavo convincendo Guimard a riprenderlo. Julot aveva partecipato ad un incontro di calcio per beneficienza ed in quella sera tutti avevano bevuto troppo e Pascal me l'aveva sempre detto :" Vedrai, io morirò giovane, non arriverò a 30 anni." Era molto stupido dirlo, ma quella notte si è addormentato al volante.
Guimard mi ha chiamato in piena notte e un trauma enorme mi ha colpito; da allora, per parecchi anni, ho pensato a lui quasi tutti igiorni della mia esistenza e molto sovente ancora oggi, ma dal funerale non sono mai potuto andare al cimitero: è al di là delle mie forze, non posso proprio.
Morire a 26 anni, l'idea mi è insopportabile: ogni volta la fine di una vita è unica, come la fine di un mondo.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da eliacodogno il Mar Mag 06, 2014 3:49 pm

@Lemond ha scritto:"Correrò fino a 30 anni e poi vivrò di rendita."
Più o meno la medesima frase l'aveva pronunciata Hermann Maier, che in un'intervista aveva detto di prevedere il proprio ritiro a fine 2002 (anche lui 30enne), quando si sarebbero svolte le finali di Coppa del Mondo a casa sua. Ma anche qui il destino aveva piani diversi...


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Mer Mag 07, 2014 8:28 am

Nous étions jeunes et insouciants (XLI)

Un urlo quasi selvaggio


Furtivo, provvisorio, si potrebbe proprio chiamarlo la rivincita del dannato. Come une forma di redenzione, ma contro che cosa? contro chi?
Senza dubbio si è trattato della lenta e paziente cronaca di un ritorno in forze, che devo in massima parte ad A. Gallopin.
Fu lui che dalla fine del 1987 cominciò a mettermi in testa che potevo vincere la Milano-Sanremo. All'inizio, francamente, trovavo questa idea un po' ridicola, perché se, dopo la Freccia che avevo gia vinto, mi accordavo la possibilità di poter vincere un giorno la L-B-L o la Roubaix (i miei più grandi rimorsi insieme alla maglia iridata ), mai e poi mai mi ero virtualmente posto nella pelle di un eventuale vincitore sulla Riviera. Ma Alain , che cominciava a conoscermi dentro: le mie qualità come i difetti, aveva, non so come, né perché, previsto tutto e non cessava di ripetermelo. Per esempio, sapeva bene che il mio fisico aveva bisogno di Km perché potesse esprimersi al massimo e la primavera con i suoi 294 Km (all'epoca) richiedeva una durezza a tutta prova. Alla quale bisognava aggiungere un innegabile capacità di "finisseur" negli ultimi 10 Km, con l'asperità del Poggio. E Gallopin me lo ripeteva: "E' l'ideale per te, credimi.
Fino allora, tanto nella Settimana Siciliana (5°) che nella Parigi Nizza (ancora 5°) non aveva convinto molte persone ed in più mi sentivo quasi andicappato per la perdita dei fratelli Madiot e rimproveravo Guimard per esserne stato la causa, ma nessuno ancora sapeva che i problemi logistici che ci avevo tanto perturbato l'anno prima si sarebbero almeno parzialmente risolti. Su consiglio di Alain, avevamo assunto come organizzatore suo fratello Guy; miracolo, perché gli effetti si fecero subito sentire. Quest'uomo possedeva un dono particolare per rimotivare un'armata pronta al combattimento e ci sbarazzò subito di ogni problema logistico: E' stato veramente prezioso.
Nella Parigi Nizza mi sono presentato per la prima volta con una coda di cavallo, che fu oggetto di ogni critica e nel gruppo sentivo spesso *ragazzina*, ma ciò mi divertiva.
Ma per me gli scherzi, quelli della mia incapacità a ridiventare quello che ero stato, erano durati anche troppo e allora, subito dopo la corsa al sole, Gallopin ed io, avevamo applicato un metodo radicale: la supercompensazione, e cioè si trattava di sfinirsi settantadue ore prima di un grande appuntamento. Ben pensato, come l'avvenire l'avrebbe dimostrato.
C'erano esattamente sei giorni fra la fine della P-N e il sabato della M-S e pertanto ecco quale fu il mio programma: il lunedì e il martedì erano destinati ad un recupero attivo, andavo in bici, ma senza forzare, giusto per girare le gambe e recuperare; il mercoledì era la mia più importante giornata di lavoro e dovevo andare fino all'estremo delle mie forze, fino allo sfinimento completo. Il principio fisiologico era semplice: l'organismo bruciava allora tutte le riserve e, una volta così disfatto, il corpo doveva necessariamente reagire in modo extra e produrre di più di quanto era ordinariamente necessario. Per fare questo un organismo ha bisogno di quarantotto ore e quindi il dado era tratto , perché normalmente l'organismo si sarebbe ritrovato al massimo della sua curva di supercompensazione il giorno G.
Ritorniamo al mercoledì: per raffinare questa preparazione e costringermi ad arrivare al fondo delle mie riserve, sono partito dalla casa di Alain, che abitava nell'Essonne, per una prima uscita di 120 km ed avevo mangiato molto poco, qualche cornflakes ed uno yogurt, nient'altro.
Una volta ritornato a casa di Alain, mi rammento molto bene, ho preso un succo di arancia ed una fetta di focaccia e sono ripartito per altri 100 Km! Lui pilotava un derny ed io dietro. Siamo partiti piuttosto lentamente: 40-45 Kmh. ma a circa a metà percorso ha accelerato l'andatura progressivamente ed io alla ruota ho cominciato a ... ma c'erano ancora 35 Km alla fine e da fare assolutamente a fondo ed infatti ho terminato con uno sprint favoloso, non sentivo più le gambe e mi rammento di averlo addirittura spinto, perché andavo più forte di lui, che pure era alla massima velocità. Il piacere a tutto tondo era là, finalmente ritornato e qualche cosa passava per la mia testa.
La sera massaggio, una scodella di riso e a letto. Il giorno dopo, il giovedì ho fatto un'uscita limitata di due ore, nel calcio sarebbe chiamato "decrassage" (nota: credo sia sinonimo di rilassamento).
Volevo assolutamente arrivare il giovedì a Milano, perché l'aereo non l'ò mai ben digerito; non so perché, ma l'altitudine mi ha sempre provocato un rigonfiamento alle gambe, che è molto sgradevole per un ciclista. Mi sono dovuto arrabbiare affinché Guimard accettasse la mia partenza il giovedì, ma la cosa più incredibile era che non comprendeva perché io dessi tanta importanza a questa classica di inizio stagione ed aveva finito per decretare: "La Milano Sanremo non serve a niente" Non mi aveva detto che non avevo nessuna possibilità di vincerla, ma ci mancava poco. Da quanto credeva nelle mie possibilità voleva far correre soltanto sei corridori, era proprio nello stile di Guimard! Ma io mi sono impuntato e lui ha dovuto cedere.
La vigilia della partenza, il caso ha voluto che fossi il primo ad avere il numero: "Perché sarò il vincitore" ho detto agli organizzatori.
Avevo ritrovato lo stato di decontrazione perpetua che era il mio fino al 1985.
Milano-Sanremo è una corsa particolare, il percorso non è difficile, ma è molto lunga. Le due qualità essenziali e indispensabili per poterla vincere sono la pazienza e la possibilità di saper "esplodere". Occorre attaccare una sola volta e nel posto e momento giusto; e non è facile.
La mia tattica stabilita era semplice: restare nascosto fino ad Alassio (240 km dalla partenza), poi restare fra i primi venti del gruppo e attaccare sul Poggio. Un solo colpo, buono o cattivo si saprà dopo, ma questa è la regola.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Gio Mag 08, 2014 8:32 am

Nous étions jeunes et insouciants (XLII)


Come previsto, sono restato nel centro del gruppo tutto il tempo, salvo sul Turchino, dove le cadute possono essere molte, perché la discesa è pericolosa. C'è da dire che per me restare al centro o in coda del gruppo era "un'eresia" e dovetti lottare contro il mio temperamento per costringermi a questo rigore. Detestavo di non sapere quello che accadeva davanti, era contro la mia natura. A circa due terzi della corsa, mi sono detto: "Accidenti, mi sembra proprio di passeggiare". Era favoloso e la verità mi obbliga a dire che, salvo sul Poggio, non ho mai avuto male alle gambe in tutta la giornata! e non mi era accaduto da lungo tempo.
Sul Turchino "fumavo la pipa", sul capo Berta, dove si può perdere la corsa, salivo come in un sogno, in modo tale che in un certo momento ho proprio pensato di andare a vincere.
La squadra olandese della PDM aveva atleti da far paura: Van der Poel, Alcala, Rooks, Theunisse, che stavano sempre nelle prime posizioni quando eravamo arrivati ai piedi dell'ultima difficoltà, il Poggio, una specie di collina che si erge sulla Riviera italiana. Anch'io ero abbastanza ben piazzato. Durante la corsa avevo detto al mio amico Sean Kelly che avevo previsto di partire forte sul Poggio, ma se non riesco a staccare tutti, ti tiro la volata. Dal 1983 o '84 avevo con lui un legame di fiducia e d'intesa, perché era un uomo leale che non misurava mai gli sforzi che sarebbero stati richiesti per onorare un debito morale.
Nei primi metri della salita, Kelly è venuto alla mia altezza e mi ha suggerito di andare avanti. Non gli ho chiesto niente, ma l'irlandese pensava continuamente all'onore e quindi non ho nemmeno riflettuto e l'ò seguito immediatamente, per fortuna, perché appena arrivati in testa, abbiamo visto che i PDM stavano attaccando a tutta forza. Kelly mi aveva salvato. Nei tre km. seguenti tutti hanno molto sofferto ed io ho avuto pazienza, anche se non sapevo se l'opportunità si sarebbe presentata. Improvvisamente mi è passato il dolore di gambe, come se fossi appena montato in sella e in questi momenti riesco a mantenermi sereno di spirito e quindi ho atteso, tranquillamente, tanto più che si andava molto forte, in modo tale che, arrivati in un punto in cui si profilava una percentuale più pronunciata e dove avevo previsto di tentare la stoccata, cominciavo a dubitare di poter andare molto di più. La "finestra di tiro" era limitata, non molto più di 150 metri, ma siccome era il passaggio più delicato del Poggio, Theunisse, colui che conduceva a grande andatura, è un po' calato. Era quasi impercettibile alla televisione, ma sufficiente per me. Pertanto, neppure allora ho riflettuto ed ho approfittato dell'opportunità che mi si offriva, passando in un varco fra un muretto e l'olandese: mi sono alzato sui pedali, mettendoci il peso di tutti i miei anni e la rabbia dei sacrifici che avevo dovuto fare. Avevo atteso quel momento con impazienza e ho sentito che si trattava di un attacco importante. Kelly, che era alla mia ruota, ha "giocato il gioco" come previsto e ha fatto "il buco". Avevo come rapporto il 53x15 ed ero convinto di essere rimasto solo e non dico quale fu la sorpresa nel vedermi accanto il giovanissimo Fondriest, mi domandavo proprio come avesse fatto!? Però, non ho avuto paura di lui nemmeno per un momento. Sapevo che l'avrei battuto e che non avrebbe avuto nessuna posiibilità contro di me (nota mia: avete presente l'arrivo con Kim Andersen ). Nella discesa ho usato una tattica da "furbino", facendo mostra di un'incapacità totale nel prendere le curve, in modo che fosse obbligato lui a stare in testa e tirare anche nella parte che c'era da pedalare (strada diritta). Ci cascò come un debuttante ed alla televisione i commentatori dell'epoca non capivano granché: mentre io calcolavo ed amministravo, loro dicevano che si vedeva bene che ero in difficoltà. Che furbi [nota mia, di sicuro fra di essi ci sarà stato il "grande" Adriano De Zan]
Quell'anno l'arrivo era un Km subito dopo la fine della discesa e quindi noi due avevamo vinto la corsa e, intrinsecamente, come lo dimostrerà il seguito della carriera, Fondriest era più veloce di me allo sprint, ma era molto giovane e poi c'erano stati quei 300 Km e in quel caso io conoscevo molto bene le mie possibilità: in un testa a testa ero quasi imbattibile.
Come aveva fatto Hinault nella Roubaix del 1981, ho lanciato lo sprint da molto lontano e siamo rimasti affiancati fino a 100 metri dal traguardo, ma poi lui è "scoppiato" ed io ho vinto con 20 metri di vantaggio.
Mio dio, era fatta! e, anche se non ricordo niente, dei testimoni mi hanno detto che ho urlato di gioia, un grido venuto dal profondo dell'animo, un urlo quasi selvaggio, secondo alcuni. Gallopin aveva avuto ragione sia nel convincermi all'inizio, che di crederci durante... E quando penso che un corridore come Argentin non ha mai vinto questa corsa ... mi pare incredibile.
Per la cronaca, la storia ci dice che la televisione francese (Antenne 2, per essere precisi) non aveva trasmesso questa edizione della MIlano-Sanremo, neppure in differita e la direzione aveva rifiutato a J.P. Ollivier di fare un "reportage", perché non c'era nessuna possibilità che un corridore francese potesse vincere. Analisi stupenda!
Con la testa fra le stelle, mi immaginavo di nuovo in alto, perché sapevo soprattutto come avevo vinto e vedevo chiaramente questa ritrovata serenità, come ai bei tempi. Ma sul podium, credetelo o no , pestavo i piedi perché non avevo staccato tutti Era assurdo reagire così, ma il mio carattere si risvegliava. Un profumo di rinnovamento?
Quasi sempre la forza dell'età conferisce a chi sa ben maturare una capacità di analizzarsi direi prodigiosa, una specie di simbiosi corpo-spirito e se volete una prova, eccola. L'anno seguente, per rivincere a Sanremo, Alain ed io facemmo la stessa preparazione, con la sola variante di aumentare l'allenamento di 50 Km, perché ero invecchiato di una anno e non ero così pronto al sacrificio come in precedenza.
Nel 1989 Guimard non venne a Milano, mentre avrebbe dovuto esserci per assistere ad un avvenimento che amplificò una parte della mia "leggenda". Per evitare le trappole, dovevo inventarmi qualcosa, perché sapevo bene che non potevo vincere nella stessa maniera; questa volta nessuno mi avrebbe fatto muovere un orecchio sul Poggio. Avevo dunque deciso che il luogo dove avrei dovuto tentare qualcosa doveva essere fra la Cipressa e il Poggio; là oppure niente. La corsa si svolse proprio come doveva per me: nessun mal di gambe e grande fluidità nelle pedalate e quindi sono stato di una calma straordinaria. Quando l'olandese F. Maassen, recente vincitore del Giro del Belgio, aveva preso un centinaio di metri di vantaggio, non mi sono dato neppure il tempo di riflettere e di domandarmi se dovevo seguirlo, l'avevo fatto prima di pensarci. Nessuno è potuto rinvenire su noi due e con circa 40 secondi di vantaggio ai piedi del Poggio ho accelerato nella parte più dura della salita e Maassen ha dovuto cedere le armi. Vincere una seconda volta di seguito una classica così importante era una cosa molto rara e bisognava proprio credere ad un miscuglio di forza e scaltrezza e ... questa volta ero tutto solo nella foto al traguardo.
Il giorno dopo il trionfo, Guimard è venuto a cercarmi all'aeroporto ed io rivedo quella scena surreale ; mi ha visto arrivare da lontano, ma è rimasto seduto con l'Equipe, con ostentazione, spiegata davanti al viso. Grande foto mia in prima, evidentemente; era la sua maniera di dire: "Accidenti, ci sei riuscito!"
Sono rimasto piantato davanti a lui per due o tre minuti, ma non ha mosso un ciglio, è proprio il genere di C.G.
Alla fine di quel lungo lasso di tempo, ho ceduto e gli ho detto: "Razza d'imbecille, potresti almeno congratularti ...


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Ven Mag 09, 2014 8:19 am

Nous étions jeunes et insouciants (XLIII)

Il verme solitario in maglia gialla


Divertirsi impedisce di morire e vincere divertendosi impedisce di ritenersi il re del mondo ... nel gran vento della vita.
I poeti conoscono il modo di sottrarsi al parlare quotidiano, di rappresentare quello che di per sè è difficile, di non accontentarsi di quel che viene e delle apparenze, o con una metafora di rendere più ... i loro pensieri, in modo che le loro bottiglie affidate al mare abbiano una buona e lunga traversata nel tempo. Anche a me talvolta le parole semplici mi respingono ed ho bisogno di complicare il rapporto con il mondo.
L' estrema lucidità su chi mi stava intorno e su di me, non piaceva e quindi decisi di rimanere più discreto.
Dopo la prima vittoria a Sanremo ridivenni subito degno d'interesse ed in qualche articolo lessi, se non amicizia (non amavo confondere i ruoli) almeno una corrispondenza nel vedere la realtà.
Ero in forma in quella primavera del 1988, lo sentivo e volevo approfittarne. Tredicesimo al Giro delle Fiandre, avevo colpito forte due giorni dopo nella Parigi-Vimoutiers partendo sul muro di Champeaux e nessuno mi aveva più rivisto e i miei compagni avevano capito perché volevo assolutamente che restassero tutti davanti pronti a reagire ad ogni scatto.
Avevo ritrovato il mio colpo di pedale ed in quel periodo, anche se può sembrare incredibile, non avevo mai male alle gambe. Certi corridori non mi hanno mai creduto ed infatti ricordo una discussione con D. Garde. Lui affermava che tutti i giorni soffriva, sia durante gli allenamenti, che in corsa; in tutta la sua carriera non aveva mai conosciuto dei "giorni bianchi". Non avevo niente da aggiungere, se non che per entrambi era vero (anche se differente).
Quell'anno, lanciandomi a corpo perso sul pavé della Roubaix, dove non correvo più dal 1984, ero sicuro di ben figurare e lo testimonia la mia maniera furiosa di attraversare la foresta d'Aremberg, dove si opera tradizionalmente la prima selezione: il mio tachimetro mostrava più di 60 km/h! Sean (Kelly) m'aveva detto: " Tu sei pazzo, Laurent, ma hai visto come sei entrato là dentro e a quale velocità? " Invece era tutto il contrario dell'incoscienza, avevo semplicemente ritrovato la piena consapevolezza del mio fisico e della sua possente agilità ed il solo timore era che sparisse di nuovo e che potessi ritornare all'inferno di prima.
E infatti ... sinusite, colpo di freddo e una frattura ad un tratto del trapezio della mano destra alla Liegi: cominciò la lunga serie di colpi di fatica misteriosi, inesplicabili. E quando mi sono presentato al Tour del 1988 mi trovavo in una sorta di solitudine. Se sono le gambe che conferiscono la vera nobiltà, allora ero veramente nell'incertezza massima sul mio rango. Avrei voluto che il tempo si accelerasse, per sapere: "Che io sappia, infine!" Ed ho saputo.
L'innovazione apportata al prologo, fece sorridere tutti: chiamata "prefazione", tutta la squadra partiva insieme ed un solo corridore finiva l'ultimo chilometro!
Questa ridicola trovata dei nuovi organizzatori (si fecero notare molto quell'anno ) ebbe il merito, in solamente 3,8 Km, di darmi un prima indicazione: avevo fatto una grandissima fatica a seguire i miei compagni. La conferma si ebbe due giorni dopo, nella cronometro a squadre, quando tutti i proiettori si piazzarono su di me ed a ragione. Ad una ventina di km. dall'arrivo non avevo più fiato e mi sono fatto proprio prendere dal panico. Dapprima perdevo metri alla minima accelerazione collettiva e poi, mi sono staccato! Non mi era mai accaduto prima e la prima volta sono stato atteso, ma la seconda volta ho detto loro di andare e ho terminato la prova ad un minuto e venti secondi dai miei compagni, molto delusi e tristi per aver perso il loro "leader".
Ero cotto e nessuno, né i medici, né io stesso, comprendeva il perché!
Ed ho continuato così, portandomi dietro la fatica e il mio stato di vuoto fisico; al minimo sforzo ero in difficoltà e la sera mi sdraiavo in camera gravato dalla solita spossatezza. Ho cominciato a riflettere a quanto mi accadeva; da alcune settimane non comprendevo alcune cose e stranamente fino allora non avervo cercato in profondità il motivo.
Dopo la prima crono individuale (arrivato oltre il 30° posto) avevo detto addio alla classifica generale e poi, a Nancy avevo accettato di ricevere un giornalista per un'intervista. Sarebbe dovuto avvenire in camera mia, dopo il massaggio e poco prima del suo arrivo sono andato in bagno ed ho scoperto l'orrore: ho sentito qualcosa sotto di me e mi sono impaurito. Era lungo e molliccio e sembrava che espellessi il mio intestino. Ho chiamato D. Garde che si è messo a ridere, perché si trattava del classico "verme solitario"!
Mi sono girato e l'ò tirato via, era lungo due metri circa, alla fine sapevo quello che avevo avuto.
Quando il giornalista è arrivato, gli ho raccontato la scena ed anche lui si è mostrato alquanto impressionato. La sera stessa ho preso le medicine che avrebbero ucciso quel che restava dell'intruso, definitivamente scacciato dal mio corpo la notte seguente.
Nella undicesima tappa, fra Basançon e Morzine, privo di forze, mi sono obbligato comunque ad arrivare, seppure con venti minuti di ritardo, una sorta di exploit che non serviva a niente, ma rappresentava per me il simbolo della non rinuncia.
Chiamo simbolo tutto quello che aiuta a ritardare l'inevitabile, a scoprire dei segni per un avvenire migliore. Volevo respingere la facilità ed onorare un'ultima forma di coraggio, a partire dalla quale potevo ritirarmi a "testa alta".
Tuttavia avevo raggiunto e sorpassato i miei limiti, ma tutto in me respingeva la sconfitta e rifiutava la fatalità del destino che si accaniva.
La sera stessa ho evidentemente annunciato il mio abbandono, che non stupì nessuno. Il giorno dopo, però, il giornale Liberation pubblicava un articolo allucinante, pieno di perversione e assente invece da ogni professionalità. L'inviato speciale affermava, né più né meno, che avevo rinunciato a continuare il Tour perché sapevo di aver subito un controllo positivo qualche giorno prima. Il tapino non sapeva che non ero mai stato controllato in quella corsa (MAI, dalla partenza fino al ritiro)! L'ò denunciato ed il tribunale l'à condannato per diffamazione. Mi avevano trattato come una persona ripugnante, ma poi la ripugnanza ha cambiato campo.
Voglio aggiungere che prendendo il TGV, dopo l'abbandono, mi sentivo molto sollevato, liberato di un peso che mi gravava molto e mentre guardavo il paesaggio, mi sono sentito come assorbito da un'emozione gioiosa ed allora mi sono messo a leggere alcune pagine di René Char. "La lucidità è la ferita più vicina al sole." (Nota: da altra fonte :La lucidità fa appello alla nostra coscienza, che il vivere conduce al morire. «Et, de tous les êtres ici-bas, de le savoir». E, per tutti gli esseri quaggiù, di saperlo. Sapere sovrumano per una vita interamente umana.) E' terribile da confessare, ma più mi allontanavo dal Tour, più mi sentivo felice.
Non mi erano per niente piaciute quelle due settimane e occorre rammentare che anche il contesto era stato pesante, in quanto la Grande Boucle era stata affidata ad una direzione dotata di notevole incapacità (Xavier Louy, etc.), dopo l'addio di Jacques Goddet e quindi era letteralmente scaduta a "circo ambulante". Quelli che hanno vissuto quell'esperienza se ne ricordano dolorosamente: era il Tour di ogni *non misura*, gigantismo a tutto tondo. Inflazione di vetture invitate, elicotteri in gran numero che quasi toccavano il gruppo e i fuggitivi, turbando lo svolgimento di ogni tappa, i corridori sottoposti ad una tensione/pressione permanente ed erano relagati a semplici figuranti di uno spettacolo, come se la corsa non fosse che un pretesto per giustificare tutto il resto ... il commercio e i fasti.
Questa mancanza di rispetto flagrante ai "Giganti della strada" e al mito del Tour ed alla sua storia, mi ha fatto orrore, sentivo dentro di me quasi una piccola morte.
Ma il gruppo A.S.O. proprietario della Società del Tour non ha fatto due volte lo stesso errore e la nuova direzione non durò che un anno e così quello che poteva diventare il male irreparabile fu stroncato sul nascere ... uhf .
Non bisogna mai confondere divertirsi con il compiere stupidaggini, divertirsi significa evitare di prendersi sul serio, mentre ... vuol dire mettere in pericolo ciò che è veramente serio.


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Re: Laurent Fignon

Messaggio Da Lemond il Sab Mag 10, 2014 8:45 am

Nous étions jeunes et insouciants (XLIV)

Il ritorno del grande biondo



I drammi, per fortuna, non costituiscono il menu quotidiano del campione, perché in lui sonnecchia, o almeno pare, il seme rigeneratore.
A 28 anni, l'ottavo anno di professionalismo me ne avrebbe dato un buon esempio.
All'inizio del 1989 ero "leader" unico, perché anche C. Mottet se n'era andato; C. Guimard non era contento di averlo e quindi si può dire che la squadra era piuttosto mediocre, non certo degna di un "leader" in grado di vincere il Tour. Io ne ero cosciente, ma non mi preoccupavo molto e, d'altro canto avevamo recrutato un giovane danese: B. Riis, che avevo notato al Giro della CEE, un ragazzo leale e parecchio forte, in grado di essere un buon compagno di squadra. Appena l'ò visto, avevo detto a Guimard che bisognava proprio ingaggiarlo e la cosa fu facile, perché alla fine del 1988 Riis non aveva più squadra e nessuno lo voleva. Mi ha confidato dopo che, senza la nostra proposta, avrebbe abbandonato il ciclismo! Da quali dettagli può dipendere una carriera!?
Bjarne si disimpegnava bene nelle mischie, era solido, non rifiutava mai i suoi doveri e stare alla sua ruota era un piacere totale, perché sapeva fare tutto. Non avevo bisogno di dirgli niente: stavo a ruota ed al resto ci pensava lui. Un'armonia piuttosto rara ed ero proprio contento di non essermi sbagliato in "quell'amore a prima vista", ma non sapevo allora che quest'uomo avrebbe fatto parlare di sé parecchio sovente.
Era, in effetti, una grossa ciclindrata, un gran bel corridore, ma, intendiamoci, incapace di vincere un Tour in circostanze normali e si è saputo dopo, come ha vinto quello del 1996.
Durante gli "stage" invernali, Guimard ci aveva obbligato a degli allenamenti veramente difficili: molti esercizi di forza, per esempio sulla cote di Pont-Réan, ove dovevamo percorrere un circùito che era stato teatro di un campionato di Francia. C'era una salita aspra e Guimard ce l'à fatta fare dieci volte a fondo. C'è da dire però che il giorno prima, eravamo quasi tutti andati a festeggiare e ritornati alle sette del mattino. Ammetto che non era stato per niente ragionevole farlo e che la mia incoscienza si era fatta rivedere. Un'altra prova?
Ritornando in camera, che dividevo con Pascal Simon, che aveva firmato proprio quell'anno per la nostra squadra, ho fatto abbastanza rumore. Occorre dire che non ero solo, eravamo in due ad emettere piccoli gridolini nel letto. Simon si è svegliato ed ha cominciato a guardare lo spettacolo che si svolgeva sotto le coperte; aveva l'aria molto interessata il ... tapino! Ma proprio mentre stava giocando il ruolo di "voyeur", noi due siamo saltati fuori dal letto e ... era Barteau l'altro sotto le coperte.
Pascal è stato al gioco ed ha soltanto gridato :"Banda di cretini" Che c'è di meglio di un risveglio mattutino fatto con buon umore?
Pertanto non avevamo dormito in molti quella notte e Guimard, non so come, l'aveva saputo e non era contento e fu proprio quel giorno che aveva, se non improvvisato, sicuramente indurito quella famosa prova di esercizio di forza. Fu infernale. Lo sguardo cattivo di Guimard mi faceva capire che voleva piegarmi, farmi crollare. Ma in quei dieci muri, corsi con rabbia e determinazione, sono sempre passato per primo e si era fatto anche un undicesimo giro supplementare, che Cyrille non ha però mai voluto contare.
Guimard mi aveva messo alla prova davanti ai compagni ed io, malgrado la notte bianca, avevo saputo rispondere e questa è proprio l'indicazione che ero ritornato me stesso: capacità di vincere e gioia di vivere.
Sempre in quell'anno, fu messa a nostra disposizione una novità tecnica : gli pneumatici Michelin, che rappresentavano una specie di rivoluzione. La tradizione esigeva, soprattutto fra i professionisti, l'utilizzo dei tubolari più fini possibile, in generale 20 millimetri, mentre, non solamente si trattava di pneumatici, ma Michelin ci chiedeva anche di correre con una sezione da 23 millimetri, cosa che a noi pareva impossibile e quindi non eravamo né fiduciosi, né convinti. Certamente i tecnici della casa erano venuti a presentarci i loro studi sulla questione e volevano dimostrare che il contatto con il suolo restava lo stesso: 8 o 9 millimetri. Per essi l'originalità stava altrove e cioè nell'angolo dello pneumatico che in curva avrebbe dato una migliore aderenza.
Come ho detto, eravamo più che scettici e durante i primi allenamenti il nostro disagio fu soprattutto psicologico: avevamo l'idea che quel "grosso" diametro ci facesse perdere velocità e ... poi siamo andati al Tour dell'Alto Var, ove le condizioni erano ideali per testare simili gomme: trombe d'acqua tutta la giornata.
E là, il miracolo c'è apparso evidente: nelle discese, quegli ... ci permettevano di staccare tutti, proprio tutti. Nessuno era capace neppure di prendere le nostre ruote, era favoloso, un'aderenza eccezionale e un progresso tecnico considerevole e, a livello di velocità, la differenza era minima, tanto più che la posizione in sella era migliore.
In quei giorni, leggevo l'Equipe tutti i giorni e la spulciavo in quasi tutti i dettagli; a quell'epoca il giornale riportava i risultati di tutte le corse del calendario. In questo modo verificavo le progressioni degli uni e degli altri e non c'era modo di sbagliare. Se un corridore cominciava ad apparire in certe classifiche, era un segno e ci si poteva aspettare di ritrovarselo davanti in uno dei grandi appuntamenti. Fino alla fine degli anni ottanta, questo riferimento era fondamentale per noi, mentre oggi non significa più niente, ciascuno si allena per conto suo, spesso lontano dalle corse, talvolta in altri continenti. Ai miei tempi ci si vedeva in tutte le prove del calendario ed un corridore non restava mai nascosto, bisognava mostrarsi e stare davanti, perché solo in quel modo si imparava il mestiere e si progrediva. Ora è sufficiente vincere una tappa in un Tour una volta nella vita per riuscire una carriera: ci si contenta decisamente di poco.


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